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Il Blog di Marco Zulberti

Se la Germania comprendesse... dal blog di Marco Zulberti

Angela Merkel
Il recente articolo "Berlino e il sogno miope" di Salvatore Bragantini pubblicato sul Corriere della Sera offre lo spunto per insistere sulla necessità di aprire un confronto con la classe politica, economica e intellettuale tedesca per superare il difficile passaggio economico che sta vivendo l'Europa dopo l'unione monetaria. Se infatti da una parte i continui richiami di Angela Merkel alla necessità che ogni paese compia le riforme necessarie al taglio del debito, in primis l'Italia, dall'altra la Germania deve calarsi nella realtà di ogni singolo paese per poter comprendere le problematiche in cui è invischiato. La recessione avviatasi nell'estate del 2011 quando le banche tedesche si liberarono dei titoli di stato italiano, sta ora provocando un serio rallentamento economico in tutta l'eurozona, complici fattori geo-politici come la crisi Ucraina e l'embargo con la Russia, o la trasformazione dell'economia asiatica che nonostante continui registrare tassi di crescita positivi a partire dall'India, dalla Cina e dal Giappone, oggi ormai consuma il settanta cento di quello che produce in Asia, limitando in modo netto l'import di prodotti europei.
I vincoli del debito, soprattutto nel caso italiano con un rapporto con il Pil al 135 per cento, infatti non permettono l'adozione di azioni espansive di nuova spesa pubblica per rilanciare l'economia, e quindi naturale che anche la classe politica guardi con sempre più insistenza ad una alleanza contro la crisi insieme alla classe politica europea, in primis tedesca. Altrimenti a che cosa serve il nostro parlamento europeo?
Se la Germania comprendesse infatti come le titubanze e le lungaggini politiche di questi nel trovare una soluzione unica alla crescita e alla disoccupazione europea rischieranno di scardinare proprio il modello tedesco, quel modello franco-renano, dove lo stato democratico ha finora mantenuto un ruolo di arbitro nel campo economico in quanto garante dei diritti, del sistema di welfare e dei servizi di pubblica utilità uscito dalla rivoluzione francese. Se la classe intellettuale tedesca cominciasse a comprendere che a lungo la sua stessa stabilità ne verrebbe minacciata anche uscendo dall'Euro, forse comincerebbe a cambiare il suo atteggiamento soprattutto nei confronti di paesi come l'Italia, che negli ultimi vent'anni ha subito un vero e proprio tracollo della sua economia, applicando le teorie del liberalismo, svendendo non solo aziende e servizi pubblici, ma anche interi oligopoli come quello delle telecomunicazioni, delle autostrade e dei servizi energetici. In Italia la classe politica che ha guidato fuori dalla crisi della lira nel 1992 e traghettato verso l'Euro, se da una parte ha compiuto un primo forte passo verso il risanamento, abbandonando il cronico ricorso al debito e alla svalutazione, dall'altra imitando il modello anglosassone ha privatizzato i servizi orientando la vecchia classe industriale produttiva italiana verso gli oligopoli dei servizi di pubblica utilità o di quelli finanziari e immobiliari.
Per questo la Germania se vuol rafforzare veramente l'economia deve aiutare l'Italia a rientrare in Europa non solo con la moneta, o con il debito, ma salvando anche quello che resta del suo storico tessuto industriale dopo vent'anni pseudo-liberal che hanno solo impoverito la nazione e arricchito la politica.
Per questo la miopia tipica dell'ideologia tedesca, carattere già messo in risalto in un famoso saggio del 1848 di Karl Marx, può rivelarsi pericolosa alla stessa economia tedesca che deve comprendere la necessità di aiutare l'Italia a tornare alla normalità di un modello statale in cui i servizi sono un diritto e non una merce per i cittadini, perché altrimenti nel lungo periodo anche tutto il benessere conquistato dalla popolazione tedesca in questi ultimi dieci anni, seguiti alla riunificazione con la ex Germania dell'Est, sarebbe seriamente minacciato