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Il Blog di Marco Zulberti

Asuc: proprietà comune ma privata

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La forte carenza di liquidità che si sta registrando a livello internazionale, sta mettendo in evidenza tutti i limiti di uno stato inefficiente, dell'esorbitante spesa pubblica attuata dalla classe politica, dei costi dei suoi servizi e del livello delle sue tasse. Le comunità schiacciate tra la crisi e la necessità di avere degli utili stanno ritornando così a valorizzare i propri territori, boschi, pascoli, malghe, prativi e arativi e le proprie partecipazioni nei consorzi, nei BIM e nelle ASUC. Se dal centro amministrativo progressivamente arriveranno sempre meno contributi, le comunità saranno costrette a ricercare antiche rendite nel valorizzare il vecchio mondo economico rurale.
Il dominio della moneta sull'economia ha creato due sfere separate, una finanziaria in espansione virtuale fatta di carta e una reale produttiva agricola basata sul consumo e lo scambio in contrazione: di fronte a questa crisi oggi anche i grandi economisti cominciano a proporre una fase meno teorica, in cui prevalga la riflessione rispetto alla legge della domanda e dell'offerta che domina i mercati. Ci si deve rendere conto che si può benissimo risvegliare in un mondo economico agricolo senza moneta, ma che può mantenere in vita decentemente centinaia di migliaia di persone senza collegare i loro destini alle pericolose evoluzioni dei mercati.

La montagna che per secoli ha mantenuto la popolazione trentina deve pertanto tornare ad avere un ruolo economico e per fare questo dobbiamo forzatamente passare per il rapporto costruttivo tra proprietà pubblica e proprietà privata, riflettendo sui fondamenti del diritto in questo campo oggi cruciale. Pochi sanno ad esempio che in Giudicarie le comunità sono proprietarie dell'ottanta per cento del territorio e che lo sono dalla loro fondazione oltre dieci secoli fa.

Il passaggio dalle Pievi alle Comunità aveva costretto i singoli paesi a definire i loro confini e le proprietà di pascoli, malghe e boschi, così vitali da avviare anche scontri legali e fisici tra alcune di loro, come quando una mandria di vacche, sui monti tra Tione e Villa, fu fatta cadere in un dirupo. Quando la comunità contraeva un debito vendeva il legname oppure vendeva i terreni ai privati. In questo modo la proprietà privata si è formata staccandosi progressivamente catastalmente da quella pubblica, o sarebbe meglio dire comunale. Viceversa quando un terreno era abbandonato questo poi ritornava della comunità. Non esisteva la proprietà privata assoluta, ma il proprietario aveva sì diritti di utilizzarlo e sfruttarlo ma aveva anche dei doveri nel mantenere i propri campi e le proprietà che vi erano edificate come case, stalle o fucine. Quando un fondo produttivo veniva abbandonato, veniva riassorbito dalla comunità, che lo affidava a qualche altro artigiano. Gli usi civici erano una tacita regola accettata da tutti con nello stesso modo si regolavano lo sfruttamento delle acque, dei boschi e delle miniere.

Il passaggio della nostra regione trentina al diritto italiano ha provocato una specie di terremoto, perché il fascismo ha introdotto il concetto di proprietà dello stato, da cui la piccola proprietà comunale si doveva difendere. La formazione delle ASUC era funzionale a questo stravolgimento nel diritto della gestione delle proprietà private collettive ora non più delle comunità, distinguendole da quelle dei singoli. Perché mentre oggi le comunità sono diventate comuni fondendo tra loro paesi diversi, le ASUC non hanno subito questo processo di fusione. Il regime fascista che si opponeva alla proprietà comunale, comunitaria, intendeva forzare lo scioglimento di tutte le proprietà private collettive delle comunità con il passaggio allo stato, al demanio. Di fatto il regime aveva una idea di proprietà assoluta fatta solo di diritti, ma non di doveri, che obbliga il proprietario anche ad aver cura dei propri fondi, lavorandoli e mettendoli a frutto. Ed è proprio questo concetto di proprietà assoluta che si colloca alle radici della decadenza agricola che oggi vive la montagna dove il bosco rappresenta una natura, che per quanto bella e sublime, rimane comunque matrigna, perché sta fagocitando i pascoli, gli antichi masi e le stalle.

Lo statalismo, di cui anche il fascismo come il comunismo erano espressione complementari e ideologiche, ha di fatto contribuito a demolire il diritto economico della montagna ad auto-gestirsi tramite le comunità, e tramite gli usi civici, rappresentati dalle ASUC. Gli attuali scontri tra i comuni sui diritti delle ASUC mostrano in pieno la perdita di conoscenza della propria storia che ha subito sia la popolazione trentina, che molti suoi amministratori locali, nei confronti della proprietà privata delle comunità. Immaginiamo solo se oggi si dicesse ai proprietari di tanti siti agricoli produttivi e di tante case di montagna abbandonate che se rimangono senza frutto tornerebbero alla comunità, come si darebbero da fare per almeno falciarle o tenere sano il tetto.

Solo risvegliando questa coscienza che la proprietà non è solo un diritto ma anche un obbligo del proprietario a lavorarla e farla rendere, (per il Mariani, storico del '600,  il nome "rendena" derivava proprio da rendita) sarà possibile riattivare quel secolare importante ciclo economico della nostra montagna che può aiutare la popolazione ancora una volta a superare la crisi.