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La Danza Macabra di Simone Baschenis a Pinzolo

chiesa di san Vigilio a Pinzolo -foto M. Ciaghi

Nella campagna di Sorano, leggermente discosta dagli abitati di Pinzolo e di Baldino, a metà strada per Carisolo, circondata dal cimitero, sorge l’antica chiesa di San Vigilio, risalente al X secolo. Essa è famosa soprattutto per la Danza macabra dipinta nel 1539 da Simone Baschenis sull’esterno della facciata che guarda a mezzogiorno (...).
L’affresco, Lungo 21 metri, propone 40 personaggi a misura d’uomo. Il tema della “danza macabra” o “ballo della morte”, di provenienza nordica, diffuso anche in Francia, in Svizzera e nella penisola iberica, è piuttosto inconsueto in Italia e sta a significare la potenza della Morte, che è sovrana, la sua ineluttabilità e la sua ineludibilità. Davanti a lei, che non guarda in faccia a nessuno, tutti diventano uguali, clero e nobiltà, ricchi e poveri, giovani e vecchi, uomini e donne…Ogni momento è buono per il tragico passo. Ne discende un monito, un invito a riflettere sui valori della vita, e a comportarsi di conseguenza in vista dell’Aldilà.

L’argomento viene affrontato nello specifico, talora con sarcasmo ed ironia, dalle didascalie scritte ai piedi delle figure e su alcuni cartigli. Il messaggio sotteso va collegato con i temi religiosi sviluppati dalla Confraternita dei Battuti, o Disiciplinati, di Pinzòlo che secondo la tradizione orale avrebbe commissionato il dipinto ai Baschènis - tradizione confermata indirettamente dalla presenza di uno scheletro dipinto sopra l’altare della Confraternita all’interno della chiesa, che richiama il tema - e con le attese sociali lasciate intravedere in quel particolare momento storico dai movimenti sorti per rinnovare la chiesa e riportarla al vangelo.

Danza macabra di Pinzolo Simone Baschenis 1539 -foto M. Ciaghi

Un commento, quello delle iscrizioni, che acquista particolari significati di carattere religioso, politico e morale per i contatti con lo spirito della riforma luterana e per gli effetti della guerra rustica in atto, e che si risolve nella speranza della salvezza, anzi nella certezza che chi avrà bene operato avrà la giusta ricompensa. Il dipinto appare diviso in tre parti. La prima è costituita dall’orchestra: un trio di scheletri, dei quali uno, incoronato, sta assiso sul trono e dà fiato ad una cornamusa, mentre gli altri due in piedi soffiano dentro delle bombarde (un richiamo al Giudizio universale?).


La figura di Cristo crocifisso li separa dalle 18 coppie invitate a ballare, ciascuna costituita da uno scheletro che fa da cavaliere a un personaggio trafitto da una freccia. E’ questa la parte centrale della danza, dove alla ritrosia e alla rigidità timorosa delle figure umane fanno da riscontro il dinamismo, le provocazioni gestuali, le smorfie ed il ghigno degli scheletri. Sono suddivisi in classi sociali: il clero, con Papa, Cardinale, Vescovo, Sacerdote e Monaco, la nobiltà con Imperatore, Re, Regina e Duca, un medico con la matula, un guerriero, un mercante avaro con un piatto di monete in mano, un giovane, un mendico storpio, una monaca, una dama, una vecchina e un bambino.

Ci si trova davanti ad uno spaccato significativo della società del Cinquecento, dove le donne appaiono agli ultimi posti, tenute in scarsa considerazione. Conclude il discorso la scena finale. Qui la Morte tendendo l’arco, in sella ad un destriero alato (rimembranze dei cavalieri dell’Apocalisse) lanciato al galoppo sopra corpi ammassati per terra, scaglia dardi sui partecipanti al ballo, colpendo tutti tranne il bambino. Alle sue spalle l’arcangelo Michele, con una spada sguainata, e Lucifero si contendono le anime sottoposte al giudizio finale dopo averle pesate su una bilancia. Sopra la testa di Michele un angioletto si libra verso il cielo con un drappo che sostiene una piccola figura ignuda, rappresentante l’anima, con la sentenza: Morte non può distruggere chi sempre vive.

Tra le gambe del demonio un piccolo diavolo afferra un’anima che trascina in basso verso l’inferno. Il diavolo tiene in mano un libro con l’indicazione dei Sette Peccati Mortali. Questi, simboleggiati da animali - (il leone per la superbia, un rospo che si gonfia per l’avarizia, un becco per la lussuria, il gatto per l’ira, il maiale per la gola, l’aquila per l’invidia e l’asino per l’accidia) - vengono illustrati nella fascia sottostante. Degno di nota il fatto che fra i personaggi manca la Madonna. Ella infatti venne assunta in cielo ed evitò, unico essere al mondo, la morte, cui si sottomise invece il Figlio.


Sulla Danza macabra c’è chi si è interessato al suo valore artistico (autore, influenze di scuole, confronti stilistici) e chi si è sforzato di decifrarne il significato storico, considerandola testimonianza di un particolare frangente. Per questo appare ancora più suggestiva. Più che espressione di un’esigenza artistica essa ha valore di documento, significativo per gli elementi tradizionali e per le sue novità nella storia del sentimento religioso di quel tempo e di questa valle. Ci aiuta a capire anche la personalità dell’autore. Si tratta di una “predica figurata” in cui non è facile distinguere quanto sia stato iniziativa di Simone e quanto invece suggerimento, volontà, cultura della Confraternita dei committenti; ci troviamo davanti a una predica dei Disciplini fatta quassù, in un centro montano, per una popolazione che doveva intenderla, consentire ed averne edificazione. La Morte, diventata sempre più il termine decisivo per ammonire, regolare, costringere la coscienza dei cristiani, che per mille nuove esigenze era tentata di dar valore, quasi il solo valore, alle cose del mondo, qui appare come la nemica della vita.


I testi riportano le parole che lo scheletro rivolge al suo compagno di ballo. Appaiono scritti nella parlata locale, di tono popolare, ordinati nella fascia orizzontale ai piedi delle figure, cui si aggiungono citazioni di carattere dotto in lingua latina e volgare su cartigli portati dagli scheletri. Dopo anni di incertezze interpretative nel 1994 con un intervento al convegno di Clusone il dottor Gilberto Cereghini ne ha fornito un’eccellente edizione critica, punto di riferimento anche di questa lettura.


Giuseppe Ciaghi
(dal libro "Nell'antica Chiesetta di San Vigilio a Pinzolo" di Giuseppe Ciaghi, edito da Uniservice di Trento)