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Il Blog di Marco Zulberti

Una Europa troppo accessoria. Da una parte il mercato è comune, ma il sistema finanziario è ancora a compartimenti stagni e chiude i singoli paese nelle loro gabbie salariali, fiscali e del debito

Banca centrale europea 1


Il riaccendersi dei dibattiti sull'atteggiamento tedesco nei confronti dei paesi in difficoltà, riapre un tema già affrontato lo scorso anno, ma che probabilmente non aveva inciso a sufficienza la coscienza pubblica. Negli anni che vanno dall'entrata nell'euro alla bolla immobiliare internazionale e non solo americana, all'incirca dal 2002 al 2007, la Germania, grazie al suo profilo industriale e alla durissima crisi che la aveva impegnata dal 1992 per riassorbire l'economia della DDR, la ex Germania dell'Est, aveva goduto già allora della prima fase di iniezione di liquidità, da parte di tutte le banche centrali, e della politica monetaria seguita al crollo delle Twin Towers.

Così mentre una parte di Europa entrava nella bolla immobiliare abbandonando i settori industriali che venivano esternalizzati nei paesi dell'est Europa, se non in Cina, la Germania si riprendeva sfruttando il suo tessuto industriale esportando all'Europa "sborniata" dal mattone, tutti i suoi prodotti più prestigiosi, che vanno dall'auto, ai prodotti elettrici, chimici, strutturali per la casa, che la stessa bolla immobiliare assorbiva.

Sul fronte finanziario nello stesso periodo la semplice entrata nell'euro appariva sufficiente e nessun altro passo avanti veniva effettuato, al punto che nel 2003 gli studenti scendevano in piazza invitando a non fermarsi ad una Europa solo finanziaria, perché in quel momento drammatico di fronte all'invasione dell'Irak, contro cui tuonava lo stesso accorato appello di papa Paolo Giovanni II, non esisteva una idea comune europea sulla politica estera (così come oggi non v'è ancora una posizione comune sul problema dei profughi che giungono dal nord-africa).

Non venne portato avanti alcun tipo di titolo di debito comune, di tassazione delle ricchezze, di unione bancaria, di unione degli eserciti o delle stesse reti di telecomunicazioni. Solo i grandi progetti ferroviari trovavano un piano comune di accordo oppure il paradosso dell'anonimato dei broker nelle transazioni finanziarie sui mercati, o l'introduzione della speculazione che ha poi aperto come una tenaglia gli spread che hanno dissanguato i bilanci degli stati più indebitati. E' vero che le varie classi politiche dei paesi più indebitati, come i greci, gli spagnoli, o gli stessi italiani hanno frenato qualsiasi tipo di riforma della spesa, al punto che si sono dovuti costituire governi tecnici come quello di Monti, per rompere questo muro, ma l'atteggiamento tedesco delle ultime ore nei confronti del taglio dei tassi di Mario Draghi, sta rasentando il grottesco, e mostra con tutta evidenza come i tedeschi, non comprendano come greci, spagnoli e italiani oggi siano trascinati in un vortice depressivo dalla mancanza di massa monetaria disponibile. Non comprendono quale sia lo stato di profondissima crisi di gran parte della popolazione anche italiana.

E sono totalmente errate le considerazioni sulle iniezioni di liquidità delle banche centrali perché se non sono accompagnate da una politica finanziaria comune, come avviene negli Stati Uniti o in Giappone, non fanno altro che spingere ancora più in alto lo schema economico e industriale tedesco, e impoverire quello dei paesi che negli anni 2002 –2007 hanno invece aiutato con le loro spese la ripresa tedesca.

Fino a che i tedeschi non si metteranno in platea ad ascoltare la cronistoria della crisi da parte degli altri paesi, che possa spiegare anche la loro attuale ricchezza, rinunciando anche a quell'atteggiamento pregiudiziale e manicheo colpevolista verso le nazioni del sud Europa, continuerà a manifestarsi ciclicamente lo squilibrio interno all'Europa che è rappresentato da questa complementarietà del ciclo economico europeo tra paesi esportatori del Nord e paesi indebitati del sud.

Di contro anche la formazione di una commissione europea che indaghi sulla politica favorevole all'export tedesco appare altrettanto miope perché non avendo presente questo periodo storico che va dal 1992 ad oggi con i suoi vari tasselli, crisi di lira e sterlina nel 1992 e la crisi della Germania dell'Est, la politica monetaria seguita al crollo delle Twin Towers con l'introduzione dell'euro nel 2002, si perde questa Europa a metà, dove da una parte il mercato è comune, ma il sistema finanziario è ancora a compartimenti stagni e chiude i singoli paese nelle loro gabbie salariali, fiscali e del debito.

Il riscontro di questa situazione drammatica si ritrova negli stessi bollettini rintracciabili sul sito della Banca Centrale Europea. Dove il grafico della massa monetaria disponibile è ancora sotto i livelli del 2002, mentre tasse, tariffe, e costi dei prodotti sono in questi dieci anni aumentati do percentuali che vanno dal 30 al 50 per cento. Vi era l'illusione che il mercato avrebbe fatto rientrare tutti gli eccessi ma il mercato europeo per quanto si dica non è ancora unico.

Mentre così l'indice Dax del mercato azionario tedesco arriva a 9000 ai record di sempre il resto di Europa langue. Forse provocatoriamente è questa la ripresa di cui ci parlano gli analisti finanziari, ma non è quella che può oggi salvare i paesi in difficoltà come il nostro.