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Il Blog di Marco Zulberti

Lavoro, ricchezza e salario. Può continuare a reggere il nostro sistema economico?

Il lavoro alla Sapes - Giudicarie

La festa del lavoro di questo 1° maggio 2013 richiama il preoccupante rialzo della disoccupazione in Trentino che è arrivata al 6.1 per cento, livello che non veniva toccato dai tempi della crisi della lira nel 1992, mentre nel 1981, alla fine recessione degli anni 70 era addirittura al 9.2 per cento. Ma questo dato non offre un'immagine approfondita dello stato del mondo del lavoro trentino, sia in rapporto ai singoli settori economici, che escono dalla generica divisione tra agricoltura, industria e servizi, che alla tipologia del contratto di lavoro, se precari, stagionali o a tempo indeterminato.
Questa distinzione appare necessaria per vedere quali sono i settori in crescita, quali in calo, valutando la curva dei salari fino al surplus di massa monetaria prodotta, distinguendola da quella raccolta dalla rete commerciale, dalle tariffe, dalle tasse, e calcolare quella che poi effettivamente si distribuisce sul territorio e va ad alimentare il ciclo economico.
In un periodo di globalizzazione economica e d'internazionalizzazione della classe dei lavoratori è fondamentale avere almeno un'idea delle profonde trasformazioni che sta subendo anche l'economia trentina sotto la spinta dei mercati internazionali non solo per le esportazioni di vino o della produzione ortofrutticola, ma anche del turismo, che non sarà più un fenomeno di prossimità con le regioni vicine, ma si vedrà costretto a collegarsi con la rete dei distretti turistici internazionali.

In questo contesto competitivo il mondo del lavoro sarà costretto a profonde trasformazioni, che per essere superate, dovranno essere analizzate e approfondite senza approssimazioni e censure, care alla propaganda politica, nel massimo della trasparenza.
Pochi conoscono ad esempio il rapporto fondamentale tra la curva demografica in Trentino, la popolazione attiva nella fascia tra i 15 e 64 anni e il tasso di occupazione. Se il tasso di disoccupazione dal 2003 al 2013 è salito dal 2.9 al 6.1, sono però saliti anche il numero dei dipendenti, il tasso di attività e il tasso di occupazione. Inoltre sono saliti il numero dei dipendenti pubblici, da 42000 a 46000, e quello dei dipendenti nei servizi, da 92000 a 110000. Ma con questi dati dove si trova allora la crisi del lavoro?
La crisi si trova nel lavoro produttivo dove il numero dei lavoratori autonomi è invece calato da 51000 a 48000 (nel 2000 erano 53000), e nel settore industriale che da 59000 oggi si trova fermo ancora a 61.000. Ai minimi anche se in leggera crescita vi sono i lavoratori nel settore agricolo intorno alle 10.000 unità.

Sono dati presi dai rapporti annuali dell'Agenzia del Lavoro provinciale, in parte ancora fermi al 2010, ma che indicano come nella nostra provincia il tasso di lavoro produttivo sia solo una piccola percentuale di quella complessiva. Se la popolazione ammonta a 530.000 abitanti in tutta la provincia, quelli in forza lavoro sono ben 340.000. Ma di questi lavorano solo 230.000. Vi sono 110.000 trentini in forza lavoro che non lavorano. Sono gli studenti, ma anche molte donne. In effetti il tasso di occupazione della provincia di Trento è al 66 per cento, che se superiore alla media nazionale, è comunque inferiore a quello dell'Alto Adige, che si fissa al 73 per cento, e a quello di molte zone industrializzate del nord Italia. Se da questi 230.000 togliamo i 110.000 dei servizi e quelli pubblici, ci si rende conto che uno su cinque lavora nella produzione diretta della ricchezza. In questo conteggio si devono distinguere i lavoratori autonomi che lavorano nel commercio da quelli che lavorano nell'industria.

Che ricchezza producono questi 120.000 lavoratori? Quale massa monetaria accumulano nei nostri istituti di credito? Quanta se ne va in tasse? Quanti redditi si spostano su altre regioni? Può continuare a reggere un sistema economico di questo tipo?
Le domande sono legittime perché chi perde il lavoro tutti i giorni sono i dipendenti delle imprese produttive, mentre quelli dei servizi e quelli pubblici non hanno ancora subito l'onda della crisi se non nel contenimento dei salari. In questo studio manca inoltre la valutazione del contratto di lavoro che per i settori non-produttivi paradossalmente è a tempo indeterminato mentre per quelli che lavorano nei settori industriali molto spesso sono a tempo determinato. Il mondo del lavoro nella nostra provincia appare un gigante dai piedi d'argilla, una piramide rovesciata, dove il numero dei garantiti dovrà essere solidale con chi non lo è, un mondo del lavoro strumentalmente determinato come un bacino elettorale dalla politica, ma che ora dovrà essere forzatamente riformato.