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Il Blog di Marco Zulberti

Posto fisso e professionalità

Posto-Fisso

La ridda di dichiarazioni intorno al posto fisso fatte in questi giorni dal primo ministro Mario Monti e dal ministro Elsa Fornero ha riportato la discussione politica su temi ben più concreti di quelli sulle liberalizzazioni delle licenze dei taxisti, come quello della disoccupazione, ricordando le polemiche che avevano travolto il rimpianto ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa quando aveva definito i ragazzi italiani rispetto a quelli europei come dei "bamboccioni". Qualche anno dopo il ministro Giulio Tremonti invece affermò l'importanza del posto fisso anche li subissato dalle critiche dei ministri del suo stesso governo come Brunetta e Scajola.

Riflettendo a mente fredda però sulla querelle e la retorica che da anni sta affrontando la classe dirigente del paese e dei sindacati, di fatto la quota dei cittadini occupati con il posto fisso sta crollando proprio nel settore privato che dovrebbe essere quello dove invece si formano le professionalità più necessarie alla produzione industriale.

Se infatti i dipendenti pubblici e il terziario in Trentino occupano due posti su tre, non necessariamente questi posti corrispondono anche a delle professionalità efficienti e produttive, ma spesso sono regolamentate in modo ferreo dai sindacati, vedi l'ultimo assurdo scontro sulla liberalizzazione dell'orario di apertura dei negozi, che ormai viene preso come l'accettazione di regole europee necessarie a muovere i consumi e ad abbassare i prezzi.

Su questo si stanno scontrando quindi due culture; da una parte quella della "meno ricchezza più garanzie" più mittel-europea dove il ruolo dello stato è decisamente più forte e dall'altra quella più liberal che invece punta ad esaltare la singola professionalità del cittadino. Senza approfondire il ruolo dello stato come regolarizzare della produzione e dei servizi, soffermiamoci a riflettere quello di "posto fisso". Cosa vuol dire oggi, e cosa voleva dire nel passato "posto fisso"? Il posto fisso infatti si può intendere come semplice "posizione", in quanto lavoro dipendente a tempo indeterminato sia in enti statali, che provinciali e comunali, o in società e istituzioni private oppure come attività come "ruolo", "professione", come "competenza", che invece non si sviluppa solo con il posto fisso.

Il liberismo anglosassone, frutto della rivoluzione industriale inglese del Settecento, reclutava la forza lavoro tra le masse dei diseredati senza terra, e tra gli schiavi resi "liberi" dai diritti dell'uomo emanati dalla Rivoluzione francese e dalla guerra di Secessione Americana. Il neo-imperialismo del commercio internazionale e il controllo delle materie base si basano tutt'ora su questo modello, potremmo dire "grezzo" che ha reso l'uomo un piccolo ingranaggio ricambiabile nei sistemi produttivi. E' un paradosso perché nel caso liberal parlare di "posto fisso" significa garantire il posto a tutti i diseredati in modo analogo a quello che proponevano il modello marxista e quello cristiano-sociale. Ben altra cosa è invece pensare al "posto fisso" nella cultura produttiva storica dell'Europa continentale che affonda la sua forza e identità nel "ruolo", nella "formazione", nella "competenza", di ogni singolo lavoratore, e che nel medioevo erano rappresentati paradossalmente proprio dalle corporazioni dei mestieri, che attribuivano loro anche il titolo di "maestri" e che rendeva impossibile inter-cambiarli tra loro.

Sembra di andare in controtendenza al ragionamento espresso con le liberalizzazioni e tornare quindi ad esaltare le corporazioni.

In questo senso, nella cultura storica italiana del lavoro, si poteva realizzare un'identità tra cittadino e professionalità che non ha mai conosciuto quella liberistica anglosassone, restituendo il senso ad un vivere che non è solo meramente produttivo e "consumistico", ma anche intellettuale e professionale. Nel mondo rinascimentale il lavoro era innestato nella stessa cultura intellettuale. Brunelleschi e Leonardo mentre producevano le loro opere pittoriche, progettavano anche mura e putrelle; nella cultura anglo-sassone liberista invece la cultura è considerata un mondo separato a quello volgare e disprezzato del lavoro.

La modernità ha quindi prodotto una spaccatura tra l'idea di lavoro e la stessa cultura che è all'origine stessa di questa crisi epocale dell'occupazione che effettivamente non si può risolvere con quattro battute superficiali rilasciate ai giornalisti.

Nella cultura i grandi intellettuali sono pertanto delle "fiction", delle finzioni, che vivono nella costosissima New York mentre i diseredati, senza "posto fisso", senza cultura, vengono assunti nei grandi insediamenti produttivi del Maryland o nell'Orange Country. Sono i temi di No Logo espressi da Naomi Klein più di dieci anni fa, e che ora sembrano riemergere con fatica nel dibattito tra governo, sindacati, confindustria e media. Un tema che costringe a mettere a fuoco la deriva economica italiana che un tempo si fondava non sulla ricerca spasmodica del reddito massimo, ma sulla stabilità delle istituzioni e della cura delle proprie mansioni produttive.

Non si tratta di posto fisso, ma di cultura del lavoro fissa. Sarebbe utile un rilancio senza pregiudizi di questo tema fondamentale per comprendere la nostra secolare cultura italiana del lavoro che si fonda proprio sulla difesa delle arti lavorative, condannando invece l'illusione del lavoro flessibile che invece "proletarizza" intere generazioni di giovani, compresi quelli ad alto reddito, che si disperdono nelle multinazionali, da cui non faranno ritorno.