
Pomeriggio dele grandi occasioni, sabato 30 maggio,al Centro Studi Judicaria a Tione, con un afflusso straordinario di persone (anche in piedi) per presenziare alla presentazione dell'ultimo volume di don Ivan Maffeis: "Cronisti dell'invisibile: informazione religiosa; 15 protagonisti si raccontano". Due pubblicisti i presentatori: Mario Antolini che ha tracciato l'identità dell'autore e Giuseppe Ciaghi che invece s è addentrato nel contenuto e nelle finalità delle 140 pagine edite da Àncora Editrice di Milano. Toccante e precisa l'esposizione di Mario Antolini che ha saputo colpire nella sua essenzialità la personali di don Ivan, visto e considerato, essenzialmente, nella sua figura di "prete", ossia di un sacerdote che ha saputo tenersi aggrappato al messaggio evangelico sia nella sua azione direttamente pastorale e diretto contatto con la gente del quotidiano nelle parrocchie anche di periferia (come ultimamente a Sant'Antonio di Mavignola), sia indirettamente come direttore di Vita Trentina ed ora Direttore dell'Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana. Beppino Ciaghi si è soffermato su questa seconda "missione" di testimonianza evangelica, che don Ivan sta facendo sia con la sua attività di affermato giornalista, ma anche specificatamente nelle pagine che si stano presentando all'attento pubblico. Ciaghi è entrato nei meandri della diffusione di un messaggio messianico attraverso la "parola": prima la parola detta e parlata, ora la parola scritta, in una continuità che oggi si è rafforzata e resa più diffusa ma più difficile attraverso l'evoluzione degli strumenti a disposizione sia nel settore della stampa che in quelli radiotelevisivi e dei web. Una disanima poi completata anche dalla viva voce dell'autore, don Ivan, il quale ha ancora mantenuto vivo un colloquio con vari interventi da parte del pubblico. In sintesi una iniziativa che ha avuto un decisivo successo e che si ripercuoterà senza dubbio attraverso la testimonianza dei numerosi presenti.

Qui sotto le presentazioni gentilmente concesse da Mario Antolini Muson e da Giuseppe Ciaghi
Presentazione del volume: Don Ivan Maffeis: Cronisti dell’invisibile - Tione, CSJ, sabato 30 maggio 2015.
Mario Antolini Musón

”.
Quando si presenta un nuovo volume si è soliti affidare il compito di presentare l’Autore e la sua opera letteraria ad una sola persona. Questa sera, invece e fortunatamente, per presentare il nuovo volume di don Ivan Maffeis - “Cronisti dell’invisibile. Informazione religiosa; 15 protagonisti si raccontano” edito da Ancora Editrice di Milano - tale compito è stato affidato a due persone diverse per rendere più percepibile la differenza che, ovviamente, esiste fra la personalità di colui che scrive ed i contenuti di quanto l’autore ha scritto: a me è stato chiesto di presentare la persona di don Ivan, mentre l’amico Beppino Ciaghi si è assunto il compito di inoltrarsi nei meandri delle pagine scritte dal sacerdote-giornalista.
Dovendo parlare di don Ivan davanti a tante persone amiche che già lo conoscono, mi sento naturalmente onorato, anche se non so se ne sarò adeguatamente capace, ma nel contempo credo di potermi sentire esonerato dall’addentrarmi meticolosamente nella parte puramente biografica del personaggio, per cui mi permetterò di limitarmi a prendere in considerazione la sua identità personale più come sacerdote che come giornalista: particolare questo che verrà evidenziato nel’analisi del volume.
Forse don Ivan non sarà pienamente d’accordo che io mi inoltri in certi particolari della sua persona; tuttavia credo giusto ed opportuno delineare aspetti che, secondo me e per quanto lo conosco, ritengo determinanti specie per coloro che desiderano inoltrarsi fra le righe e fra le pagine da lui scritte e che ancora scriverà.
