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Il Blog di Marco Zulberti

Valutare i rischi finanziari. «Occorre studiare una tassazione sostenibile per permettere alla montagna di tornare ad essere la protagonista dell'economia e non l'ancella dei servizi improduttivi che si svolgono nei capoluoghi»

San Giuliano mucche al pascolo  

L'idea di laboratorio applicato all'autonomia trentina recentemente espressa dal presidente della Provincia Ugo Rossi, che immagina un Trentino come modello per uscire dalla crisi, riporta ad uno dei principi fondamentali della storia della nostra terra montana. Perché se la classe politica attuale ha considerato l'autonomia come una sorta di "risarcimento" moderno alla popolazione di lingua tedesca e all'intera regione; per il distacco dall'Austria di fatto l'autonomia secolare concessa dall'impero tedesco ai due principati di Trento e Bressanone, rappresentò un laboratorio dove ogni singola valle, dalle Giudicarie al Primiero, svilupparono fin dal XII secolo particolari norme statutarie e "regole" per permettere la sopravvivenza economica delle centinaia di piccoli villaggi che sfruttavano la ricchezza della montagna.
Se infatti da una parte la montagna offre all'uomo una ricchezza naturale fatta di ampi territori, pascoli, boschi, e abbondanza di minerali, materiali da costruzioni, marmi, porfidi e graniti, dall'altra i costi del lavoro in montagna, per la durezza del vivere e il sudore, sono doppi rispetto a quelli della pianura, mettendo di fatti "fuori mercato" la sua economia montana. Di fatto l'economia moderna di massa ritagliata sul "mercato" oggi globale, non permette alla montagna di sopravvivere senza un'autonomia fiscale. Il venire meno delle economie nazionali e l'apertura dei mercati a livello internazionale dove una televisione e una lavatrice, o uno smartphone devono avere lo stesso prezzo in tutto il mondo, l'economia delle aree montane esce paradossalmente dal mercato, perché diviene costoso viverci.

Le autonomie economiche nella valli più distanti dai centri come Trento, Rovereto e Riva, non per niente per crescere economicamente avevano sviluppato istituzioni come le "Regole" di Ragoli o la "Magnifica Comunità di Fiemme", fino a tollerare la circolazione di quattro monete come la lira veneta, quella trentina, quella bresciana e quella tirolese.

Il Principe Vescovo era più tollerante di oggi e una volta supervisionati gli statuti delle comunità ne autorizzava le autonomie, che permetteva la loro vitalità economica, con i suoi mercati, le fiere, gli alpeggi, gli scambi commerciali con le altre regioni senza necessariamente passare per Trento o Bolzano.
L'autonomia storica del Trentino di fatto era un "laboratorio" composto da centinaia di comunità con norme diverse a seconda delle esigenze del luogo. Questo ha garantito la crescita economica secolare del nostro territorio montano. La storia dei secoli passati dei montanari vessati dalle tasse è piena di lotte dei contadini e di rivolte fiscali, come quelle avvenute in Val di Non nel 1500 e nelle Giudicarie nel 1772 con la distruzione del Dazio di Tempesta.

Allora se il Trentino come modello, a cui pensa oggi il presidente Rossi, è quello del "laboratorio" dove si concepiscono norme che lascino libere di crescere le valli, allora si inizia un percorso vero di autonomia e di nuova crescita economia, ma se invece per autonomia si intende di realizzare una "fotocopia" dello stato centrale italiano, con tutti i suoi problemi e i suoi debiti, con una tassazione ritagliata per raccogliere denaro da riportare in città senza comprendere l'importanza della crisi che oggi colpisce la montagna allora l'autonomia non farà che aggravare la situazione.

Primo passo quindi per Rossi oggi, per dimostrare di attuare questo "laboratorio" è quello di valutare tutti i rischi e i debiti che il sistema trentino, sul piano privato, societario e pubblico, ha accumulato in questi anni studiando una tassazione sostenibile per permettere alla montagna di tornare ad essere la protagonista dell'economia e non l'ancella dei servizi improduttivi che si svolgono nei capoluoghi. Senza una riattivazione del rapporto economico tra la montagna e la città, non vi sono modelli economicamente sostenibili che possano garantire futuro alle prossime generazioni.