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Il Blog di Marco Zulberti

Un'economia esclusivamente politica

berlusconi-bersani
Il deficit pubblico dello stato italiano ha sfondato negli ultimi giorni il tetto di 2mila miliardi Euro. Nella primavera del 2008 quando s'insediò il governo Berslusconi il debito pubblico era a 1600 Mld di Euro. In quattro anni il debito è quindi salito di 100 Mld all'anno, compreso l'ultimo in cui è stato Presidente del consiglio un tecnico appositamente chiamato al capezzale dell'economia italiana aggredita dalla speculazione finanziaria che nella primavera del 2011 ha dilatato lo spread facendo esplodere i costi per i nuovi finanziamenti prosciugando la liquidità in circolazione nella nostra economia.

Quello che colpisce è la crescita del debito nell'ultimo anno, nonostante il rialzo delle tasse, l'inasprimento dei controlli fiscali e i provvedimenti del governo di Mario Monti sul sistema pensionistico con la riforma Fornero e l'introduzione dell'IMU, la terribile tassa sugli immobili e sui terreni immobiliari, che tanto fa discutere la classe politica e la società italiana in queste ore.

L'opinione pubblica è stupita e demoralizzata di fronte a queste notizie perché non comprende se la politica economica di austerity attuata dal porterà effettivamente l'Italia fuori dalla crisi. Sta infatti perdendo fiducia anche verso l'esecutivo tecnico di Monti, e le stesse attenzioni dei rappresentanti del partito democratico come Bersani e D'Alema, per una sua eventuale discesa in campo politico, indicano questa perdita di consenso.

I numeri in crescita del debito stanno di fatto bocciando anche gli interventi del governo Monti che inasprendo la tassazione in una fase di recessione senza tagliare le spese, ha versato l'ultima liquidità circolante in una secchia che ha ancora troppe falle rappresentate dalla spesa statale ancora lasciata senza controllo al governo della classe politica.

Anche le aspre discussioni all'interno del Consiglio provinciale sul bilancio, l'ultimo presieduto dal Presidente Lorenzo Dellai, mostrano una sorta di scontro generazionale tra Luca Zeni che intende comprendere l'effettiva efficacia delle azioni anticrisi sia del passato, che quelle che stanno per essere messe in campo sul settore immobiliare. La domanda è infatti questa: vale la pena attivare ancora investimenti e risorse in settori palesemente in crisi come quello immobiliare? Non è necessario riflettere sulle prossime scelte alla luce di questa rapidissima contrazione della massa monetaria in circolazione?

I risultati del governo Monti sono deludenti, nonostante i fortissimi sacrifici richiesti al sistema perché, come si era già sperimentato negli anni settanta durante la prima crisi petrolifera quando il petrolio salì da 3 a 40 dollari, un'economia impostata sulle domeniche a piedi e sull'austeriry grazie alla benzina 1.8 E, rischia di spingere anche oggi il ciclo economico sotto determinati livelli soglia di pericoloso non ritorno, in una spirale in cui si rischia la perdità della stessa cultura produttiva. Meglio pertanto non sprecare la liquidità residua indirizzandola solo alle tasse, e indirizzare le attenzioni a tappare le falle della secchia in cui vengono versate. Ed è qui che la politica latita e tifa irresponsabilmente, sia a destra che a sinistra, per il fallimento del governo Monti.

Questa discrasia, questo sfasamento tra l'azione del governo Monti, e le azioni locali della classe politica, sono alla base del continuo aumento del debito, che se da una parte ha agito subito sul fronte pensionistico e delle tasse, dall'altro non è stato seguito dalle azioni di governo economico ancora controllat dalla casta politica, che non si vuol rassegnare all'idea che il vecchio mondo è finito.

E' normale quindi che in un'economia che è alimentata quasi esclusivamente dalla spesa pubblica, una politica di austerity che non si preoccupi d'intervenire sulle falle del sistema e sulla salvaguardia del tessutto delle imprese veramente produttive, che agiscono sul mercato e si mantengono vive solo grazie a contributi, alle commesse e alle aste, i numeri della recessione peggiorino.

Se la candidatura di Monti, quindi spaventa sia Berlusconi, che Bersani e D'Alema, che si vedono privati di una libertà d'azione che non avevano mai preventivato, d'altra i pessimi numeri del governo Monti, compreso lo spread che a 300 punti non è per niente un successo, anzi con i tassi a breve scesi a 0.19 un vero e proprio salasso, dipendono ancora da un'economia che in Italia è solo "politica" anche quando è liberalizzata come nel caso delle aziende multiutility ed energetiche dove siedono i soliti "funzionari" scelti dalla politica.