Come puro riferimento biografico mi rifaccio alla sua nascita, avvenuta nel 1963, primogenito di sette figli, in una famiglia di Pinzolo. Questo particolare mi dà modo di una considerazione antropologica sulle Giudicarie, la cui popolazione risulta una somma di “forestieri” qui insediati per propria libera scelta e che ora costituiscono l’attuale “Popolazione dei Giudicariesi”. Infatti, dalle Invasioni barbariche del primo Millennio in poi è stato un continuo “ascendere” dalla Penisola di popolazioni legate alla romanità: ne fa fede la constatazione che tutti i dialetti in Giudicarie sono di radice romana. Dopo quel primo afflusso di sostanziale insediamento, di secolo in secolo, sporadicamente, è sempre giunto qualcuno “da fuori” – quelle persone che nei nostri Statuti medioevali vengono designate come “forestiero” -; ma negli ultimi due secoli il continuo giungere di nuovi arrivati non è mai cessato ed addirittura si è intensificato specie negli ultimi decenni con il sopraggiungere di sempre nuove persone da tutte le regioni italiane ed anche dall’estero. Tutti individui, però, che una volta insediatisi in uno degli oltre 120 centri abitati sparsi lungo la Sarca e il Chiese si sono definitivamente insediati qui, quasi lasciandosi alle spalle gli stretti legami con i propri luoghi di provenienza e rendendosi, per libera scelta, parte integrante della compagine sociale locale. Così è stato anche per la famiglia di don Ivan: suo padre, negli anni Sessanta, per circostanze provvidenziali, dalla natia Ronco di Gussago, in provincia di Brescia, si è trovato in Val Genova con le colonie dell’indimenticabile don Marcolini e, con l’occasione, si è fermato in Val Rendena mettendo in piedi una affermata falegnameria a Pinzolo, avendo, nel contempo, trovato la mamma di don Ivan, con la quale ha formato un’altra famiglia di Giudicariesi; per questo anche don Ivan e tutti i suoi famigliari li consideriamo, a tutti gli effetti, figli della nostra terra e nostri amati convalligiani.
Ed è stato a Pinzolo che in Ivan, allora scolaretto, è nato il desiderio di farsi prete; perciò dalla scuola di Pinzolo l’obbligato passaggio a Trento in Seminario per completare gli studi, che si sono conclusi, nel 1988, con il suggello dell’ordinazione sacerdotale per le mani dell’indimenticabile ed indimenticato arcivescovo mons. Gottardi. Il sogno/ideale di farsi messaggero della rivoluzione evangelica si avverava con i primi contatti pastorali come cappellano a Mori: iniziava la sua prima esperienza pastorale nell’aver voluto essersi fatto e di essersi dato “tutto a tutti”. Esperienza di apostolato diretto che don Ivan rivivrà, successivamente, nella parrocchia di Ravina ed ancora di più a Sant’Antonio di Mavignola dove – da quanto mi ha amichevolmente confidato – ha potuto constatare che il suo sentirsi prete è riuscito a trovarlo proprio lassù, fra il silenzio di quei monti, fuori dal mondo e dai rumori metropolitani di Roma, ma accanto alle persone semplici, ossia particolarmente fianco a fianco con coloro che vivono la normale quotidianità e che sentono il bisogno di una parola buona, di una dedizione disinteressata, costantemente presente e con gli occhi rivolti al Cielo. Un’esperienza di apostolato diretto, per lui sostanziale, che ha potuto viverlo in prima persona solo saltuariamente. Infatti, ben presto è stato quasi costretto ad avviarsi su altre strade; tuttavia io credo che particolarmente in questa proiezione di vero apostolato vissuto con e fra la gente di tutti i giorni, don Ivan ha sentito e vissuto la sua interiorità di pastore, la validità e la conferma della sua vocazione e della sua scelta: ossia quella di voler essere e di essere essenzialmente “én prète”.
Tutto il resto, che per noi sembra costituire il suo maggior successo personale nella società e nella stessa Chiesa, oso permettermi di credere che per lui sia stato un di più, anche se si è dimostrato un altro modo di proseguire il suo cammino di seminatore del messaggio messianico, mantenendo intatti e nostalgici il suo pensiero ed il suo cuore abbarbicati indissolubilmente in quell’apostolato del quotidiano apostolato accanto alla gente più umile e più dimenticata. Questo, almeno per me, è e resta il don Ivan “prete”.
