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Armando Aste, un uomo fuori dal comune. Il ricordo di Ennio Lappi

Aste 2 b

Accolgo con piacere l'invito dell'amico Matteo Ciaghi di scrivere qualcosa in ricordo del grande alpinista da poco scomparso. Ricordi preziosi, nulla di più appropriato che il titolo di questa pagina del Quotidiano delle Giudicarie per dare il mio contributo alla memoria di un amico. Ricordi preziosi quelli che mi passano per la mente, che rimarranno per sempre nel cuore come sprazzi di luce nel buio. Per carità, nessun panegirico, nessuna apologia, Armando non vorrebbe, di lui si è scritto molto in questi giorni tanto che lui di lassù se ne sarà schermito come faceva sempre quando riceveva lodi o complimenti, "...ma valà - diceva - io non ho mai fatto nulla di eccezionale perché non ho mai cercato l'estremo". Certo che l'estremo non l'avrà mai cercato, ma quel che non gli mancava di certo erano la modestia e la costanza nel perseguire l'obiettivo, qualità che lo hanno portato in alto, molto in alto. Era un uomo buono, di grande intelligenza e grandi orizzonti, molto religioso e ligio ai fondamentali principi della vita che richiedono innanzitutto il rispetto per la vita e per tutto ciò che ci sta intorno. Lo incontrai per la prima volta quando per conto del "Gruppo Amici della Montagna" per il quale progettavo escursioni e gite, tramite un comune amico lo invitai a venire da noi a Martignano a raccontarci qualcosa delle sue scalate. Subito accettò e ci mettemmo d'accordo, ma quando accennai al doveroso compenso scosse la testa e sorrise: "te par che gabia bisogn de soldi?".

Naturalmente la serata fu un successo, ma colpirono soprattutto la sua umiltà, la preparazione, la dialettica pulita, impeccabile, parlava di getto come se avesse sotto gli occhi un libro stampato, rispondeva alle domande dei moltissimi appassionati in sala senza alcuna esitazione, precisando dettagli, correggendo inesattezze, puntualizzando con decisione le sue idee ed il suo modo di essere e vivere la vita. Dopo qualche tempo ci ritrovammo e gli chiesi un consiglio su chi invitare per una nuova serata di alpinismo a Martignano, gli dissi che avremmo pensato a Cesare Maestri, ma qualcuno aveva subito obiettato che un tale personaggio non sarebbe di certo venuto da noi. Lui sorrise e disse: "Dai che ghe penso mi, ghe telefono mi".

Detto, fatto, il giorno seguente, con grande sorpresa ricevetti la telefonata di Maestri che mi chiese cosa volevo. Con soggezione gli spiegai la cosa e lui fu subito d'accordo: "Ma varda che mi costo caro" mi disse, ed io risposi che mi dicesse quanto voleva, che di sicuro avremmo fatto i salti mortali per averlo da noi. Lui allora scoppiò a ridere e disse: "Va ben valà, se se amizi dell'Armando vegno gratis che gò piazer" e fu così che conobbi anche il Cesare e compresi anche il profondo legame di amicizia che legava i due più grandi alpinisti che la nostra terra abbia mai avuto, uno laico e libero pensatore e l'altro profondamente religioso.

Armando Aste 3

"Del Cesare se poderà dir de tut, ma se disè malvagità no ste dirle quando che ghe son mi." Da allora i nostri rapporti continuarono, ma con parsimonia, sapevo che non era in gran forma e che era molto preoccupato per la malattia del fratello; lo incontrai un paio di volte alla SAT e altrettante all'infermeria dei Francescani di via Grazioli dove veniva a visitare un cugino fra Casimiro Frapporti, ma ci sentivamo per telefono, un saluto veloce, gli auguri nelle festività, quattro chiacchiere e nulla più.
Armando sapeva che il Cielo gli aveva concesso più di quanto si aspettasse, ma la frase che gli piaceva di più sull'argomento era: "Mi no go miga paura de morir, ne ò vist de tuti i colori, ma no gò miga pressa savé...". Se ne è andato in silenzio, senza disturbare, come era nel suo carattere e nella sua natura, lasciando in me un caro ricordo e l'orgoglio di averlo conosciuto.
Ennio Lappi

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