
Ormai il dado è tratto: la mezzanotte ha segnato il trapasso del tempo da un anno all'altro e gli uomini si illudono che sia finito qualcosa e che si sia entrati in qualcosa di nuovo. Illusione delle illusioni. L'umanità, cercando di segnare il tempo con i mesi e con gli anni, ha confuso la necessità di avere chiari e precisi punti di riferimento matematici a cui riferirsi per la propria età e per segnare le tappe della storia, e conseguentemente ha voluto dare anche significato di veri e propri distacchi e di sostanziali cambiamenti da una data all'altra. Così al Capodanno danno il significato di un reale e possibile cambiamento dal peggio al meglio, dal meno buono al buono effettivo, dal cattivo al bello.
Fosse vero, fosse possibile! Anche quest'anno, prima della mezzanotte ancora disgrazie, ancora tragedie nei cieli e nei mari, nelle città e nelle case, problemi aperti ed insoluti nel pubblico e nel privato... e tutto ciò è rimasto intatto all'alba del primo gennaio, per di più con nessuna certa speranza che qualcuno cambi registro, che qualcosa cambi in meglio, che i tanti problemi irrisolti risultino risolti.
Cominciamo il nuovo anno avvolti più dall'ansia che dalla speranza; i vicendevoli auguri, pro forma o reali, si sono già dileguati nella quotidianità più piatta e ciascuno è rimasto coi propri problemi irrisolti: chi senza lavoro ancora senza lavoro; chi ammalato ancora ammalato; chi in povertà ancora in povertà; chi in difficoltà di lavoro ancora nelle stesse difficoltà; chi con i tanti dubbi in corpo ancora con i suoi dubbi senza risposta; chi proteso al meglio ancora sulle spine perché l'avvenire appare vuoto.
Tutti hanno declamato e conclamato segni di nuovi orizzonti, di cieli illuminati da nuova luce, di aurore e tramonti paradisiaci ed eccoci, invece, tra le nebbie delle incertezze, tra la morsa delle difficoltà, sospinti dalla necessità impellente "de vegnérgnen fò". Ma è forse questo il messaggio vero del nuovo anno 2015: rinnovare, ciascuno in se stesso, quella forza di volontà necessaria per non attendersi nulla da nessuno, ma di trovare in se stessi quelle energie nascoste, ma presenti, che diventano potenzialità operative e salvifiche, come lo sono state per tante generazioni passate che hanno dovuto vivere situazione ancora più difficili delle nostre.
Abbiamo appena concluso l'anno centenario commemorativo dell'inizio della prima Guerra Mondiale. Chi ha voluto ha potuto rievocare e conoscere meglio la definita "inutile strage", che non solo ha lasciato dietro di sè milioni di Caduti, ma anche una sequenza infinita di dolori e di vittime in tutti i sensi. Anche noi stiamo attraversando una nuova guerra - la crisi economica e sociale -, che ci trasciniamo dietro dall'anno appena finito e non certo interrotta alla mezzanotte del nuovo anno. In questa situazione forse è possibile trarre dalle considerazioni che ciascuno sta facendo e dalle feste del Capodanno appena finite, la spinta a rinnovare il rinnovabile, a rinforzare il rafforzabile, a rendere possibile ciò che ancora non è stato possibile. Quel "vegnérgnen fò" può diventare il segno simbolo dell'anno nuovo: un auspico, ma ancora di più una vera sostanziale spinta interiore – e soprattutto sociale a tutti i livelli – che ci ponga tutti insieme a remare con più forza, con più fattiva collaborazione, con più capacità di "lavorare con" e di far scomparire il "lavorare contro".
Anche le Giudicarie si trovano sull'orlo di una possibile disfatta, perché lasciata sola in periferia e quasi abbandonata a se stessa; ma, purtroppo, anche in mano a Giudicariesi che fanno fatica a "lavorare con"; il "contro" è ancora prepotente e diffuso, tanto che rischia di renderci più poveri di quello che già siamo. Abbiamo in possesso collettivo la ricchezza di bellezze naturali incomparabili, di un ambiente fantastico e di potenzialità, sociali e personali, innegabili. Ma abbiamo bisogno del "con".
Ho scritto una poesia in dialetto intitolata: "Ensèma e arént": tutti insieme ed uno accanto all'altro. Possa essere il convinto augurio di un vecchio ma appassionato giudicariese, ossia l'auspicio sincero e cordiale di quell'illuso del Musón
Ensèma... e arént
Èser ensèma e capìrse...:
... él par gnént e l’è tut...
Entàl star ensèma
l’è podér avérghe vergùgn arént
che ti té ’l vàrde ’ntà i òč
e ànca èl ’l té vàrda e ’l té scólta
perchè ’l té làsa parlàr
e ànca ti te ’l làse dìr tut quèl che ’l vól.
Enséma... sé sé fa compagnia
ànca senza parlàr
ànca sól per én minuto:
ensèma sé sé sént sal stès sentér
e se camìna tegnéndose per ma’...
“Ensèma” e “arént”:
dóe paròle da seitàr a vìver!
Tió’, quàter de genèr del quatòrdes.
Mario Antolini Musó’