Poco dopo l’ordinazione sacerdotale, mons. Gottardi, avendo scorto in don Ivan le sue particolari doti di mediatore della parola, lo ha invitato a laurearsi in scienze della comunicazione presso un’Università di Roma. Ne è conseguito che don Ivan, una volta laureato, venne tolto dall’attività pastorale nelle parrocchie e nominato direttore di Vita Trentina. Inizia, così, una sua nuova attività, chiamiamola professionale, ma sempre protesa, attraverso la carta stampata, a servire ed a diffondere il messaggio evangelico. Un modo del tutto diverso dall’apostolato in parrocchia, tuttavia sempre sui binari dell’apostolato messianico, cuore a cuore con la gente mediante la parola settimanale stampata, ma scritta col cuore e con la sua costante visione e proiezione evangelica.
Non è certo questa la sede in cui si debba descrivere tutta la sua attività per e nel settimanale diocesano. Il suo successo professionale di giornalista, gli viene riconosciuto sia dai collaboratori che dai lettori delle pagine da lui curate, ma perfino ne giunge l’eco in àmbito nazionale, per cui ecco la non richiesta ma perentoria chiamata a Roma, che non può assolutamente rifiutare.
Gli viene affidato uno specifico impegno professionale nell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana, del quale proprio in questi ultimissimi giorni è stato nominato Direttore a tutti gli effetti, con l’assenso unanime dei vescovi responsabili.
Non sarà stato certamente facile per lui passare dalla vita parrocchiale a direttore di Vita Trentina; immaginarsi cosa gli sia costato il trasferirsi dalla Diocesi di Trento al centro della Chiesa! Deve essere stato, per don Ivan, un vero e proprio salto mortale, per di più nel trovarsi subito inserito in un contesto non certamente facile e tutto da scoprire. Un compito impegnativo e contorto, che egli ha affrontato fra mille difficoltà ed ansie, ma che è riuscito a compiere nei suoi intensi anni vissuti all’ombra e nei meandri del Vaticano.
Di quel periodo, indirettamente conosciamo solo che è diventato presidente della “Fondazione Ente dello Spettacolo”, nonché docente del corso “Comunicazioni sociali in Diocesi” presso la Pontificia Università Lateranense e di “Etica e deontologia e gestione dei media” presso l’Università Pontificia Salesiana”. Tuttavia è logico pensare che queste specifiche incombenze non siano che delle pur importanti indicazioni biografiche, che appaiono anche sulla copertina del suo ultimo libro e che anche per don Ivan - senza offesa - possono considerarsi di seconda importanza.
Invece, sono convito che premerebbe e meriterebbe maggiormente e possibilmente riuscire a comprendere il cammino che ha dovuto intraprende ex-novo: ossia riuscire a conoscere ciò che egli è riuscito a fare e come lo ha fatto, superando ostacoli che solo lui conosce e che facilmente non li racconterà mai a nessuno. Mi rincresce ammettere che tutto ciò che egli ha sofferto, e come lo ha sofferto, ciò che ha dovuto affrontare e ciò che ha dovuto subire per oltrepassare gli ostacoli che ha trovato sulla sua strada non lo sapremo mai: tutto questo rimarrà nella sua mente e nel suo cuore. Siamo sicuri, però, che ha dovuto avvicinare un mondo del tutto nuovo e sconosciuto ai più, specie in quegli intricati cunicoli in cui bisogna entrare chini su stessi passando ore ed ore ad osservare, a studiare, a sondare, ad analizzare, ad intervenire, a dover correggere e, poi a dover dirigere. Si tratta di infinite giornate e notti sofferte fino all’angoscia, che nessuno potrà mai conoscere perché sono rimaste patrimonio personale solo di chi ha dovuto affrontarle e viverle, magari in amara solitudine.
Mi viene di vederlo e pensarlo nel suo immergersi nelle problematiche della comunicazione attraverso i mass-media a tutti i livelli: giornalisti di quotidiani e di riviste, presentatori radiotelevisivi, addetti ai servizi telematici. Dev’essere stato uno sforzo intellettuale ed anche fisico che gli ha richiesto studio ed impegno. Se poi questo impegno ha dovuto assumerlo con il compito, anche come portavoce della stessa Chiesa, di dover servire in coscienza il messaggio cristiano e di doverlo trasmettere e farlo recepire come valore basilare per l’uomo e per la società, nel contesto di una modernità che ha ampliato fino all’inverosimile le problematiche comportamentali degli individui, per don Ivan deve essere diventato uno sforzo enorme che ha saputo superare correttamente, professionalmente ed in piena onestà intellettuale e di coscienza.
