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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Invecchiare, bisogna imparare ad accettare ed a manovrare il crescere degli anni. Ma credo che ciò non sia per nulla diverso dall'imparare a vivere

invecchiare

Quando penso a ciò che significa invecchiare mi viene in mente il riferimento ai vecchi mal vissuti di manzoniana memoria: immagine letteraria che quasi spiega il decadimento e la bruttezza fisica con il degrado morale di una vita non vissuta in pienezza. Ciò mi serve da monito ed avvertimento: mal vissuti lo siamo tutti... a certe condizioni! E allora penso che il problema non è tanto l'invecchiare, poiché ciò avviene per naturale avanzamento del tempo, ma il come invecchiare, cioè il modo con cui io affronto il fatto del mio personale invecchiamento.
Non si diventa vecchi di colpo e neppure senza accorgersene. È qualcosa che cresce e matura dentro di noi abbastanza lentamente, fin dal momento in cui veniamo al mondo. È qualcosa di vivo, uno sviluppo, un processo che non ha soste, e che si interrompe soltanto per chi ha la sventura di vedere stroncata la propria esistenza prima dell'età considerata avanzata. Tuttavia dobbiamo ammettere che soltanto quando si sono accumulati parecchi decenni cominciano ad entrano in gioco tanti fattori propri di un determinante cambiamento di vita: il pensionamento, la salute, i figli che se ne sono andati e che ci hanno fatto diventare nonni e nonne, l'essere usciti dalla vita sociale attiva, magari l'essere rimasti soli....

Tutte cose che si mescolano e si confondono, creando situazioni nuove, dinamiche in movimento assai diverso da quello della vita attiva e produttiva (in senso economico). Situazioni indubbiamente negative, ma che vanno aggredite, combattute, vissute fino in fondo con positività ed in atteggiamenti del tutto positivi. Infatti si è cominciato a dire: «La vita comincia a sessant'anni!» data ormai l'evidente raggiungimento degli 80-90 anni da parte di una sempre fetta maggiore del consorzio umano (almeno in Occidente).

Indubbiamente bisogna imparare ad invecchiare e soprattutto ad accettare ed a manovrare il crescere degli anni. Ma credo che ciò non sia per nulla diverso dall'imparare a vivere. Non si tratta di conoscere il sistema previdenziale o dove sono i servizi per gli anziani. Anche questo, certo. Ma soprattutto bisogna imparare a convincere noi stessi, a conoscerci sempre meglio, ad accettarci per quello che siamo e per quello che ancora riusciamo ad essere, a fare ed a far fare. È lo stesso sforzo che deve saper fare l'adolescente che si affaccia alla vita pieno di tragiche paure e incombenti minacce; è lo stesso impegno che deve mettere in evidenza chi impara un mestiere, chi mette su famiglia, chi deve misurarsi con i problemi della società e della comunità; è l'azione di chi fa i conti con il mondo che cambia, fuori e anche dentro di sé; è lo sforzo che compie l'adulto per riuscire a rispondere ai propri compiti in società ed in famiglia.

Rovesciando l'immagine manzoniana, potremmo dire che il vecchio ben vissuto è quello che è presente nel suo tempo: lo vive, lo ama. È – uomo o donna - in pace con sè stesso, conscio della sua realtà, con limiti e pregi legati alla propria età, ricco di un'umanità incarnata attraverso un'esperienza che di anno in anno si fa sempre più lunga, ma anche sempre più ricca ed incisiva. Invecchiare non diventa nient'altro che una tappa di una stessa vita, un'età in cui c'è ancora tanto da imparare, da scoprire, da vivere in un anelito che non dovrebbe avere soste di sorte.


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Tutte considerazioni che hanno in se stesse una loro validità e concretezza; tuttavia vi è un aspetto - non solo dell'anzianità - che richiede una visuale del tutto diversa, poiché... i ma non mancano mai! Infatti mi sento alle spalle qualcuno che mi sussurra: «Belle parole; è facile scrivere, è facile trovare parole e parole da sottoporre agli occhi stanchi di tanti vecchi e vecchie. Ma sapessi quanto è difficile avere "aneliti in positivo" quando il dolore ti logora le carni, quando la solitudine ti avvilisce, quando devi affrontare situazioni impensabili e veramente insormontabili!». Parole del tutto meritevoli di profonda considerazione, ma chi potrà mai avere parole convincenti per chi soffre e per chi è solo?. Sono anni ed anni che vado cercando nei libri ed in me stesso parole adatte ai sofferenti ed ai soli, ma per quanto mi sforzi in ogni direzione non riesco proprio a trovare la soluzione all'assillante interrogativo: «Chi sa consolare ed aiutare efficacemente e fattivamente i sofferenti ed i soli?».