Giudicarie.com

il quotidiano delle Giudicarie

Mar10162018

Last update08:37:48 PM

Font Size

Profile

Menu Style

Cpanel

Uomini sull'Alpe. Racconto di caccia ed avventura nella Judicaria di Ennio Lappi

racconto Ennio lappi

Parte prima


Al piccolo trotto, un manipolo di armati cavalcava in silenzio sulla strada che dal Castro Manio portava a Stenico. In testa vi era Alberto da Stenico, importante vassallo vescovile, reduce dalla terra alemanna dove era stato inviato per recare un'ambasciata del suo principe. Nessuno aveva voglia di parlare perché la stanchezza era tanta, ma avevano già oltrepassato la Pieve di Banale e tra poco sarebbero stati a casa e avrebbero rivisto le loro famiglie. Al fianco del nobile vi era Stenego, figlio di Arozo da Stenico, uomo di fiducia di Alberto e capo dei suoi armati. Questo era alto, ben piantato e dal fare deciso; a lui, che con le sue doti di lealtà, forza, abilità, e coraggio, si era saputo guadagnare la stima del suo signore, erano affidate le insegne del feudatario che garrivano al vento sul gagliardetto infilato in alto sulla lancia.

Ad una svolta apparve il castello, appollaiato in alto sopra il villaggio, e tutti si rallegrarono spingendo al galoppo le loro cavalcature. In breve entrarono nel borgo più importante della Judicaria, accolti dai saluti festosi di quanti stavano sul Dosso di Prè intenti alle loro faccende. Vi erano notai, funzionari del castello, giudici, mercanti e cavalieri che discutevano cause ed affari, pubblici e privati. La pattuglia non si fermò ed infilò il vialetto che saliva al maniero scortando il signor Alberto fin dentro le mura, dove attendevano i servi con tutto il necessario per un meritato ristoro.

Stenego sbrigò velocemente le ultime incombenze delle sue mansioni e, avutane licenza, si affrettò verso la propria dimora dove avrebbe finalmente riabbracciato la famiglia. Stava ancora attraversando il vasto spiazzo nei pressi della chiesa, quando dal viottolo sbucarono correndo Lazaro e Wasto, i due figli più grandicelli, che gli balzarono addosso facendolo vacillare. Era sempre così quando tornava dopo un'assenza piuttosto lunga e, a dire il vero, per lui era il momento più bello:

"Piano, piano, ragazzi, tutto bene? Avete fatto i bravi come vi avevo raccomandato? Andiamo che la mamma ci aspetta."

Alegra, la sua sposa, stava, infatti, sull'uscio tenendo per mano Blanca la figlia minore.

"Bentornato," disse sorridendo, "sei mancato a tutti."

"Finalmente," rispose l'uomo, "forse ora mi sarà concesso di stare un poco a casa. Le cose sembrano tranquille ed io potrò pensare a voi."

Fuori la sera stava scendendo sul villaggio mentre Stenego mangiava con appetito, salutando di quando in quando i vicini che, passando di là di ritorno dai campi, si affacciavano all'uscio per dargli il bentornato.

"Le provviste sono al lumicino, non ne avremo ancora per molto." Alegra era una brava massaia e una buona moglie e sapeva che il suo uomo avrebbe messo a posto ogni cosa, ma il lungo periodo di assenza del marito l'aveva costretta a dar fondo alle risorse della dispensa, ricorrendo anche a qualche piccolo prestito.

"Non darti pensiero, moglie, il signor Alberto mi ha pagato bene e salderò subito i debiti. Stanotte riposerò, ma domattina andrò a caccia e vedrai che avremo carne a sufficienza anche per l'inverno."

Il giorno seguente, Stenego si svegliò dolcemente, aveva dormito come un tasso in letargo e si sentiva riposato. Si stirò nel giaciglio assaporando il piacere di controllare, uno per uno, tutti i muscoli del suo fisico possente.

Alegra era china sul focolare, la sua giornata era iniziata da tempo, aveva già apprestato le provviste per il suo uomo e, mentre toglieva il latte dal fuoco, disse:

"Starai fuori molto?"

