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Il Blog di Marco Zulberti

Un papa "umano". Il gesto di un teologo "illuminato" che già aveva guidato le riforme del Concilio Vaticano II, che travolto dalle difficoltà, completa quella discesa del "divino" nell'umana fragilità

Antonio Rosmini
Le dimissioni di Papà Benedetto XVI se hanno sconcertato e sorpreso gran parte dell'opinione pubblica dall'altro sembrano aver raccolto un'unanime comprensione dello stato fisico e umano in cui si può trovare un uomo di 86 anni a guidare un istituzione perennemente in trasformazione come la chiesa cattolica che dal seggio di Pietro ha conosciuto un continuo sviluppo tra persecuzioni, concili, divisioni, eresie, fondazione di ordini di ogni tipo spirituali, caritatevoli, comunitari, militari, ospedalieri, e forze ostili più o meno occulte legate al potere temporale come le dinastie nobiliari, politiche o legate alle forze economiche e al liberismo più sfrenato.

A questi molteplici fronti si deve aggiungere il costante confronto con la storia dei popoli, a cui l'Apocalisse di San Giovanni aveva tentato di dare una proiezione profetica. L'ingresso del messaggio cristiano nella storia si sarebbe dovuto scontrare con guerre, tirannie, pestilenze, che traslate al presente possono apparire gli scandali, le crisi economiche, la relazione con la politica. la globalizzazione dell'umanità fino le sfide tecnologiche con il naturale ridimensionamento che queste stanno silenziosamente imponendo, a tutte le religioni, perché non c'è niente di così poco divino che dell'utilizzo errato dei mezzi di comunicazione di massa per ridurre un messaggio spirituale come quello cristiano a quello di uno spot pubblicitario. Per il fenomeno dell'assuefazione nessuno ne viene attirato ed è strano che gli attenti teologi della Chiesa non abbiano mai allarmato su questo tema.

Il moltiplicarsi dei ripetitori di Radio Maria e di Telepace, l'utilizzo di blog, internet e tweeter non portano un fedele in più alla chiesa, rispetto all'utilizzo dell'iconografia artistica e musicale del passato o della stessa filmografia da Rossellini a Pasolini. Penso che la Chiesa in questa stagione stia perdendo la sua battaglia mediatica perché si è affidata troppo ai consulenti esterni, ai profeti politici delle tv commerciali che pensano solo ai "diné", e non ha creduto in se stessa, nella sua lunga tradizione estetica da Giotto e Raffaello a Bach e Verdi.

Quel Giotto che nel 1300 affrescava la vita di San Francesco ad Assisi e Padova, nella cappella degli Scrovegni, ricordano alla chiesa come la strada della salvezza fosse nel pauperismo, nella povertà, esaltando la figura di un uomo che aveva riportato il messaggio cristiano come fine della cristianità, e non il potere politico o l'inquisizione. Sono gli anni dei Celestino V, del terribile Bonifacio VIII, così oscuramente descritto da Dante Alighieri, di papa Benedetto XI, il domenicano capo dell'inquisizione che aveva scacciato il pauperismo "comunista" di Fra Dolcino dal Trentino verso il Piemonte e quindi della sede vacante e della cattività avignonese. Quel periodo in cui il potere politico si era confuso con la chiesa, salvandosi nel ritorno alla povertà di San Francesco appare terribilmente simile a quello attuale, in cui la chiesa deve riammettere tra i suoi scranni la povertà e lo spirito comunitario descritta negli Atti degli Apostoli con la vita dei primi cristiani e dei primi martiri. Ed è proprio sul confronto economico, riammettendo la povertà di san Francesco come virtù, che la chiesa si salverà ancora un volta nonostante le attuali difficoltà.

Viene alla mente l'opera di Antonio Rosmini, il nostro grande teologo roveretano, oggi beato, autore di saggi modernissimi per la chiesa dell'Ottocento, tanto da essere messi all'indice ed essere inviato in esilio a Stresa, come le Cinque Piaghe della Santa Chiesa del 1848 o Comunismo e Socialismo del 1849, in cui profeticamente descriveva le difficoltà in cui sarebbe caduta la chiesa nella modernità. Sono passati duecento anni e vengono alla mente le parole del Cardinale Martini prima della morte lo scorso anno su questo ritardo.

Tra i cicli e i ricicli più o meno cabalistici della storia, nella necessità di una modernità dell'essere cristiano ma al contemplo laico che possa integrarsi come esemplare di fratellanza e comunione, nella cultura globale, deponendo gli ostacoli con le altre confessioni, le dimissioni di Benedetto XVI vanno viste come il gesto molto umano di un giovane teologo "illuminato" che già aveva guidato le riforme del Concilio Vaticano II, che travolto dalle difficoltà, completa quella discesa del "divino" nell'umana fragilità, vissuta in modo esemplare da Gesù nelle ultime ore sulla croce, ma di cui sembriamo tutti oggi esserci dimenticati come evocava Dostojevsky nella figura del grande inquisitore nel suo romanzo "I fratelli Karamazov". Un gesto esemplare, uno strappo che, come afferma Goethe nel Faust, farà accelerare la storia della Chiesa verso quel bene indicato da San Francesco.