La conferma che tutto questo merito lo ha avuto è l’averlo ufficialmente riconosciuto nell’avergli affidato, proprio in questi giorni, quella carica che gli è stata conferita. Ma per giungere a questa méta certamente ha dovuto percorrere un erto sentiero.
Si è trovato dinnanzi orizzonti sconfinati, in cui veramente ha sentito l’importanza di dotarsi di una professionalità capace di affrontare quasi l’impossibile e, nel contempo, ha dovuto superare le ansie nel doversi assumere la responsabilità dei compiti necessari per poter e dover superare ostacoli costantemente presenti sul proprio cammino. Nel volume che, subito dopo di me Beppino Ciaghi illustrerà, vi è la conferma della sua profonda professionalità, attraverso la quale don Ivan ha saputo dare tutto se stesso anche nelle parole scritte, mai dimentico di essere e di voler essere costantemente e fedelmente “prete di Gesù Cristo”.
Un lettore disattento o superficiale, forse potrebbe esaltare, giustamente, il giornalista affermato, il giornalista riconosciuto, l’uomo di lettere ben preparato, dalla penna facile e felice. Ma credo che don Ivan voglia, invece, essere e farsi sentire - anche in ogni parola ed in ogni riga scritta - come un vero prete fedele alla sua vocazione, alla sua scelta di sacerdote. Egli, certamente e con suo rammarico, avrà conosciuto anche lacune e difetti e, magari, forse anche colpevolezze là dove meno si pensa; tuttavia lui e la sua penna hanno sempre “volato alto” al di sopra di tutto e di tutti, tenendo presenti dinanzi al suo spirito soprattutto quelle pagine del Vangelo in cui il messaggio di Cristo non è diventato dottrina intellettualmente schiavizzata; ma pagine vive nelle quali vengono trasmessi le parole e l’esempio del Cristo vivo e presente e che è rimasto sulla terra soltanto come un semplice “uomo che è passato fra le gente bene facendo”; e don Ivan, ne sono certo, ha voluto sempre e soltanto essere come Lui, con Lui e per Lui.
*
Scusate se mi fermo qui; ci sarebbe da dire molto di più di una persona così ricca quanto modesta; ma penso sia sufficiente per farsi un’idea di che pasta sia l’Autore del volume che verremo presto a conoscere. Mi permetto soltanto di rubare qualche minuto della vostra cortese pazienza per darmi modo di dedicargli un mio modestissimo scritto in dialetto tionese come segno di affettuosa amicizia e soprattutto come testimonianza del suo essere un sacerdote.

Ne sóm ’ncontràdi ’ntàl vardàrne ’ntà i òč:
mé sò fermà de colpo e gò domandà:
«Prete, chi sét ti?».
«Mi sò n’òm come ti
– él m’à respondù –
che cerca ’n tochèl de Cél nèt
sa stó Tera sióra e porèta
piena de òm e de dòne
che cór, che piànč, che mór…».
«Prete, có fèt ti?».
«Camìno con ti
– él m’à dit pià’ –
arént ai tó pensér, al tó far,
al tó nar ’nanč e ’ndré;
camino con ti, se tè ’l vó;
se tè ’l vó’ tè àido,
se tè ’l vó’ tè spèto,
se tè ’l vó’ parlo con ti,
se tè ’l vó’ fago zìto,
se tè ’l vó’ tè benedìso… e tè asòlvo…».
«Prete, có vót ti?».
«Mi nó’ vói niént per mi
– él m’à dit apéna coi làvri dravèrč –;
mi vói vedér tuč conténč,
dàrse la mà’ cól cór én mà’,
e stréngerse tuč ’nsèma come fradèi
perché tuč fiói del “Padre nostro”…
Vorìa tut él mondo nèt,
e i òm e le dòne cói òč lùstri
dal contént per star al mondo.
Vorìa che le làgrime le ridèsse
e che ’l dolór él se fèsse ’n banda.