"Non so," rispose Stenego, "l'estate è venuta presto quest'anno, i camosci sono molto in alto, se il tempo non cambia, conto di tornare tra due o tre giorni al massimo".

"Abbi cura di te," raccomandò piano la donna, mascherando quel fastidioso senso di apprensione che provava ogni volta che il marito partiva,

"Che il Signore protegga te ed i ragazzi," rispose lui.

Bevve in fretta il latte di capra dalla ciotola di legno che la moglie gli aveva appena riempita, caricò il sacco delle provviste sulle spalle, s'infilò a tracolla arco e faretra, prese il fidato bastone e, con un cenno del capo, uscì, non senza aver rivolto un indulgente sguardo ai figli che dormivano saporitamente.

Era ancora notte fonda, senza luna, ma con tante stelle in cielo.

"Sarà una bella giornata," pensò, e si avviò con passo lento e cadenzato lungo il viottolo che dal villaggio saliva verso la montagna. L'oscurità era profonda, ma Stenego camminava sicuro, i suoi occhi erano abituati a ricevere i deboli raggi siderali riflessi dalle pietre chiare del sentiero. Respirava profondamente assorbendo con voluttà il profumo della pineta e tendendo, per atavica abitudine, l'orecchio ad ogni rumore, e nel bosco ve n'erano molti. Superò il guado del torrente che in quella stagione era asciutto e, lasciata a sinistra la strada che portava a Plaz, s'inerpicò verso le grandi e ripide praterie di Pradel, che incominciavano a mostrarsi nell'ancor incerta luce dell'alba. Un capriolo che, per trascorrere la notte, aveva scelto proprio quel sentiero, fuggì abbaiando rumorosamente, facendo sobbalzare il cacciatore che non seppe trattenere un'imprecazione al pensiero che, con un po' di fortuna ed un attimo di luce in più, forse avrebbe potuto già tornare a casa con una bella preda sulle spalle.

Stenego si arrestò per qualche istante cercando di capire se l'animale fosse ancora nei paraggi, ma non sentì nulla tranne un lontano rumore di sassi che rotolavano a valle,

"E' andato," si disse tra sé, "un vero peccato!" e riprese a salire.

Il sole lo raggiunse mentre stava per uscire dalla fitta faggeta; ormai era in cammino già da un paio d'ore e si concesse un sorso d'acqua tracannandolo dalla fiasca.

"Meglio essere prudenti," rifletté acquattandosi nel sottobosco, "qualche vecchio solitario potrebbe essere rimasto a pascolare ad una quota più bassa degli altri" e, con circospezione, si sporse dal limitare dei cespugli. L'erta prateria era deserta.

"Strano," si disse, "il posto è buono e l'ora più che mai favorevole."

Controllò attentamente i paraggi spingendo lo sguardo verso la Val Gelada e spostandolo quindi lentamente verso ovest fino a raggiungere la vicina sella della Selva del Giardin: niente! Ad un tratto, sotto l'ultimo faggio che si ergeva contro il cielo alla sua sinistra, vide una grossa macchia scura nell'erba alta:

"Un orso," mormorò, portando istintivamente la mano alla scure che gli pendeva dalla cinta, "sono sottovento, non mi ha ancora sentito."

Era perplesso, adesso si spiegava l'assenza della selvaggina, ma non sapeva cosa fare: da lontano non gli sembrava molto grosso, ma uccidere un orso era un'impresa molto ardua anche per lui e purtuttavia la preda era invitante ed avrebbe rappresentato una buona riserva per l'inverno, tanto di carne e grasso che di pelliccia. Decise di tentare e si avvicinò con estrema cautela. Dopo pochi passi, cominciò a rendersi conto che, nell'eccitazione del momento, non aveva notato l'immobilità della figura e, giunto a tiro d'arco, improvvisamente, sentì un grugnito che assomigliava stranamente al russare di qualcuno di sua conoscenza.

"Martino," esclamò furente, "bestione scervellato, meriteresti davvero una buona strigliata"

Dalla pelle d'orso emerse il faccione rubicondo di Martino de Tovo, amico d'infanzia e compagno di tante avventure in pace ed in guerra.

"Tempus erat," bofonchiò con voce impastata dal sonno, "era ora che arrivassi, se tu non perdessi sempre tanto tempo dietro alle sottane della tua Alegra, avremmo già fatto buona caccia a quest'ora".

