Il Blog di Marco Zulberti

Un'Europa sociale, dal blog di Marco Zulberti

Vallarsa  - paesaggi di guerra - trentino grande guerra


L'anniversario dello scoppio della Grande Guerra, un secolo fa ci permette di osservare tutta la drammaticità del secolo con uno sguardo, che si deve vestire di carità umana per cercare di capire cosa è successo in questi cento anni. Tutta la storia del continente europeo nell'ultimo secolo è attraversata alternativamente da ondate di grandi crisi, che hanno innescato le guerre, e da ondate di crescita economica e sviluppo sociale.

Prima i deleteri nazionalismi di inizio secolo, con alleanze come la Triplice con Austria e Russia, poi con la Germania nazista e il Giappone imperialista, poi, dopo la seconda guerra mondiale, con la Nato e l'Unione Europea, hanno continuamente cambiato le geometrie degli scambi commerciali e delle alleanze militari al punto che ci si è completamente dimenticati dell'Europa sociale dei popoli che la vivono.

E' possibile che dopo tutti gli accordi sulle transazioni economiche e gli scambi commerciali, sui diritti e sulle norme comunitarie, la società europea soffra una crisi economica di così vasta portata da ridurre intere nazioni in ginocchio le une di fronte alle altre?

Di fronte alla grande crisi delle ideologie di ogni declinazione, compresa quella liberale e quella religiosa, l'unica cosa che sembra rimanere è lo spirito d'identità sociale dei popoli. Non il funereo nazionalismo del motto "una lingua, una nazione", ma quello dell'identità trasversale del popolo europeo delle famiglie, del popolo europeo degli artigiani, del popolo europeo degli imprenditori, dei contadini, dei pescatori, dei muratori, ma oggi soprattutto dei giovani disoccupati.

Se c'è un concetto che le attuali elitè faticano a comprendere è proprio questo. Mentre loro, il popolo delle elité, dei dirigenti, dei manager, dei politici, paradossalmente si ritrova insieme in summit nelle varie capitali da Bruxelles a Varsavia, da Ginevra a Londra, dall'altra le altre componenti della società europea, o meglio dei popoli europei, vivono separate da gabbie salariali, da gabbie fiscali e tariffarie dei servizi essenziali (vedi il caso delle assicurazioni auto) e dai debiti nazionali.

Questa è l'Europa che vogliamo con le nazioni del nord che si svegliano dieci anni dopo l'unione monetaria del 2002, a chiedere a quelli del sud le rate dei prestiti con cui sono state vendute le loro Mercedes, pagandole con tassi da spread? Nella corsa dei debiti, tra il 2002 e il 2009, dei paesi del sud Europa c'è una responsabilità dei paesi del nord che paradossalmente non si sono preoccupati dello sbilancio interno della bilancia commerciale.

L'importante era vendere, esportare, valutando l'economia europea interna, non come fosse unita ma ancora divisa tra nazioni. Nel boom economico dei paesi del nord, c'è la responsabilità del commerciante che ti vende tutto fino a dominarti poi con i debiti, senza preoccuparsi dell'Europa dei popoli e non quella delle nazioni.

Anche l'attuale crisi, come tutte le altre vissute durante questo secolo, appare quindi figlia del nazionalismo, una forma di nazionalismo insensibile, che non sfila nei cortei con le bandiere e le divise glorificando la patria, ma che mantiene ancora troppo alti i muri invisibili della finanza, del fisco, del salario e dei diritti, per soddisfare il freddo calcolo economico.

Invece se c'è una salvezza e una terra promessa per l'Europa, dove approdare, è proprio quella che ci hanno descritto i grandi storici medievali, quando non esistevano le nazioni, e i popoli che uscivano dalla decadenza dell'impero e delle invasioni barbariche, ripresero a vivere e svilupparsi dalla rete più bassa e umile delle comunità e dei popoli, senza barriere di lingua o di confine. La stessa cosa che avvenne nel 1919 e nel 1945 alla fine delle due guerre mondiali quando i trentini rientrando nelle loro case, nei vari paesi bombardati e nella stessa città di Trento dormivano tra i muri di case bombardate osservando il cielo. Oggi con le norme edili, sanitarie, fiscali e la burocrazia attuali, emanate dalla élite dei manager sarebbe impensabile qualsiasi ricostruzione e ripresa. L'attuale permanenza della crisi dipende proprio da questo muro burocratico che separa lo spirito sociale tra i popoli europei, fatto di solidarietà e progetti ideali, che ritroviamo evocato nella grandi sinfonie ottocentesche di Verdi o di Wagner, che va assolutamente riscoperto e riportato alla luce.