Il Blog di Marco Zulberti

Ruralizzare la montagna

Il lavoro agricolo è una delle mansioni umane più affascinanti ma anche più dure. Fare l'agricoltore, l'allevatore o l'ortofrutticoltore, chiede una dedizione totale al lavoro in qualsiasi condizione di tempo e di stagione. Ancora più dedizione e sacrificio richiede il lavoro agricolo di montagna, dove alle difficoltà che deve affrontare un contadino di pianura, si devono aggiungere la scarsità dei terreni, lo scarso rendimento dei raccolti e degli allevamenti, la distanza dai mercati, i costi dei trasporti e dei rigori della lunga stagione invernale. Per questa durezza questo lavoro molto spesso non risulta attrattivo e nella storia si ripetono ciclicamente periodi di abbandono di queste attività che nello stesso momento sono economicamente importantissime anche per l'attuale moderna società tecnologica. Le difficoltà erano dovute alla mancanza di terra, alla bassa scolarizzazione di chi viveva di agricoltura, all'applicazione costante che richiedono queste attività rispetto alla settimana corta dei lavoratori dipendenti che se ne possono stare tranquilli a casa o godersi il tempo libero. La stessa organizzazione scolastica ha escluso queste importantissime attività per decenni dai programmi formativi. Solo qualche istituto specializzato e laurea hanno continuato a formare qualche perito e ingegnere forestale, professionalità che comunque vivevano a lato di quella contadina.
L'agricoltura di montagna così come la abbiamo conosciuta fino alla fine degli anni settanta è andata via via scomparendo. Negli ultimi anni poi addirittura è stata quasi osteggiata da tutta una serie di regole e norme, che la hanno sì arricchita con finanziamenti e contributi, ma nello stesso tempo, burocratizzata e resa quasi impossibile da essere vista come una opportunità di lavoro. Delle centinaia di vecchie stalle di montagna che erano attive in Giudicarie fino a vent'anni fa ora ben poche sono ancora attive, e in qualcuna di queste è cominciato a cadere il tetto, trasformandosi in rudere. E questo avviene anche nella bassa Valle del Chiese a poche centinai di metri dalla statale.
Se esiste una fine del mondo, credo che noi senza accorgersene in modo molto silenzioso, stiamo assistendo alla fine di questo vecchio mondo rurale, che offriva lavoro, reddito minimo e sicurezza. Ad aggravare le cose sono venute anche una montagna di norme di ogni tipo, concepite dalla testa dei burocrati e dei funzionari amministravi che lavorano nelle istituzioni provinciali, che hanno preteso di insegnare a una popolazione che viveva sulla propria terra da migliaia di anni, un nuovo modo di allevare. Hanno preteso di applicare norme pensate in un ufficio di città, come se i contadini per duemila anni avessero sempre sbagliato. Questa applicazione cieca e sorda delle norme ha distrutto il mondo rurale della montagna. Ma fino a che la bolla immobiliare si stava gonfiando solo qualche sparuta associazione di contadini mugugnando cercavano di far passare il loro disagio. Oggi che la crisi è ormai penetrata in ogni settore della vita economica, nelle valli più periferiche la scomparsa della vita agricola della montagna e dei redditi seppur scarsi che generava, si avverte in modo molto forte. Abbiamo di fronte intere montagne ormai abbandonate, prati, arativi strappati con la zappa e il sudore al bosco, tornati sotto la protezione della guardia forestale. L'intera bassa Val del Chiese una volta caratterizzata da un paesaggio fatto di viti e piccoli campi oggi è un bosco continuato da Bondo fino a Storo dove resistono gli ultimi campi grazie all'iniziativa di Agri Novanta. Questa "fine del mondo" ha cambiato anche il clima. Il bosco è ormai così vicino ai paesi che l'umidità notturna si deposita sulle ultime viti e sui prodotti degli ultimi orti coltivati compromettendone il raccolto.
Allora i sindaci, la società tutta, dovrebbero chiedere e pretendere che questo patrimonio economico che è rappresentato dall'economica agricola di montagna si rimetta in moto, ricacciando indietro l'esasperante burocrazia amministrativa e fiscale che la solo frenata e fatta scomparire. Anche la scuola la smetta di esaltare alcune materie teoriche astratte, lontane dal lavoro di montagna e torni a valorizzare l'empiria economica del fare, del produrre e del vivere l'agricoltura di montagna, investendo su di essa con una visione possente che superi quella banale e spicciola del ciclo elettorale.