Vorìa che ’l brut e ’l mal
i deventèsse fiór entài prè;
vorìa che la mòrt
la sé desfèsse ’ntà l’azuro
de ’n Cél… preparà per tuč.
«Prete, sèt contént dé ti?».
«Quan che sùgo sù na làgrima
– ghé vegnù da dìrme col gróp én góla –
e pódo aidàr ’n pòpo, na dòna, n’òm
vardo él mé Signór e ghé digo:
“Grazie d’avérme ciamà
a far él prète per Ti
e per i tó tanč fiói
che ò gatà sparpaiàdi sai sentér
che Ti té m’è fàt pestàr».
cól só breviari ’n mà’
e cói só òč dravèrč sal Cél,
sal Mondo…;
e cói só pé stràc che caminéva
én mèz ai pass de tuč noàltri…
Én prete,
èl sól con èl e cól só Signór,
én mèz a tanta e tanta gént,
che va…
Don Ivan, che i tó pass
i póda éser sempre dré al tó Signór
ma ’nsèma ànca a noàltre!
MArio Antolini Muson
Cronisti dell'invisibile - intervento di Giuseppe Ciaghi

Don Ivan, come ha riferito Mario, è un esperto di Scienza della comunicazione. Di quanto essa sia importante, lo sia stata in passato, e di quante attenzioni e cure sia stata fatta oggetto dalla Chiesa fin dalla sua comparsa e lungo il suo percorso millenario, di come si sia trasformata servendosi dei mezzi più efficaci offerti dall'evolversi delle tecnologie, mi pare che tutti siamo consapevoli. Strumento fondamentale della comunicazione è la parola. Da cui occorre partire.
“En archè èn ò lògos kài ò lògos èn pros ton theòn, kài theòs èn ò lògos” in principio era la parola e la parola era presso il Dio e Dio era la parola. E' l'inizio del vangelo di Giovanni, dove è messa in evidenza l'importanza della parola come (mezzo) di verità, (del corretto comunicare). Ovviamente sarebbe riduttivo assegnare solo questo significato a quel passo dell'apostolo; ben altri valori e più profondi sottendono al suo discorso ….argomenti che però esulano dal nostro tema, riguardano la teologia, materia che per me è arabo.
Un'ulteriore conferma dell'importanza data alla comunicazione dalla comunità cristiana fin dalle sue origini ci viene da Luca, che negli Atti degli Apostoli scrive: “Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste (Maria e gli Apostoli) si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano (pare si trattasse del Cenacolo). Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, persone di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua”

In questo passo si accenna alle lingue e alla loro conoscenza quale strumento indispensabile di comunicazione, a fondamento delle relazioni tra gli individui e i popoli..
Per converso, e qui andiamo molto più indietro, in alcuni versetti della Genesi, o del Genesi – Dante usa il termine sia al maschile sia al femminile - si legge: “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura del paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro. “Venite facciamo mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro”. Il Signore li disperse di lì su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse le lingue di tutta la terra e di lì il Signore li disperse su tutta la terra.” Di questo episodio noi estrapoliamo solo l'effetto prodotto dalla confusione degli idiomi: l'incapacità di capirsi. Il resto lo lasciano all'esegesi biblica. Forse possiamo richiamare l'effetto dello spirito santo il giorno di Pentecoste, che in qualche modo risolse la spaccatura avvenuta a Babele.
Dalla parola ai manoscritti, alla carta stampata e ai libri, ai messaggi via etere, alla televisione, alla rete...se n'è fatta di strada. E chissà cosa riserva il futuro. Mi piace pensare a un sistema di telepatia che consenta di trasmettere sensazioni, esperienze, idee, emozioni da una testa all'altra direttamente, per impulsi, senza la mediazione della lingua....
