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"Sentieri non segnalati", il blog di Denise Rocca

Lal Harmesh, non abbastanza Giudicariese

Harmesh Lal

Lal Harmesh, quarantaseienne indiano assunto presso l'azienda agricola di Elio Valentini e da parecchio tempo residente a Javré, dove lo scorso anno l'hanno raggiunto anche la moglie e la figlia diciottenne, ha avuto un brutto incidente sul lavoro la scorsa settimana. E' stato travolto dal mucchio di mangime sul quale stava lavorando: il torace schiacciato dall'enorme massa di mais, le sue condizioni erano apparse subito gravissime ai colleghi che l'hanno trovato riverso a terra e ai primi soccorritori giunti sul posto. Il cuore di Lal ha smesso di battere al Santa Chiara, dove era stato trasportato in elisoccorso subito dopo l'incidente.

Questa è la cronaca, fredda e telegrafica, della morte di un uomo. Uomo che veniva da un paese immenso, l'India, pieno di contraddizioni e per lo più poverissimo. Così tanto che Lal, spinto da un misto di paura e speranza, aveva lasciato la famiglia nel paese natio per arrivare fino ai piedi delle montagne trentine in cerca di impiego. La cultura indiana rispetta gli animali in maniera diversa da come lo fanno gli occidentali, così Lal era bravo con cavalli e vacche e il sospirato impiego lo aveva trovato.

Con l'arrivo di un contratto a tempo indeterminato si era aperta anche la possibilità di ricongiungersi con la moglie e almeno la figlia più piccola, mentre la grande è rimasta in India. Una felicità immensa: abbracciare la moglie, veder crescere la figlia, avere un lavoro onesto. Ve l'immaginate, come deve essere stato sollevato e felice, euforico persino, nelle serate di riposo a ripensare a quanto ci era voluto. Ma la vita va come va, e pochi giorni fa un incidente se lo è portato via. Lal Harmesh, indiano, è morto a Javrè sotto un mucchio di mais.

La valle non lo piange come avrebbe pianto uno dei suoi figli, almeno a stare ai giornali. Bastano un pezzo di taglio e uno di apertura, di poco più lungo, a ricordarlo, o si rimane nelle pagine delle cronache locali. Nessuna corsa frenetica da Trento dei neristi alla ricerca di amici e parenti, nessun cellulare dei collaboratori che squilla a caccia di testimonianze, nessuna ricerca dei dati sui morti sul lavoro, la sicurezza nelle aziende, le leggi in materia, nell'arco delle poche ore fra l'incidente e la stampa. Nessuna corsa per raccontare chi era quest'uomo ai lettori trentini, nessuna sosta straordinaria per comperare un giornale che di solito si sfoglia distrattamente al bar. Un uomo se n'è andato, si fosse chiamato Marco o Luca o Alessandro oggi sapremmo quali sogni non realizzerà, se ne parlerebbe nei crocicchi in piazza. Ma, di nome, faceva Lal.