Il Blog di Marco Zulberti

I meriti della ricetta "contrarian" di Draghi

Mario Draghi

Il future sui Btp nella scorsa settimana ha chiuso sopra area 100. Era da due mesi che non si raggiungevano questi livelli. Nel frattempo il Bund tedesco si è fermato a 138.39, riportando lo spread intorno ai 400 punti dopo i picchi registrato ad agosto e novembre in area 600. La ricetta di Mario Draghi appena giunto alla Banca Centrale Europea di abbassare i tassi e di non intervenire sui mercati a sostegno dei titoli sotto pressione, opposta a quella di Jean Claude Trichet che invece tra maggio e giugno aveva alzato di mezzo punto il tasso di sconto ed era ripetutamente intervenuto sui mercati acquistato le obbligazioni governative dei paesi in balia della crisi del debito per salvaguardarne le quotazioni, ha avuto successo.

Memore degli errori compiuti dalla Banca d'Italia, e dalla Banca d'Inghilterra, nel 1992 che erano intervenute sui mercati per difendere la lira, e la sterlina, bruciando inutilmente circa cinquantamila miliardi delle riserve, la sua ricetta è andata nella direzione contraria a quanto aveva impostato Jean-Claude Trichet durante l'estate e che avevano spinto lo stesso consigliere Jürgen Stark alle dimissioni. Perché ha avuto successo la ricetta "contrarian" di Draghi? Perché i mercati finanziari non seguono la legge di causa-effetto.

Lo sanno bene i risparmiatori, soprattutto i cosiddetti cassettisti. In una fase negativa non è detto che comprando i titoli finanziari poi si mettano a salire e nemmeno che se si vendono poi il mercato s'indebolisca. I complessi automatismi di controllo delle contrattazioni che tutti i giorni si scontrano sulle ask e le bid dei book, hanno necessità loro stessi di una "vittima". I sistemi long guadagnano solo se c'è qualche ondata di vendite, e i sistemi "short" ribassisti hanno la necessità di compratori che faccia a loro da controparte.

Gli algoritmi di questi "trading program" sono progettati all'incontrario e si basano proprio sulle ondate di emotività, anzi ne fanno conto. Ben vengano quindi le brutte notizie e i downgrade a ripetizione delle agenzie di rating, ma meglio ancora l'alternanza tra speranza e panico. Sono una sorta di manna per questi "surfisti" delle onde di mercato, che non sono interessati alla stabilità di tassi e materie prime, necessaria alla crescita economica come scriveva l'economista liberal austriaco Friedrich Von Hayek nei primi decenni del secolo scorso, ma ai picchi di volatilità che invece alimentano guadagni ai gestori di fondi hedge mentre sfiancano la vita economica e sociale d'interi paesi.

Anche la Federal Reserve di Ben Bernanke con i piani di "quantitative easyng" negli ultimi due anni sembrava aver applicato ricette opposte a quelle che una gestione del debito pubblico da manuale economico avrebbe richiesto. Secondo i critici quelle misure avrebbero dilatato il debito americano e condannato alla recessione. Il risultato è stato opposto come testimonia il dato di Pil americano salito al 2.8 nel quarto trimestre 2011 e le quotazioni ai massimi di area 140.

L'ottimismo espresso a Davos da Mario Draghi appare quindi il frutto di una consapevolezza strategica riflessiva, che si basa su una profonda conoscenza dei meccanismi con cui si muovono mercati finanziari che si alimentano nelle ondate di panico, "opposta" a quella di reazione che invece sembrerebbe suggerire l'andamento dei mercati e dell'economie moderne sulle scia dell'emotività.