Ma torniamo coi piedi per terra e veniamo a “Cronisti dell'invisibile”l'ultima fatica di don Ivan, terminata a Sant'Antonio di Mavignòla, il primo di maggio. I preti sono abituati a lavorare durante le feste! E perdonate le digressioni di prima. Il titolo mi ha subito messo in difficoltà, per non dire in confusione. Cronista è chi riferisce su un giornale, chi informa di fatti ed eventi di un certo rilievo, dopo averne accertato la fondatezza. Ma che prove posso avere dell' ”invisibile”, di ciò che non posso vedere o non si manifesta? Mi sono anche detto che ci sono tanti modi di vedere (con gli occhi, con la mente, col cuore...), ma non son venuto a capo di niente. Ho persino pensato alla fantascienza...o a una provocazione... né mi ha aiutato il sottotitolo: “Informazione religiosa, 15 protagonisti si raccontano”. Che siano loro l'invisibile? Mah... A questo punto toccherà all'autore soddisfare la nostra curiosità nel suo intervento conclusivo. Il volume, 21 x 14,5 cm, conta 144 pagine, pubblicato da Ancora nella collana “Focus”. Ancora è l'editrice degli Artigianelli pavoniani. Vi hanno scritto Joseph Ratzinger, Carlo Maria Martini, Gianfranco Ravasi...tante menti eccelse... I suoi testi di spiritualità cristiana non si rivolgono solo a religiosi e laici desiderosi di approfondire la propria fede, ma anche a quel pubblico più vasto definito “cercatori di Dio”. La bella immagine in copertina è di Gianni Zotta., fotoreporter trentino di notevole spessore, che ha documentato tanti aspetti delle nostre tradizioni e illustrato spesso con i suoi servizi il settimanale diocesano Vita Trentina. Il contenuto si articola in tre parti, a seconda degli strumenti privilegiati dagli intervistati. La prima, che si occupa di informazione religiosa e carta stampata, copre mezzo libro e riferisce il pensiero di sette giornalisti, le altre due un quarto ciascuna, e quattro vaticanisti a testa. La seconda racconta il Papa e la chiesa in televisione, l'ultima affronta il tema del giornalismo religioso on air e online. A mio modo di vedere don Ivan, attraverso le voci di questi professionisti della penna e le caratteristiche da loro privilegiate, finisce per delineare una figura, il modello di quello che dovrebbe essere, il giornalista cristiano, persona umile, onesta, affidabile, capace di penetrare nei problemi, radicata nel suo ambiente, rispettosa sempre delle opinioni altrui...,.ma soprattutto ci parla a cuore aperto, con entusiasmo e ammirazione di un Papa straordinario, di una personalità fuori dal comune e dalla tradizione, qual'è effettivamente Francesco, un Papa rivoluzionario nella sua semplicità e per la sua semplicità, che è saggezza profonda, un Papa determinato, che ha trasformato profondamente il modo di approcciarsi al prossimo e con esso il sistema della comunicazione e dell'informazione. L'appartamento privato di Santa Marta, sentirlo affermare che nell'ovile si ritrova con una sola pecora, mentre le altre 99 chissà dove sono andate, da cui la necessità di uscire all'aperto a cercarle....la sua drammatica battaglia contro la corruzione in Vaticano...sono aspetti che assorbono che ti prendono nella lettura del libro, elementi che fanno riflettere e ce lo fanno sentire vicino. Bergoglio è uno che la pensa come noi....e che alle parole fa seguire i fatti. Rara avis.
Don Ivan dedica il suo lavoro a don Agostino Valentini, quindi a VITA TRENTINA e RADIO TRENTINO inBlu “perché – scrive - il riscatto parte dall'abitare il territorio”
Don Agostino, che è di Javrè, e mio coetaneo, fu il suo predecessore nella direzione del settimanale diocesano e colui che lo avviò al “mestiere”. Nel 1989 fu chiamato alla guida di Vita Trentina da Giovanni Maria Sartori, vescovo reazionario arrivato a Trento nel 1987 dal Veneto più bigotto, dal Polesine. Sostituì mons Alessandro Maria Gottardi, che lasciò la cattedra per raggiunti limiti di età, una persona di straordinaria cultura, intelligenza e delicatezza: Ne ricordo le lettere pastorali, che scriveva al suo gregge da Natale, da Pasqua, alla Pentecoste e in altre ricorrenze...alla maniera del cardinal Martini. Erano piene di dottrina, profonde e stimolanti. Le conosco perché, dovendo catalogarle, fui costretto a leggerle, e mi hanno lasciato il ricordo di un vescovo illuminato, di forntiera. Il suo successore, Sartori, nel 1989 aveva licenziato don Vittorio Cristelli, direttore responsabile di Vita Trentina dal 1968, quando si era reso portavoce della contestazione studentesca. Non ne sopportava gli atteggiamenti e le aperture mentali. Per di più era amico di Alex Zanotelli, altro epurato in quei tempi. A don Valentino va il merito di aver conservato a Vita Trentina l'importante ruolo che il settimanale aveva acquisito nel tessuto sociale con don Vittorio cercando di non rinnegarne il pensiero con un'abile opera di mediazione tra le esigenze di stare al passo coi tempi e il freno del conservatorismo del suo “mandante”. Da lui don Ivan deve aver appreso la diplomazia, nonché la pratica della prudenza, che mi pare sia anche una virtù cardinale.
