Il Blog di Marco Zulberti

Crisi settoriali e caos demografico. L'equilibrio secolare tra settori macro come quello agricolo, quello artigianale e industriale e quello dei servizi, si è completamente ribaltato

Tabella settori europei 20131 - Marco Zulberti


Una delle lezioni che questa crisi sta imponendo al mondo economico, a quello politico e anche a quello culturale, è la necessità di allargare la vecchia analisi settoriale, basata sulla semplice divisione tra primario agricolo, secondario industriale e terziario dei servizi a quella più attuale dei venti settori europei divisi in auto, banche, materie base, chimica, costruzioni, servizi finanziari, alimentari, assicurazioni, beni industriali, salute, energia, trasporti, telecomunicazioni, turismo, distribuzione, immobiliare, tecnologia.
Parlare, come in questi primi giorni del 2014, solo di quanto lo scorso anno sono saliti gli indici di borsa, di quanto è cresciuto il Pil, di quanto sono scesi i tassi d'interesse o lo spread, di quanto si è contratta la massa monetaria o di quanto si è alzato l'indice di disoccupazione, favorisce ancora di più il disorientamento.

Limitarsi a valutare l'economia di uno stato o di una regione, secondo i vecchi parametri generali, se da una parte alimenta in senso positivo o negativo il sentimento generale, dall'altra non aiuta a comprendere la situazione e a trovare politiche d'intervento risolutive. Non è più l'epoca dell'ottimismo o del pessimismo tout-court, basato sulla pubblicità dei media o sul marketing, che hanno ancora una loro funzione ma che risulta notevolmente ridotta rispetto alle singole crisi che colpiscono l'Italia a macchia di leopardo, sia geograficamente, che settorialmente, generando una sorta di confusione nella percezione del benessere, della qualità della vita, ma anche della povertà nella distribuzione del reddito e dei diritti all'istruzione, al lavoro e alla salute stabiliti dalla costituzione repubblicana del 1945.

Lo dimostra questa fase di taglio dei costi della politica e delle risorse, che non sfocia in una politica di rilancio settoriale come dovrebbe essere quello turistico, o quello agricolo che, per secoli, grazie al clima mediterraneo hanno sostenuto l'economia e la storia della penisola italiana. Non c'è area geografica al mondo, come il bacino del mediterraneo, che goda di una stabilità di clima che permetta alle colture di mantenere a costi irrisori la sua popolazione, che necessiti di consumi di energia estremamente bassi rispetto al nord-europa. Invece paradossalmente la spesa alimentare e quella energetica sono tra le più alte al mondo per l'abbandono di questi settori alle multinazionali internazionali, che hanno fatto dell'Italia un gigantesco supermercato.

Dopo il boom economico avvenuto tra il dopo guerra e gli anni settanta e il boom dei servizi degli ultimi vent'anni, che ha visto susseguirsi una fortissima fase di de-ruralizzazione e ad una seconda di de-industrializzazione, oggi il territorio rurale è stato in larga parte abbandonato alla speculazione immobiliare, creando anche flussi migratori dalla campagna, dal settore primario, verso la città, verso i servizi, dove oggi sta scoppiando la vera bolla occupazionale, sia intesi come servizi privati, che della pubblica amministrazione.

Oggi la crisi economica è dovuta anche a questo caos demografico, dove un equilibrio secolare tra settori macro come quello agricolo, quello artigianale e industriale e quello dei servizi, si è completamente ribaltato senza alcuna regolamentazione. Anzi, le regole edilizie, sanitarie, legali, contributive, fiscali, pensate e applicate per legge nelle città, hanno totalmente scoraggiato gli ultimi contadini e artigiani che ancora resistevano nelle periferie, con i figli che tra la zappa e la valigia, scelgono quest'ultima, creando nuovi flussi migratori.

La fuga dalle campagne verso le città, che è una classico osservato in tutte le grandi fasi della storia dalla rivolta dei Gracchi ai tempi di Roma a quelle dei contadini nel medioevo, è sempre stata ostacolata da rigide norme. Le masse rurali italiane non avevano la libertà di abbandonare la loro occupazione per trasferirsi nelle ricche città rinascimentali. Questo permetteva il mantenimento di un equilibrio economico tra la sfere agricole e quelle artigianali e quelle industriali delle città.
Oggi in cui la libertà individuale è un diritto non è pensabile un divieto di questo tipo, ma è necessario che la città, che elabora e fa applicare le leggi, prenda coscienza di questo disequilibrio, e concepisca leggi e norme fiscali che lasciano vivere le masse in periferia, anzi che torni a favorire il ritorno alla vita agricola di molti che oggi sono disoccupati, ravvivando intere campagne oggi abbandonate.
Non è un problema nuovo, basti pensare come si uscì dal medioevo con la politica agraria dei grandi monasteri. Ma anche più di recente in Italia, a partire dal settecento, sono state pensate e prodotte politiche di ripopolamento delle montagne e del mondo agricolo anche con notevole successo; pensiamo alla funzione del credito agricolo con la Banca Nazionale dell'Agricoltura e la Banca Nazionale del Lavoro, fino al credito cooperativo e alla funzione della cooperazione nel micro economico di alcune regioni italiane.
In un momento di bilanci come quello rappresentato dal nuovo anno la complessità settoriale dell'economia moderna ci mostra con grande evidenza questo disequilibrio che va tramutato, grazie ad una sana politica economica (ecco perché abbiamo ancora bisogno di una classe politica democratica), in una nuova fase economica in cui i settori classici dell'economia italiana, come quello agricolo e turistico, e solo in parte industriale, tornino a rendere più stabile il nostro tenore di vita.