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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Nonni e nipoti. «Diventare non barbosi e inascoltati esaltatori del nostro passato ma veri punti di riferimento e punti di verifica come dovrebbe essere lo studio della storia»

nonni e nipoti

In pochi giorni mi sono trovato sulla scrivania due interessanti volumi della massima attualità che hanno coinvolto direttamente anche i miei 92 anni. Il primo è "Nuovi nonni per nuovi nipoti: la gioia di un incontro" (di Silvia Vegetti Finzi), e l'altro :"La fatica di crescere: valori smarriti per un'adolescenza da ritrovare" (di Vittorino Andreolli). Due perle che mi hanno portato a riflettere su quel "poco o tanto" che noi vecchi possiamo ancora contare nel contesto di una società che all'apparenza ha estromesso ed estraniato (emarginato) gli anziani dalla vita sociale, mentre li ha mantenuti in tutte le istituzioni in cui vi è qualcosa da guadagnare (in potere ed in soldi!).

A parte le illazioni cattive, eccomi al nocciolo della questione. Nel primo volume trovo scritto che gli anziani intervistati hanno detto che «non esiste più nessuna saggezza e la nostra vita, per quanto sia stata e sia buona, non può essere proposta come esempio a nessun; non ci sono prototipi: i nostri nipoti affrontano un'altra realtà, hanno problemi diversi rispetto ai nostri». Enunciati che fanno riflettere e che portano ad un maggiore isolamento, anche psicologico; e tanto maggiore nell'amara constatazione che sono venuti a mancare anche i momenti di "convivenza" diretta tra anziani ed adolescenti e giovani.
Io penso che quest'ultimo aspetto prevalga sul primo, ossia l'effettiva mancanza di trovare modi e tempo di "stare insieme". Infatti mi sono accorto favorevolmente che se le circostanze ed i tempi di approccio con i giovani sono favorevoli è ancora possibile dialogare con loro e, quindi, si riesce a far sì che «la saggezza più che un momento da tramandare, consiste nell'impresa stessa di ricordare, conservare, trasmettere il passato». Ho constatato, tuttavia, che non si può più "imporre" quello che per noi era certo e dovuto, ma che si può soltanto "far conoscere", ossia intraprendere dei dialoghi conoscitivi durante i quali sono più le domande che fanno gli adolescenti che non i "dettati" che potrebbero scaturire dai nostri ricordi e soprattutto dalle nostre convinzioni.

Noi anziani - per chi vuole, e quando si può - siamo diventati soltanto dei libri o addirittura dei dizionari che i giovani sfogliano alla ricerca di qualcosa che non sanno o di qualcosa che loro vogliono imparare, e non che noi vogliamo insegnare. Mi ricordo - da maestro di scuola - le grandi dissertazioni sul problema se nella scuola è l'insegnante che deve insegnare, od invece è l'alunno che vuole imparare: due atteggiamenti del tutto diversi che oggi si pongono fra vecchi e giovani, fra nonni e nipoti. Ed infatti il primo volume citato mi dice che «che tra il troppo e il niente, i nonni possono svolgere una "educazione debole", dove la saggezza non risiede tanto nel contenuto quanto nel dialogo; non è comando, ma riflessione e, contro l'assolutezza del mito, senso del limite e della misura».

Ed ecco l'altro insegnamento che ci giunge dalle pagine di Vittorino Andreolli, il quale parla delle "parole per crescere" che si trovano nei vocabolari e che lo studente «intende studiare per prepararsi al viaggio della vita (...) diventando termini propri dell'adolescenza e in cui chi la sta vivendo può ritrovarsi, specchiarsi, riflettere se veramente quella parola lo riguardi, se abbia un significato per lui e magari se il significato che gli attribuiva prima è diverso da quello che invece viene riportato in questo o in quel vocabolari». E non può essere che questa la posizione che noi vecchi possiamo assumere a favore dei nostri nipoti e degli adolescenti e giovani che per caso abbiamo la ventura di trovare lungo la nostra strada. Diventare non barbosi e inascoltati esaltatori del nostro passato (comunque sia stato) ma veri punti di riferimento e punti di verifica come dovrebbe essere lo studio della storia.
Allora abbiamo ancora ragione di "essere in società" con gli altri e per gli altri, e di avere ancora una voce che può essere ascoltata e capace di darci qualche ultima regione di vita che può diventare pure motivo di soddisfazione.
Quell'illuso del Musón