Naturalmente lascio a don Ivan spiegarci perché il riscatto debba partire dal territorio, da quale territorio, e che cosa intenda per territorio... Per me il riscatto più che dal territorio deve partire dalla terra e da chi la lavora se si vuol salvare l'umanità. La terra è generosa, dà frutti, non tradisce mai chi vi si dedica se non viene inquinata o ammorbata. E sarebbe in grado di dar da mangiare a tutti se invece di armi si costruissero trattori o strumenti di bonifica.....
Alla dedica, nel libro, segue una prefazione, firmata da mons. Domenico Pompili – mi pare coetaneo di don Ivan. Quando la scrisse era direttore dell'Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana. Destino, o la Provvidenza, ha voluto che lo scorso 15 maggio sia stato nominato vescovo di Rieti e il suo incarico presso la CEI sia passato a don Ivan. Col quale ci complimentiamo per la promozione ed al quale facciamo tanti auguri di buon lavoro. -Ci piace leggere qui le parole con cui Pompili introduce alla lettura del volume: “L'intervista è forse il metodo più antico di indagine psicologica, che può farsi risalire fino al dialogo socratico. E tuttavia non è un genere facile. Rifiuta l'improvvisazione e chiede di compiere un viaggio. Dentro di sé. A contatto con l'altro. Alla fine, proprio grazie al confronto tra due esperienze, nasce inevitabilmente una terza esperienza, che è quella dell'incontro.
Ivan Maffeis ha voluto osservare da vicino il mondo dell'informazione, specie quella che si occupa di fatti religiosi, incontrando alcuni dei suoi indiscussi protagonisti. Lo ha fatto con la sua proverbiale capacità di porsi in ascolto, che lo avvicina ai grandi silenzi delle montagne del Trentino da cui proviene. Insieme con la curiosità indifesa di chi vuol lasciarsi alle spalle quel che già sa per esporsi al contatto con l'interlocutore che gli sta difronte. Il risultato non è una sequenza ravvicinata di primi piani, ma una “conversazione civile” sullo stato di salute della comunicazione. Con una consapevolezza che si fa strada: in gioco è una frontiera decisiva della democrazia nella società e dell'opinione pubblica nella Chiesa.
Qui mi fermo per lasciare la parola all'autore. E' lui che ha parlato con i protagonisti, “vaticanisti” col pedigree, di grande affidabilità, donne e uomini di età e provenienza le più diverse, che hanno avuto familiarità con pontefici e cardinali, commentato sinodi e concili, fatto la cronaca di avvenimenti di importanza internazionale, scritto saggi divenuti pietre angolari dell'informazione ...persone che don Maffeis coglie nella quotidianità del loro lavoro, uomini con pregi e difetti come noi...impegnati nel far giungere fin nei paesi più lontani la voce della Chiesa con gli strumenti più adatti, dalla parola alla carta stampata al digitale. Attraverso la comunicazione appunto, che può essere logos/verità, capacità di farsi intendere nelle lingue più diverse con la forza dello spirito santo, ma che puo' diventare anche strumento di confusione se usata male, il riferimento è a Babele.
Lascio la parola a don Ivan, che vorrà soddisfare la nostra curiosità sull'invisibile, chiarirci il significato di riscatto del territorio e raccontarci qualcosa, magari qualche aneddoto, sui protagonisti di questo volume. Merita di essere letto. E' uno scrigno che racchiude tante perle.