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Il Blog di Marco Zulberti

Un nuovo piano strategico per la "regione" Trentina

le patate del lomaso prodotti tipici trentini

La crisi economica e la grave crisi del debito pubblico italiano devono spingere la nostra provincia trentina (in futuro regione) a sviluppare rapidamente una via alternativa, un nuovo modello economico. Per comprendere infatti la forza di una regione si deve forzatamente valutarla attraverso i quasi venti settori in cui oggi si divide l'economia moderna. Se nel passato infatti si divideva sommariamente tra il primario dell'agricoltura, il secondario della manifattura e il terziario dei servizi, oggi l'analisi si deve spingere in profondità e distinguere tra gli stessi settori produttivi e tra i i servizi l'eventuale presenza di bolle o squilibri.

Se scoprissimo ad esempio che il settore turistico e quello immobiliare in Trentino sono cresciuti a dismisura a danno di quello industriale, artigianale ed agricolo, oppure che quello pubblico rispetto a quello privato ha superato effettivamente come si dice il 70 per cento degli occupati, il "buon" politico, nel senso comunale toscano del Lorenzetti, deve preoccuparsi di legiferare in modo che queste "bolle" rientrino.

Il problema oggi è pertanto come impostare un nuovo modello economico per il Trentino? A quale modello ispirarsi? Impostiamo un modello franco-renano con lo stato regolatore dei servizi essenziali, o un modello liberal all'anglosassone con il mercato che entra anche nel piano della religione spirituale? Oppure per il governo delle oligarchie come nel ventennio fascista in cui il mulino che macina il grano costruito dalla comunità è diventato proprietà delle classi più ricche, impoverendo ancor di più la popolazione? E attenzione perché la presenza di molti privati nei servizi essenziali in Trentino si avvicina molto all'economia di quel periodo. Invece il privato dovrebbe stare nella produzione vera, non nei servizi essenziali.

In parole povere la nostra regione deve trovare una terza via per ll'economia che non vada a svendere i beni essenziali come l'energia e i trasporti, come dimostra lo stesso dibattito intorno alla concessione dell'Autostrada del Brennero, che costruita espropriando terreni privati in nome del bene comune ora si rischia di regalarla a qualche petroliere arabo o norvegese.

Al di là del dibattito che necessariamente si avvierà nei prossimi anni ci sono due categorie di esperienze alle quali ispirarsi per ripartire a pianificare la nuova economia; la fase di ricostruzione dopo una guerra, oppure paradossalmente imparare dai paesi emergenti come la Turchia, Israele, il Brasile, il Venezuela e il Sud-Africa. Economie che sono partire da situazioni difficili ma che hanno sfruttato le loro ricchezze naturali. E il Trentino oltre che del patrimonio boschivo e idrico è una sorta di "sceiccato" dell'energia idroelettrica, intorno a cui si deve costruire forzatamente la nuova economia della nostra regione.

Pochi sanno ad esempio che il costo del kilowattora ideolettrico oggi è un terzo del costo di quello termico, e che l'energia elettrica prodotta in Trentino, muoverebbe quasi gratis i trentini da casa al lavoro mediante il treno come succede in Svizzera o in Austria.

Se negli anni cinquanta i lavori alle grandi dighe e agli impianti idroelettrici permise alla terra trentina, da sempre terra d'emigrazione verso il Veneto, Lombardia, Svizzera, Germania, Francia e poi verso Argentina, Brasile e Stati Uniti, d'invertire la rotta economica trasformando i modi di produzione dei nostri artigiani, delle segherie e delle fucine e fonderie, oggi si sente la necessità di un grande progetto che inverta ancora una volta la rotta a partire proprio dalle ricchezze naturali e dalle materie base come il legno, il granito, i porfidi e l'agricoltura.

Valutare quindi una distribuzione equa del reddito e un welfare che si svincolino da quello parassitario e inflattivo dei servizi aggiuntivi, che alimentano maggior costi. Evitare le ricette liberiste pure, ma anche il dirigismo politico in ogni anfratto dell'economia in cui oggi l'impresario non è più il cittadino privato, ma il singolo sindaco che decide quale impresa può svilupparsi trasformando il proprio territorio in zone industriali e immobiliari. Ed è proprio questo il problema. Il settore immobiliare, civile e industriale, ha assorbito tali capitali e liquidità, che ora non tornano più indietro. Su questi aspetti si deve alzare una moratoria decennale e imparare da quei pochi sindaci illuminati che invece hanno puntato su un ritorno all'agricoltura (penso a Agri '90), dove deve prevalere l'attività del singolo evitando di formare l'ennesimo centro di costo.

E la nuova emergenza economica globale richiama il Trentino al progetto d'integrare il mondo dell'energia con quello dei trasporti, autostrade (ben venga la Valdastico) e treni, dell'agricoltura e dell'artigianato. Continuare nel braccio di ferro con Roma su competenze come l'Università o con il progetto di nuovi poli museali, e non vedere la necessità di cambiare profondamente nella gestione del territorio e delle sue vere ricchezze, implica un fallimento che non possiamo permetterci.