Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Il punto del giorno: Serve una costante responsabilità nel saper rispondere all'impegno integrale del concetto di "paesaggio" che associa il territorio alla società...

Pieve di bono Bono Por - Floriano Menapace
Nel fondo di Ugo Morelli sul "Corriere del Trentino" del 23 aprile si legge: «Il richiamo ai paesaggi della nostra vita e alla nostra situazione attuale ci induce a domandarci come stiamo affrontando i nodi sul tappeto. Se stiamo concorrendo a trovare la via per limitare il dominio umano sull'ecosistema di cui siamo parte, oppure se viviamo gli sforzi in tal senso, anche a livello di governo locale, come un fastidio, un ostacolo alla nostra finta libertà di agire come ci pare. Il problema del modello di sviluppo non può essere lasciato a posizioni ideologiche ed estreme che, mentre appagano le nostre ansie con botte emotive, lasciano le cose come stanno. Perché le cose, si sa, non rimango immutabili, ma cambiano sotto i nostri occhi, e non in meglio. (...) Considerarci fuori dalla natura è sbagliato e pericoloso. Non si può leggere l'evoluzione dei paesaggi della nostra vita - intesi come sintesi tra aria, acqua, suolo, risorse, tecnologie, insediamenti umani artefatti - se non in termini di stretta integrazione tra "Natura" e "Cultura". Non serve, perciò, sentirsi né superiori, né colpevoli, ma responsabili».

Considerazioni quanto mai attuali e che, per noi Giudicariesi porta il nostro il pensiero a correre a quanto si sta illustrando e dibattendo in sede di Comunità di Valle su tematiche quanto mai impegnative, come: "quale futuro per l'economia delle Giudicarie", "indirizzi per lo sviluppo sostenibile", "piano energetico ambientale", "paesaggi rifiutati", "fondo unico territoriale", "piano energetico ambientale", "piano territoriale giudicariese". Tutti argomenti che hanno necessariamente bisogno di ampi dibattiti, ma soprattutto, ed a monte, di indagini e studi che vanno ben oltre alle poche ore delle "conferenze" e degli "incontri". Si parla spesso di "laboratori": ma questi presuppongono un lungo lavoro di approfondimento e di vicendevoli collaborazioni: un qualcosa che, almeno all'apparenza, non risulta debitamente programmato con persone preparate e qualificate ed in perfetto contatto con le popolazioni destinatarie dei provvedimenti che vengono poi presi in alto loco per essere paracadutati sul territorio, sui centri abitati, nelle sedi operative del lavoro.

Identico discorso per il discusso problema delle "fusioni dei Comuni". Sulla carta, ed a parole, sembra un qualcosa di immediatamente fattibile, mentre presuppone idee chiare e ben calibrate per veramente "perfezionare" il perfezionabile e per prevedere adeguatamente le nuove situazioni che si presenteranno e che avranno bisogno di essere ben previste e che, perciò, presuppongono la capacità di essere nelle condizioni di saperle superare.

Proprio nei giorni scorsi, nel nuovo Comune di Comano Terme, sono stati evidenziati due specifici aspetti del tutto particolari: la necessaria presenza dei rappresentati responsabili delle popolazioni delle singole frazioni (se ne elencano ben 21!) che compongono il Comune, e la "polemica" sull'impegno delle risorse nelle due distinte aree del Bleggio e del Lomaso. Problematiche che non appaiono nel decreto costitutivo della "fusione" dei due precedenti Comuni, ma che andavano studiate e previste con largo anticipo per evitare la "corsa" nel doverle affrontare nel momento del loro "farsi sentire".

Ha ragione l'articolista Morelli: non si tratta di sentirsi superiori (= persone presuntuose di sapere già tutto quello che si fa), né colpevoli (= persone ormai impegnate nel fare), ma responsabili: ossia previdenti nel provvedere in anticipo al fare meglio ciò che fa fatto e sempre pronti alla costante responsabilità nel saper rispondere all'impegno integrale del concetto di "paesaggio" (territorio e società) mantenuto nel suo perfetto equilibrio pur nella sua costante evoluzione.