I due amici non si vedevano da diversi mesi. Stenego era stato reclutato dal signor Alberto per la sorveglianza del castello che si stava completando e si era spostato di frequente al seguito del suo padrone impegnato in vari affari vescovili: a Trento, Roveredo e Bolzano, spingendosi persino in Allemagna, mentre Martino, accantonata per il momento l'armatura, si era ritirato "a pensare", diceva lui, nel monte di Plaz.

"Come sapevi che sarei salito fin quassù?" chiese Stenego.

"Ieri ho incontrato Ottolino da Melono che scendeva dalla Selva del Giardin con un carico di legna, mi ha detto che saresti presto andato a cacciare i camosci e così ti ho aspettato. Nell'attesa ho schiacciato un pisolino...."

"E così addio selvatici... " osservò ancora stizzito Stenego.

"Ma va là," rispose l'amico, "adesso mangiamo un boccone e poi diamo un'occhiata alle Val Perse, vedrai che qualcosa salterà fuori."

Mangiarono con appetito la ricotta caserada da Martino nella malga di Plaz, chiacchierando sommessamente, ma animatamente dei fatti accaduti nel villaggio negli ultimi mesi, soprattutto della questione con i Blezi i quali non avevano mai accettato che la Comunità di Stenico avesse occupato il monte di Valagola ritenendo che questo appartenesse loro per atavico diritto. Erano tipi decisi e, quando ne avevano l'occasione, non tralasciavano di attaccare disputa; lui questo lo sapeva bene, si era trovato più volte a fronteggiarli, anche per altre questioni, ma non se ne era mai preoccupato più di tanto.

Terminato il pasto, lasciarono il superfluo sotto il faggio e si incamminarono lungo lo stretto e non sempre agevole sentiero che, a mezza costa tagliava orizzontalmente i ripidi canaloni erbosi del versante occidentale del monte Volandro. Arrivarono fino al Tof dei Tori, ma non avvistarono che qualche coturnice ed un paio di pericolosi "marassi", dai quali però ebbero l'accortezza di tenersi bene alla larga.

"Che facciamo?" disse Stenego all'amico.

"Mah!... Penso che forse varrebbe la pena di alzarci un poco per tornare in Pradel dal Col del Sgrizzol," rispose Martino. E così fecero risalendo il costone e tagliando sotto i rossi torrioni di roccia impreziositi di candidi fiori alpestri.

Ad un tratto, aggirando un verde spuntone, Stenego, che camminava davanti sempre con la freccia incoccata, si buttò improvvisamente carponi. Il compagno lo imitò immediatamente, strisciando al suo fianco: nella valletta sottostante, a non più di un centinaio di passi, una grossa orsa ritta sulle zampe posteriori pasteggiava con gusto con i rossi frutti di un melo selvatico. Allappava i pomàtoi con sommessi grugniti di soddisfazione, avvicinando i rami alle fauci con le zampe anteriori come fossero fuscelli. Il suo piccolo razzolava poco distante e, menando in aria grandi fendenti con le zampe anteriori, cercava puntigliosamente di afferrare gli insetti che gli ronzavano attorno.

"Troppo grossa!" mormorò tra i denti Martino e Stenego annuì gravemente.

Ma in quel momento un lieve alito di vento portò al plantigrado gli effluvi dei cacciatori e la fiera si voltò di scatto verso di loro.

"Gambe!" esclamò Stenego e partì di carriera verso il Col del Sgrizzol, immediatamente imitato dall'amico.

L'orsa scattò verso i due per quel tanto da incutere nei loro "impavidi" animi, una buona dose di sano timore e quindi, con un brontolio di soddisfazione, ritornò placidamente sui suoi passi, ridedicando le sue attenzioni ai gustosi frutti.

I due, invece, corsero affannosamente senza voltarsi, finché non raggiunsero il crinale di Pradel dove, accertatisi dello scampato pericolo, si abbatterono stremati nell'erba.

Diavolo! Combattere contro i nemici in battaglia era una cosa, affrontare un'orsa inferocita in montagna, con un arco ed un'ascia, era tutt'altro affare.

