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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Riscoprire e far rivivere il passato. Lettera aperta ai Giudicariesi

verso la Pietra grande - malga - foto Archivio Matteo Ciaghi

Dal già raggiunto momento di staccarmi dal territorio che mi ha visto nascere, mi ritrovo spesso - nel mio intimo - a rivedermi sal mónt a quàtre agn có' le vàche, col prato da segare, con la fóia da tór su per él lèt dele bèstie...; oppure entà l'òrt a seminare le patate od a raccogliere la salàta!
Momenti di vita legati alla terra, alla nostra terra, così ospitale nell'accoglierci a coltivarla, e così pronta a darci il frutto che da essa scaturisce. Ed è stato così per secoli, specie quando non c'erano i negozi e bisognava vivere con quello che la madre terra, stagione dopo stagione, era sempre pronta generosamente a donare.

Oggi -2013 - tutti gli abitanti delle nostre stupende vallate, bagnate dalla Sarca e dal Chiese, parlano di crisi, ma la gran parte si è dimenticata di riconoscersi in quelle incalcolabili e non ancora finite generazioni, che hanno avuto ed ancora a disposizione un territorio "goduto in comune" e che ha dato sostegno di vita ad un'infinità di gente, capace di mantenersi strettamente legata al proprio pezzo di terra, rivendicato, paese per paese, in diretto rapporto con gli abitanti del paese vicino. Io penso che - almeno per i Giudicariesi qui nati, qui vissuti e qui domiciliati con una casa propria ed én tòc de òrt arént a cà' e magàri ànca có' na cà' sal mónt - vi sono ancora tante famiglie che, se sono capaci di far risuscitare quello che era l'attaccamento del convalligiano al proprio territorio (sia privato che goduto in comune), hanno la possibilità di godere di una immensa ricchezza quotidiana da sfruttare per la propria sussistenza.
Penso con tristezza a coloro che qui sono giunti e si sono procurati soltanto un appartamento in affitto e nulla più; ma anche questi ultimi hanno a disposizione il territorio comune, diventandovi partecipi per merito della sola residenza: una volta non era così, perché erano considerati solo "forestieri" ed il godimento del "territorio in comune" dovevano acquistarlo attraverso il versamento di una determinata somma, quale riequilibrio delle giornate di lavoro dei "vicini" (gli abitanti da sempre) che, per secoli, avevano dovuto dare mensilmente e gratuitamente alla comunità per la conservazione ed il riassetto del territorio.
Mi viene da paragonare la crisi vissuta qui, con quella che stanno vivendo gli ultimi arrivati, dal 1950 in poi, nelle grandi città: povera gente chiusa in appartamenti di poche decine di metri quadrati, magari in un grattacielo di chissà quanti piani: soli, senza cortile, senza giardini, senza terreno da calpestare in tranquillità. E noi qui, in Giudicarie, con 1171 chilometri quadrati di superficie da poter "possedere e godere in comune", con la piena libertà di muoverci nella nostra "Comunità di Valle", addirittura giuridicamente riconosciuta, che - attraverso i 91 comuni catastali - possiamo ancora ritenere "nostra" ed assaporarne l'entità e l'essenza senza bisogno di alcun permesso.
Non è meraviglioso constatare che possiamo uscire di casa ed in pochi chilometri trovarci in una delle nostre accoglienti valli, o nelle gole dell'Adamello-Presanella o del Brenta, o sulle rive del lago d'Idro, o nella piana del Lomaso, o fra il verde della Rendena, o nell'accogliente Banale? Siamo solo 35 mila abitanti, meno di un rione di città: 13 mila nel Chiese, 8.000 nella Busa di Tione. 8.000 in Rendena, 8 mila nelle Esteriori; potremmo essere accatastati in pochi grattacieli! Ed invece non ci rendiamo conto di essere ancora in un paradiso terrestre nel quale possiamo muoverci in piena libertà, e non siamo stati ancora capaci di uscire dai propri limitati confini per andare a "palpare con mano" le innumerevoli bellezze di un invidiabile territorio.
Come nei secoli della miseria i nostri allevatori hanno percorso tutte le strade delle Giudicarie per ritrovarsi con il proprio bestiame alle fiere-mercato di Pinzolo o di Storo, del Bleggio o del Lomaso, di Tione o di Roncone - senza dimenticare la "vita randagia" in tempo di guerra per andare alla ricerca di una patata! - possiamo ritrovare, proprio a causa della crisi attuale, delle sostanziali motivazioni per riappropriarci del legame stretto con tutto il nostro territorio (ed i suoi abitanti) e di saperlo ancora "sentire" pulsare nelle nostre vene, e vivificarlo con la solerte attenzione di chi è convinto di possedere un tesoro inalienabile... con tutto il suo carico di storia e di usi e costumi.
Non sprechiamolo in false posizioni contrapposte, in bèghe da paés, in diversità di vedute che lé podrìa spacàr sù tut: stóm ensèma, che ghè tut da guadagnàr!
él Musón