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Notizie dal Trentino

Il debito pubblico, il male dell'Italia: misure austere, no all'eccesso di zelo

«Misure come il pareggio di bilancio in Costituzione rischiano di farci rincorrere la recessione, così come ulteriori tagli di spesa. Va bene rientrare ma non bisogna eccedere nello zelo». L'analisi e la critica dell'economista Giuseppe Pisauro, che ricostruisce la storia del debito pubblico italiano tra luci e ombre. «Gli impegni con l'Europa vanno rispettati, ma quella del pareggio di bilancio non deve essere una misura strutturale». La crescita del debito è da ricercare nella mancata sincronizzazione tra aumento della spesa e aumento delle entrate.

L'evoluzione del debito dice molto sullo stato di salute di un'economia. Il suo andamento ha importanti implicazioni distributive tra le varie generazioni. Di debito, inflazione e misure per superare la recessione si è parlato oggi nell'ambito del Festival dell'Economia di Trento nell'incontro con l'economista Giuseppe Pisauro, rettore della Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze "Ezio Vanoni" che si è tenuto alla Facoltà di Economia dell'Università di Trento. Un problema, quello del debito pubblico che – come ha spiegato nel suo intervento Pisauro – che l'Italia, a differenza degli altri Paesi europei, ha conosciuto ben prima di questa crisi globale, con un rapporto debito pubblico/Pil che nel corso della sua storia unitaria ha superato il 60% in 111 anni su 150 e il 100% in 56 anni su 150.
«La causa originaria della crescita del debito sta nella mancata sincronizzazione tra aumento della spesa e aumento delle entrate – ha spiegato Pisauro. La crescita della spesa pubblica inizia nella seconda metà degli anni '60. È frutto di grandi riforme che riguardano l'istruzione, la previdenza, la sanità. Ad esempio, la scuola media unificata, il sistema pensionistico retributivo, il servizio sanitario nazionale: in una parola, la costruzione di un welfare state. La crescita delle entrate, invece, inizia solo dopo la riforma tributaria del 1974».
«Le variabili cruciali – aggiunge Pisauro – sono il tasso di crescita del pil e quello di crescita del debito e la forbice tra di loro. A incidere in questo rapporto sono però anche gli interessi: sono questi ad aver determinato l'allargamento della forbice a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. La prima metà degli anni '60 e '70 e gli anni '80 sono stati i periodi di più intensa crescita. Negli anni '70 e '80, il disavanzo (l'indebitamento netto) è notevolmente aumentato. In una prima fase, a partire dalla fine degli anni '60, l'aumento è stato determinato dalla componente "primaria": nel 1975 il disavanzo primario tocca il livello record (8,1%). A questo punto, il debito accumulato è già diventato significativo e il suo servizio richiede una crescente spesa per interessi. Negli anni '80, nonostante il dimezzamento del disavanzo primario, il debito cresce sempre più velocemente alimentato proprio dalla spesa per interessi. Negli anni '90 si è iniziato a realizzare un rilevante avanzo primario, che si è riflesso in una diminuzione del disavanzo complessivo e, in un secondo tempo, dopo l'ingresso nell'Unione monetaria europea, della spesa per interessi. Negli ultimi sessanta anni, l'incidenza della spesa delle amministrazioni pubbliche sul PIL si è raddoppiata, passando dal 24 per cento del 1951 al 52,5 del 2009 al 50,5 del 2011. Nel 2015 è prevista al 49,1%».
«Nel periodo 1992-2007 – prosegue Pisauro – si assiste ad un mezzo risanamento: dal 1992 si inizia a realizzare un rilevante avanzo primario e dal 1994 il debito/Pil inizia a scendere. L'ingresso nell'Unione monetaria europea fa scendere rapidamente la spesa per interessi (il dividendo dell'euro) e il debito/Pil diminuisce più rapidamente. Ma all'inizio degli anni 2000, l'avanzo primario si riduce, fino ad annullarsi nel 2005. Gli anni 2000 rappresentano invece un'occasione perduta. Tra i Paesi europei che hanno ridotto il debito pubblico nel periodo 2000-2007, l'Italia è l'unica ad averlo fatto aumentando le spese e diminuendo le entrate. L'avanzo primario è sceso dal 6,7% del 1996 allo 0,2% del Pil nel 2005, quindi la diminuzione del debito è stata relativamente modesta (da 113,7 nel 1999 a 103,5 nel 2007 subito prima della Grande recessione)».
Ma com'è cambiato l'andamento della spesa in termini reali? «Al netto dell'andamento dell'inflazione – spiega Pisauro – negli anni Ottanta la spesa pubblica è cresciuta del 4%. Poi, all'inizio degli anni Novanta si è registrato un calo per alcuni anni, ma con l'ingresso nell'Euro e per una decade si è visto un nuovo graduale aumento, arrestato solo da un paio di anni a questa parte. La previsione oggi è quella di avere una spesa pubblica decrescente costante in termini nominali per i prossimi anni: un'anomalia positiva nell'andamento italiano, anche rispetto alla situazione internazionale, ma forse tardiva. Per il futuro, tutto ruoterà attorno al nuovo Fiscal compact, un pacchetto di regole europee che introduce varie novità e impone alcune misure piuttosto rigide. La più significativa riguarda la riduzione del rapporto debito pubblico/Pil (verso il 60% del Pil) che deve essere graduale e costante e la misura del pareggio di bilancio in Costituzione. Misura che in Italia è stata varata con l'obiettivo del 2014. Se lavoreremo bene ci potremmo arrivare nell'arco dei prossimi vent'anni. Ma il problema è che per arrivarci, la regola del pareggio di bilancio potrebbe costituire un eccesso di zelo, così come ulteriori tagli alla spesa. È paradossale ma, rientrando troppo rapidamente, si rischia di rincorrere la recessione, invece di generare ulteriori benefici sull'andamento dell'economia. Certamente dobbiamo rispettare gli impegni presi con l'Europa, ma il pareggio di bilancio deve essere considerato una misura non strutturale, per evitare di bloccare lo sviluppo e di consegnare alle generazioni future un onere ancora maggiore».

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