Oramai il sole stava calando e la giornata era stata infruttuosa. Dopo aver ripreso fiato, ridiscesero il crinale raggiungendo il faggio dove avevano lasciato il loro bagaglio e quindi, tagliando per il Tof de Medech, si portarono alla Plaza.

Era questo uno dei pochi luoghi di quelle montagne, ove il Buon Dio si era ricordato di mitigare l'austerità della natura concedendo acqua e ricovero ai rari cacciatori che osavano avventurarsi fin lassù. Tra le grigie e verticali pareti calcaree, il magro torrente, che più in alto scaturiva dalle lavine della Val Gelada, regalava allo sguardo i riflessi argentei di una deliziosa cascatella, mentre, poco più avanti, la base dello strapiombo roccioso offriva una rientranza che lasciava spazio ad un modesto, ma efficace, riparo dalla pioggia e dalla guazza notturna: il Coel de la Plaza.

Si dissetarono al ruscello, bevendo dall'incavo delle mani e quindi raggiunsero il riparo dove vi era un rudimentale focolare ed una quantità di strame da usare come giaciglio. Accesero il fuoco e, data l'infruttuosità della caccia di quel giorno, per la cena attinsero alle provviste delle loro bisacce.

"Tra qualche giorno," disse Martino, "andrò in Valàgola con le bestie; mi farebbe comodo e mi sentirei più tranquillo se potessi venire anche tu a dare una mano".

Stenego sorrise; Valagola era una ridente ed amena conca quasi a cavallo tra le valli di Rendena e d'Algone, che custodiva col suo verde mantello un azzurro laghetto incastonato tra i rododendri come una gemma preziosa. Era l'alpeggio che il Principe Vescovo Alberto di Ravenstein aveva concesso alla Comunità di Stenico per ricompensarla della fedeltà dimostratagli in più occasioni ed era popolato da camosci, cervi, caprioli e pennuti di molte specie, per non parlare delle rane del lago, delle quali andava molto ghiotto. Trascorrere qualche settimana alla malga di Stenico era una splendida occasione per rendere più consistente la scorta di viveri per l'inverno. Avrebbe barattato parte delle sue prede con gli amici pastori, che avrebbero certo gradito trovare sulla loro mensa qualcosa di diverso e più sostanzioso dei soliti latticini e l'avrebbero ricambiato con il loro buon formaggio. Per ultimo avrebbe potuto allenare validamente anche il suo falcone che ultimamente aveva trascurato e, magari, scovare qualche nidiata di rapaci che avrebbe potuto vendere a buon prezzo alla corte vescovile.

"Bene," rispose, "verrò volentieri" e si sdraiò sul giaciglio di frasche lasciando che la lieve brezza vespertina gli accarezzasse il volto.

Ammirò la valle già abbracciata dalle ombre del crepuscolo, mentre in cielo si accendevano le prime stelle, recitò la solita preghiera serale e, lasciando vagare la mente sui suoi affetti più cari, si addormentò.

Martino ravvivò il fuoco, l'orsa non era ancora sparita dalla sua mente.

"Che brutta bestia." mormorò a mezzavoce rabbrividendo.

Guardò il compagno che già dormiva, ormai non erano più tanto giovani. Quante avventure, battaglie, disagi, ideali avevano condiviso, dapprima al servizio dei signori d'Arco quando questi, alleati con gli scaligeri, i bresciani ed altri guelfi italiani, erano all'apice della loro potenza e poi, dopo che Federico ed Odorico d'Arco avevano accettato la pace con il vescovo Federico Wanga, agli ordini di quest'ultimo al quale, energico com'era, non mancavano certo i contrasti. Ora, calmatesi un poco le acque, si erano ritirati nel loro villaggio sperando in una vita ed in un avvenire più tranquillo.

E venne anche per lui il sonno ristoratore.

Il mattino seguente i due amici furono destati nel modo più gradevole che si possa immaginare, cioè dal cinguettio dei passeri di monte e, aprendo gli occhi nella già scintillante luce dell'alba avanzata, ringraziarono l'Eterno per la notte trascorsa senza pericoli. Sopra di loro sfrecciavano i rondoni in perenne caccia d'insetti da portare ai loro piccoli al nido, mentre più in là, verso oriente, un falchetto faceva "el Spirito Santo" puntando la sua colazione e librandosi in volo statico con un battito d'ali talmente rapido da farle sembrare aperte come immobili.

