Il Blog di Marco Zulberti

Una crisi distributiva. Non solo una crisi economica, ma anche di giustizia, idee e azioni

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Vedere la folla in piazza ad Atene protestare contro la chiusura della televisione pubblica e nello stesso tempo leggere che Giorgio Squinzi, il Presidente della Confindustria, e Fabrizio Saccomanni, il ministro dell'Economia, affermano che questa crisi appare più difficile e complessa di quella del 1929, fa sorgere il dubbio che ci troviamo di fronte non ad una crisi economica, ma ad una crisi delle idee e delle azioni. Perché chiudere la tv pubblica? Che senso ha? Si taglino i costi, si riduca il personale, ma perché chiuderla? C'è qualcosa di esagerato, che non convince e che a questo punto potremmo vedere accadere anche negli altri paesi. E' qualcosa di esagerato, che sembra di cogliere anche nelle affermazioni di Saccomanni e di Squinzi sul paragone con il 1929. Siamo così sicuri che questa crisi sia come quella degli anni Trenta? C'è la stessa povertà dell'Italia contadina dell'agro romano e delle paludi del Polesine? La stessa incapacità produttiva del popolo di braccianti e pescatori che emigrava in Nord America e Argentina? Lo stesso stato di analfabetismo e populismo che il regime utilizzò per soggiogare le masse? Sono tutte domande retoriche perché la risposta è un deciso: No. Oggi non siamo come nel 1929. Credo che lasciarsi impressionare da questa chiusura della televisione greca e da questi paragoni, non faccia che enfatizzare i problemi e far perdere ulteriore tempo al sistema politico ed economico per agire nelle giuste direzioni. Perché se noi ci guardiamo indietro la popolazione italiana non è mai stata così benestante come negli ultimi anni, non è mai stata così dotata di beni strumentali di ogni tipo dagli elettrodomestici di casa a quelli tecnologici, mai cosi occupata con contratti di lavoro e non a salario orario o in nero, non è mai stata così colta dal punto di vista scolastico e informativo, non è mai stata così diffusamente proprietaria di case confortevoli con acqua, energia elettrica e riscaldamento. Mai la popolazione italiana era andata in ferie, o aveva girato il mondo, come avvenuto per le nostre generazioni. Allora che cosa ci rende poveri se i beni ci sono, se la capacità produttiva delle imprese industriali e agricole è al massimo? Dov'è il problema? Non abbiamo mai avuto così tanto vino, mele, automobili, elettrodomestici e prodotti di ogni tipo nei magazzini e negli negozi commerciali.Non è una crisi di povertà ma questa è una crisi di giustizia, più precisamente di giustizia distributiva, dove i beni, le proprietà e i diritti, non sono diffusi a tutti gli individui e le classi dei lavoratori allo stesso modo.
Questa è una crisi di ripartizione, di assegnazione, di accentramento, di dosaggio dei beni come non si era mai registrato, nemmeno nel medioevo. Mai come oggi vi sono ifferenze salariali, differenze contrattuali, sproporzioni tra pubblico e privato, tra esportazioni e consumi interni, tra costi dei beni primari e beni del lusso.E allora forse ci si deve interrogare più sul come e su dove agire, senza cadere nelle esagerazioni enfatiche di questi giorni.
Forse basterebbe cominciare a ridurre le tariffe dei settori prima necessità come l'energia, i trasporti, le comunicazioni, l'acqua, le stesse tariffe dei rifiuti che sembrano paradossalmente e contro natura, più cari degli stessi alimenti. Sacrificando gli utili delle società delle utilities. Forse basterebbe liberare il mondo produttivo dai costi autostradali che in Italia dovevano diventare gratuiti come in Germania. Immaginiamo se domani non si pagassero più i pedaggi autostradali: la classe politica perderebbe un potere enorme. Ma l'economia ripartirebbe. E così per tutti gli altri servizi compresi quelli amministrativi e burocratici. Immaginiamo a una giustizia distributiva salariale, come era negli anni Settanta. Questo rimetterebbe in equilibrio i consumi interni.
Allora prima di dire che questa crisi è come quella del 1929, sarebbe meglio pensare a cosa era quel mondo e a come è quello attuale. Qui non siamo in presenza di una povertà diretta, nessuno muore analfabeta, di fame o di sanità, ma siamo in presenza di una riduzione della massa monetaria circolante che non riesce più ad alimentare un circuito economico inefficiente. Questa riduzione è dovuta all'evoluzione stessa del benessere, come spiega molto bene lo stesso Adam Smith nel nono capitolo I profitti del capitale nella Ricchezza delle Nazioni. Con il crescere della ricchezza, del progresso e della popolazione, l'interesse diminuisce, e con esso la base monetaria e il profitto da capitale. Più una società è evoluta più diminuiscono i profitti da capitale e più si abbassano i tassi.restringendo la massa monetaria. Una volta compreso questo schema si deve agire per non dissipare questa liquidità e non per semplicemente attendere che aumenti nuovamente in modo miracoloso. Siamo ancora molto distanti da quella situazione, ma se cadiamo vittime delle fobie o delle illusioni e non si agirà correttamente si rischia di ritornare ai primi decenni di quel drammatico Novecento.