Il Blog di Marco Zulberti

La proposta di Grilli. Più formiche o più cicale?

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Il disegno di legge annunciato dal governo sul potenziale ribasso dell'Irpef e rialzo dell'Iva introduce una rivoluzione copernicana nella filosofia economica del nostro paese che dopo aver cavalcato per quasi trent'anni il modello consumistico, diffuso attraverso i megafoni delle televisioni commerciali a discapito di quello produttivo, ora cerca d'invertire la rotta verso un modello economico sostenibile. Il gap industriale che si è progressivamente aperto con gli altri paesi più industrializzati lo ha visto progressivamente perdere posizioni a causa dello smantellamento non solo dell'industria chimica e di quella alimentare, anche di quella tessile e meccanica in cui eravamo leader mondiali. La conseguente perdita di produttività e di mercati, si è poi riversata nella gravissima crisi del settore automobilistico messo in ginocchio oltre che dalla crisi economica interna, dovuta ai livelli record raggiunto dal debito italiano, anche dal continuo rialzo del prezzo dei carburanti.
In questo scenario di progressiva decadenza del settore industriale italiano, ormai incalzato non solo dai paesi emergenti come Brasile, Russia, Cina e India, ma anche dallo stesso Messico, la svolta nella leve della tassazione che passa dai redditi a quella dei consumi, indica il ritorno ad un modello franco-tedesco abbandonando quello consumistico d'impostazione anglosassone. Premiare il lavoro rispetto al consumo rappresenta non solo il cambiamento da cicala a formica, ma anche il ritorno ad una tradizione artigianale e industriale che aveva distinto la Fabbrica Italia per oltre due secoli a partire dai grandi distretti tessili diffuse in gran parte della penisola. La qualità dei tessuti, delle strofe con l'industria della filatura, della loro colorazione chimica, aveva innescato il genio produttivo italiano fin dal rinascimento. La patria internazionale dello stile e della moda derivavano da questa cultura che aveva condotto fino ai grandi capitani d'industria come i Falck, gli Agnelli, gli Olivetti. Ai grandi distretti industriali di Genova, Torino, Milano, Venezia con Porto Marghera. La Breda, l'Ansaldo, l'Alfa Romeo, la Lancia, sono nomi mitici, antichi che rimando a quel tempo lontano.
Ma una svolta di questo tipo non può rimanere ferma al cambio della tassazione. Non è solo cambiando la pressione fiscale che la storia torna cui vecchi binari. E' necessario rifondare il sistema formativo scolastico epurandolo da una pletora di nozionismi inutili, orientandolo alla manualità; è necessario ripensare a tutta la politica salariale che livelli in modo premiante le attività e le professioni in base al tasso di crescita e di produttività e non al numero delle carte bollate o degli sterili tabulati cartacei. Quando Roosvelt nel 1932 divenne presidente degli Stati Uniti subito dopo la crisi del '29, non prese interventi diretti, ma applico veri e propri cambiamenti epocali anche sul piano salariale riportando una sorta di giustizia e diminuendo le differenze. Oggi l'Italia secondo alcuni dati che abbiamo sentito anche al Festival dell'Economia dalla professoressa Noreena Hertz, è il paese con le più grandi disparità salariali contro il principio distributivo di una società equa.
Il passo che si accinge a compiere il governo di Mario Monti non deve illudersi d'imporre rapidamente quella svolta economica che si è determinata in quasi trent'anni di deriva commerciale, ma deve essere accompagnata anche da una radicale trasformazione del sistema formativo professionale e tecnico e da una rinnovata politica salariale che moderi gli eccessi all'interno non solo della stessa azienda ma anche nell'amministrazione pubblica come, fece Roosvelt con l'Economic Act, quando tagliò per legge gli stipendi più alti.
Diventare formiche produttive pertanto no si può limitare a un cambio nella tassazione delle attività, ma tener presente che in un mondo globale dove tutti intendono diventare esportatori di beni prodotti nei propri paesi, è necessario anche il mantenimento di un livello minimo dei consumi interni, riducendo la tassazione sui beni necessari, non si può tassare un diamante come si tassa il pane o l'energia elettrica, come sta a indicarci la crisi trentennale dell'economia giapponese.
Questa crisi sta insegnando a tutti che non esistono formule facili, o slogan politici, in grado di farcene uscirne rapidamente, ma è necessaria una grande attenzione ai sistemi complessi, che solo con lo studio e l'analisi degli interventi possono essere risolti.