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Comunità di Valle: un "sì" con alcuni fondamentali "se"

Giudicarie Tione di trento

Ho appena ascoltato un concerto per pianoforte e orchestra di Mozart: tanti strumenti diversi, ognuno col suo timbro ma tutti con la stessa tonalità, e ciascuno pronto ad immettersi nell'insieme al tempo/battuta giusto e con le note appropriate. Il pensiero è corso immediatamente alla "Comunità di Valle" dove - a mio modesto parere - sta mancando la stessa tonalità e la capacità dell'insieme orchestrale. Da questa emozione nasce questo intervento, forse un po' estemporaneo, motivato dal fatto che varie persone mi "sono saltate addosso" dopo il mio articolo "Io credo ancora nella Comunità". Sono passato per un illuso, un sognatore e un idealista per questo mio credere ancora in un'istituzione pubblica che sembra da non tutti voluta in quanto da qualcuno considerata anacronistica.

Ma credo che il mio pensiero non sia stato fondamentalmente compreso, poiché alla base del mio convincimento e della mia positiva posizione nei confronti delle Comunità di Valle esistevano (ed esistono) dei determinanti "se"; quindi, la mia convinzione/adesione poggiava (e poggia) su una ipotesi, e le ipotesi - in filosofia - si pongono per essere analizzate al fine di trovarne la conferma: ossia se l'ipotesi posta è deducibile per raziocinio, oppure se il raziocinio non l'ammette. I miei convincimenti sulla bontà istitutiva del Comprensorio prima e della Comunità oggi si riferiscono alla possibilità storica delle varie aree periferiche del Trentino - per secoli ed ancor oggi avulse dal centro e fra loro isolate tanto da non ancora vicendevolmente incontrarsi e conoscersi - di avere la possibilità e la forza di esaltare la propria identità e di potersi amministrare in autonomia, a favore dei propri convalligiani, in maniera indipendente da un centro dimostratosi quasi sempre inavvicinabile dalla gente comune delle migliaia di villaggi lontani dal "potere" e dalle sue strutture amministrative.

Su questa convinzione fondavo e fondo la mia certezza di "occasioni storiche" del tutto straordinarie, delle quali si deve approfittare per evitare i continui "fallimenti" che hanno relegato la periferia trentina alla sofferenza cultuale ed economica poiché, come non è coi fallimenti che si sostiene l'economia, così anche nella storia: non è coi fallimenti che si creano migliori condizioni di fare comunità. E fallimenti sono stati la creazione di troppi Comuni negli anni Cinquanta, l'errato uso dei sovracanoni nei Bim, la soppressione dei Comprensori; e tutto ciò a causa, in modo particolare, anche dal fatto di non aver voluto rendere incompatibili fra loro gli incarichi amministrativi nelle rispettive assemblee e consigli. Ed oggi siamo da capo: nuova occasione, ma anche nuova eventualità di fallimento. In effetti qualche volta si constata amaramente che proprio qualche persona che siede nelle assemblee delle Comunità, e quindi chiamata a costruirle, rema contro o perché non ne è convinta o perché non vi mette tutto l'entusiasmo possibile; ma allora viene da chiedersi: perché ha accettato di far parte di una struttura in cui sembra non credere o non avere fiducia? In un consiglio di amministrazione si entra per far funzionare un determinato ente; oppure si entra per non farlo funzionare a dovere o addirittura per distruggerlo? Per me ci sarebbe una contraddizione di termini. Purtroppo si va constatando - specie attraverso la stampa - che certi ostacoli e qualche freno siano posti in essere proprio da qualche Sindaco di qualche Comune: forse gli stessi che potrebbero avere sulla coscienza una certa falsa interpretazione nell'amministrazione dei sovracanoni dei Bim e la stessa non realizzazione dei Comprensori.

Ed ecco allora i miei "se" (l'ipotesi) che potrebbero essere così espressi: se chi ha il compito di attuare la legge istitutiva delle Comunità non riesce a porre tempestivamente in essere tutto ciò che era previsto, allora tutto fallisce; se il legislatore e tutti gli interessati non si convincono che asse portante della Comunità è l'Assessorato alla Cultura quale fautore del reperimento dell'identità socio-culturale e territoriale di ogni singola Comunità, allora...; se i dirigenti ed i dipendenti degli Assessorati provinciali fanno di tutto, usufruendo della forza della burocrazia, per rallentare i primi passi delle Comunità, allora...; se alcuni componenti delle Assemblee delle Comunità, anziché aiutare a costruire il da farsi ostacolano gli sforzi di chi si impegna per realizzarle al meglio possibile, allora...; se i Sindaci dei 217 Comuni si ostinano a non capire che i loro rispettivi Comuni puramente amministrativi sono parte integrante di un preciso territorio geografico e socio-storico, allora...; se i giornalisti che hanno in mano i mass-media preferiscono "distribuire" notizie/informazioni/interventi contro le Comunità anziché farsi essi stessi parte costruttiva delle Comunità, allora...; se i collaboratori della stampa quotidiana e periodica anziché elaborare un pensiero costruttivo e onestamente intellettuale (come già, però, alcuni di loro stanno lodevolmente facendo) partono già dal presupposto che le Comunità non hanno la loro ragione d'essere, allora...; se una certa parte dell'opinione pubblica, per un complesso di cause (fra cui la non corretta, precisa ed approfondita informazione), non ha fiducia nella Comunità e non ne vede, né ne sente la necessità, allora...

Ma se al posto dei "se" mettessimo tutto un favorevole agire positivo e unitario per costruire tutti insieme le Comunità di Valle "come Dio comanda", forse avremmo per l'ultima volta nella storia la possibilità giuridica di dare voce, consistenza e forza socio-economico-culturale alla identità delle singole popolazioni delle Giudicarie, della Val di Ledro, del Basso Sarca, della Valle dei Laghi, della Val di Sole, della Val di Non, della Val di Cembra, della Val di Fassa, della Val di Fiemme, della Valsugana, del Primiero, della Val dei Mocheni e di qualsiasi altra "oasi" periferica di finalmente studiare e definire a fondo la propria identità territoriale, in piena autonomia e libere dalla necessità, soprattutto burocratica, di dover dipendere unicamente, sempre e solo dal "centro".

In economia c'è chi sembra preferire i "fallimenti" per fare i propri interessi o perché vittime della propria incapacità; forse anche in politica c'è chi supinamente accetta, per taciti interessi o per malcelata impreparazione, anche i "fallimenti della storia"; ma, in tutti e due i casi, chi "paga" e ne soffre le conseguenze è sempre la povera gente che "strùscia" di giorno e di notte per tirare avanti.

Mario Antolini Musón