Rapidamente misero qualcosa sotto i denti e, riempite le loro fiasche al ruscello, si misero in marcia risalendo la ripida dorsale erbosa con direzioni alternate, ora a levante, ora a ponente, per mitigare la fatica dell'ascesa. Raggiunsero dapprima il Pian de le Pozze e quindi la sommità degli erti prati.

Il luogo era di una bellezza selvaggia e quasi irreale. Non era certo la prima volta che i due amici vi giungevano e tuttavia essi sostarono per qualche istante, suggestionati, quasi intimoriti dallo scenario che si

era presentato ai loro occhi. Subito di là della cima, che dal villaggio sembrava il punto più alto del mondo tanto da confondersi col cielo stesso, vi era un sottile spartiacque roccioso che permetteva, poche decine di passi più avanti, di giungere, non senza qualche difficoltà d'equilibrio, alla base della Montagna dei Camosci. Sulla loro sinistra, verso la valle del rio d'Algone, si apriva la vasta conca della Busa de Venedeg; sulla loro destra, verso il Castro Manio, l'altrettanto spaziosa Busa de Salvegn. Di camosci neanche uno e Stenego cominciò a pensare a qualche stregoneria; dalla mattina precedente, non aveva visto nemmeno l'ombra di quello che cercava in quel luogo dimenticato da Dio e dagli uomini e lo disse a Martino:

"Se non ci diamo da fare e se qualcuno lassù non ci assiste, quest'inverno sarà dura."

"Animo," lo rincuorò Martino, "fa già molto caldo per la stagione, vedrai che li troviamo più in alto." E si avviò lungo lo spartiacque misurando con circospezione i passi per mantenersi in equilibrio.

In breve raggiunsero la base della montagna. L'avevano salita più volte e la conoscevano bene, ma altrettanto bene ne conoscevano le insidie. Stenego e Martino, comunque, poco avevano da invidiare ai magnifici animali ai quali davano la caccia; leggeri e sicuri, salirono le espostissime roccette, incontrando finalmente, sempre più evidenti, le tracce delle loro prede.

Conoscevano bene anche l'unico passaggio che forzava la cima e lo superarono non senza una certa apprensione e qualche doverosa raccomandazione alla Vergine. Dalla cima, il cammino si faceva più semplice dal momento che, d'ora in avanti, sarebbe stato sufficiente assecondare la cresta con modesti saliscendi, perciò, esausti, si fermarono per riprendere fiato e forze.

Si rifocillarono mangiando lentamente, l'acqua era quasi finita e sapevano che non ci sarebbe stato modo di trovarne lassù.

"Martino, ho paura che torneremo a mani vuote."

"Beh! In tal caso ci rimane sempre l'orsa!"

A denti stretti soffocarono una risata. Non dovevano far rumore.

Con lento incedere, ripresero il cammino cercando di non prestare attenzione ai vertiginosi strapiombi che, ad ogni passo, si presentavano ai loro occhi a destra ed a manca. In breve giunsero sull'orlo di una conca racchiusa dal prolungamento della cresta che loro avevano appena percorso, la quale, da quel punto, si biforcava riunendosi quattro o cinquecento passi più avanti. Sembrava che un gigante, con un enorme cucchiaio, avesse asportato parte della montagna ricavandone così un'incantevole valletta pensile.

Era la Poza Magnacavai, silenzioso baluardo roccioso e sicuro rifugio per i branchi di camosci che rifuggivano la calura delle basse quote. Stenego si era più volte chiesto il perché di un tale appellativo e nemmeno Arozo, suo padre, era riuscito a soddisfare questa sua curiosità: di certo i cavalli lì non potevano arrivare, ma il toponimo si perdeva nella notte dei tempi e nulla poteva impedire di pensare che, nell'antichità, la montagna fosse collegata a pendii meno impervi che permettessero di raggiungerla anche a cavallo.

"Dai muoviti! Ti sei forse incantato?" Lo pungolò Martino.

Col cuore in gola si sporsero con circospezione dall'ultima aerea cengia e subito avvistarono il branco, non numerosissimo, ma tranquillo; alcuni camosci erano in vedetta, ma sul ciglio opposto della conca e guardavano verso valle. Era valsa la pena di scegliere quel percorso così arduo, giacché gli animali non avevano avuto la benché minima possibilità di percepire le loro presenze e pascolavano beati senza sospettare che il pericolo, per loro, potesse pervenire dall'alto.

Martino e Stenego non ebbero bisogno di parole per concordare la strategia da adottare in quel frangente, bastò un'occhiata ed un paio di cenni. Mentre il primo si calava dalla bocchetta verso il fondo ghiaioso della piccola valle, nascondendosi a lato del passaggio più frequentato e quasi obbligato dalle pareti laterali, l'altro, tenendosi sulla cresta, in coperta e sottovento, aggirò il crinale scendendo dalla parte opposta.

Giunto nel punto più favorevole, Stenego dette un ultimo sguardo alla posizione dell'amico, rivolse mentalmente un'invocazione al cielo e, prorompendo in un urlo selvaggio, si lanciò correndo verso il branco.

I camosci scattarono dalla parte opposta e piombarono, come previsto, verso il luogo ove Martino era in agguato.

La prima freccia trapassò il collo dell'anziana femmina che guidava il branco e questa stramazzò al suolo fulminata, quasi travolgendo il cacciatore. Gli animali che seguivano inciamparono nel corpo della loro battistrada creando non poche difficoltà all'uomo che tentava di reincoccare il più velocemente possibile. Martino riuscì a scagliare, quasi a casaccio, altri quattro o cinque dardi, prima che gli animali uscissero dalla portata del suo arco.

Stenego sopraggiunse trafelato in quell'istante e, con la sua ascia, finì due camosci che, feriti, cercavano di sottrarsi alla cattura. Sul terreno rimasero tre magnifici esemplari, la caccia era stata fruttuosa e i due cacciatori si strinsero compiaciuti gli avambracci in segno d'amicizia e gratitudine reciproca.

"Ora tocca a me..." disse Stenego, e risalì di corsa la bocchetta riguadagnando la cresta. Subito individuò il branco che, privo della sua guida abituale e perciò alquanto disorientato, si era fermato un poco più avanti. Il suo urlo di battaglia risuonò imperioso e terribile per i poveri animali, rimbalzando con mille echi tra le impervie gole; i camosci terrorizzati ripresero la fuga ed inevitabilmente si dispersero sulle cengie della montagna.

disegno racconto

Due di loro ne imboccarono una che Stenego aveva già praticato in una precedente caccia, era una delle ondulate, strette e scoscese strisce erbose che caratterizzavano la parete orientale e che, poco più avanti, si assottigliava restringendosi fino ad esaurirsi sullo strapiombo. Li seguì immediatamente, si trattava ora di spingerli il più avanti possibile. Avanzava lentamente, senza fretta, sapeva bene che ormai non potevano più sfuggirgli. I poveri animali si spinsero sempre più in avanti, ma i loro zoccoli quasi prensili, ad un tratto, non furono più sufficienti a sostenerli e, ad un ultimo urlo del cacciatore, pazzi di terrore, si precipitarono nel vuoto.

Martino, che aveva seguito la scena non senza qualche apprensione, non trattenne un grido di trionfo:

"Torna, vecchio pazzo, non potevamo sperare di più dal Buon Dio."

Ritornarono sui loro passi e macellarono con calma i tre camosci uccisi nella Poza Magnacavai, togliendo loro le interiora che abbandonarono sul posto per la gioia dei gracchi affamati, quindi, con sulle spalle un peso che mai era stato così gratificante, scesero alla Forcolotta e, da qui, calarono direttamente nella Busa d'Asbelz.

Deviando quindi verso destra, raggiunsero gli altri due camosci precipitati sul ghiaione e con calma ripeterono la macellazione. Recisero quindi alcuni rami di pino mugo e, costruita un'improvvisata slitta, vi caricarono le loro prede avviandosi poi verso il delizioso laghetto a forma di fagiolo che occhieggiava nel prato poco più in basso.

Era già quasi sera, il tempo era buono, la giornata era stata faticosa e le emozioni non erano mancate. Decisero perciò di bivaccare all'aperto in quel luogo da paradiso. Accesero un buon fuoco e diedero allegramente fondo alle ultime provviste, rievocando con orgoglio le esaltanti vicende della giornata.

Poco lontano, nella sottostante vallata, brillavano diversi fuochi di bivacco, erano i pastori della villa d'Orsino che essi conoscevano bene; avrebbero scambiato volentieri con loro quattro chiacchiere, ma la stanchezza ebbe il sopravvento e si addormentarono sull'erba senza nemmeno predisporre un giaciglio.

L'alba che seguì, li vide già in cammino mentre risalivano faticosamente il sentiero che conduceva alla stretta trincea del Piz, trascinando di buona lena la rudimentale slitta sulla quale avevano sistemato le loro prede ricoperte con fronde di pino per tenere lontani gli insetti, in quei giorni molto fastidiosi anche per loro.

Era il tratto più pesante, poi, in discesa, sarebbe stato più agevole trascinare il carico.

Superarono lo stretto passaggio e calarono svelti nel fondo della Busa de Salvegn, la attraversarono in orizzontale ed in breve, per il comodo tratturo della Costa Trojana, arrivarono sui prati del Volandro dove incontrarono alcuni vicini di Xeo che, in quel luogo, erano soliti porre la loro malga. Salutarono cordialmente i pastori e ne rifiutarono cortesemente l'ospitalità, oramai sentivano l'aria di casa e, liberati dal peso del traino che ora aveva solo bisogno di essere diretto, si tuffarono nella discesa verso valle.

In poco tempo furono in vista del loro villaggio, mentre il sole era ancora alto nel cielo.

Stenego lanciò il suo grido di battaglia; sapeva che di lì a poco, Lazaro, il maggiore dei suoi figli si sarebbe precipitato ad incontrarli su per il viottolo. Il ragazzo era sveglio e veniva su bene, tra non molto sarebbe stato in grado di badare a se stesso e gli sarebbe stato di grande aiuto. Aveva il carattere fiero del padre e la bellezza della madre ed egli ne andava giustamente orgoglioso.

Infatti, avevano mosso appena pochi passi che lo scorsero arrivare saltellando di gioia, seguito a distanza dal fratello Wasto che, con le sue gambette non poteva tenere il passo del più grande. Erano da tempo in vedetta sul dosso di Colèo ed i loro occhi acuti avevano distinto i cacciatori prima ancora del loro richiamo. Salutarono calorosamente il padre e saltarono sulle spalle di Martino che non vedevano da tempo.

"Calma, calma" disse questo con aria fintamente burbera, "dateci una mano piuttosto."

I suoi modi erano bruschi, ma gli occhi brillavano di compiacimento. In un baleno arrivarono alle prime case coperte di paglia ed in quel punto trovarono Blanca, la piccolina, scappata alla madre che stava sorridente sull'uscio di casa.

"Tutto bene donna, grazie a Dio," esclamò Stenego quando le fu innanzi.

"Quest'inverno sarà meno duro di quello passato."

Anche Martino salutò calorosamente Alegra che gli porgeva un boccale di vino.

"Questo è il sangue di Cristo," scherzò irriverentemente e lo tracannò tutto d'un fiato detergendosi poi la bocca con il dorso della mano

"Ora faccio un salto a casa e poi sistemeremo gli animali."

I selvatici dovevano, infatti, essere subito scuoiati, le loro carni tagliate con maestria e selezionate con cura per essere predisposte all'essiccazione ed all'affumicatura, si sarebbero così conservate a lungo. Le pelli, poi, sarebbero state stese ad asciugare al sole, per essere quindi raschiate e conciate. Avrebbero rappresentato un notevole beneficio per la stagione fredda.

Così fu fatto, con gran gioia e con il concorso di tutta la famiglia, nonché di Martino, che era tornato con Ottone, il vecchio padre, e così la giornata si concluse davanti al focolare, dove, fino a notte fonda, i due cacciatori raccontarono, non senza qualche esagerazione tipica dei cacciatori d'ogni tempo, la loro avventura ai numerosi villici che erano intervenuti al filò.