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Il Blog di Marco Zulberti

Un monito dalle fusioni fallite

pubblicata in Carlo Meregalli. Grande Guerra p. 67 b



Il risultato negativo del referendum della fusione tra il mio comune e quello di Condino, Brione e Castel Condino mi è arrivato appena rientrato a Milano dopo aver votato al seggio di Cimego, e mentre mi accingevo a rileggere l'editoriale di Alessandro Andreatta comparso sul Trentino di sabato, Responsabili del proprio destino, all'interno del quale aveva scritto «oggi l'autonomia, prima che difesa da chi l'attacca, vada rispettata da chi ha l'onore di amministrarla, che non è solo politico ma anche morale». Questo richiamo all'imperativo categorico, che deve risiedere nell'animo di ogni uomo di governo, è utile a spiegare il recente fallimento sulla fusione tra i comuni, tra i quali quelli dell'antica Pieve di Condino in Val del Chiese. In particolare il fatto che il fallimento sia partito dalle comunità più piccole mostra come i progetti di fusione siano stati condotti in modo frettoloso dalle comunità più grandi, che si sono basate più sugli schieramenti politici che sui bisogni e i timori che aumentano in modo proporzionale alla distanza dal centro. L'impressione è quella che gli amministratori locali abbiamo trascurato tre fondamentali relazioni: la prima con la popolazione delle comunità più piccole che hanno sentito la fusione come una imposizione dovuta alla crisi economica per accaparrarsi nuove risorse e alimentare le inefficienze del centro che non come una libera scelta basata su un'equità distributiva delle risorse. La seconda di aver trascurato il rapporto con la classe intellettuale che non è stata coinvolta nei progetti di fusione che avrebbe potuto mostrare gli antefatti della storia delle comunità, come si sono formate, come si sono sviluppate e di quali vantaggi in termini di ricchezza pro capite, avrebbe portato la fusione. Anzi nella scelta del nome la classe degli intellettuali è stata addirittura ridicolizzata dagli amministratori che non si sono avveduti di quanto fossero condivise le perplessità manifestate pubblicamente dalla popolazione. La terza sull'informazione che si doveva svolgere con dibattiti costruttivi sui progetti, sui lavori da terminare, sul futuro delle giovani generazioni nel mondo del lavoro. Il sospetto che i finanziamenti aggiuntivi sarebbero andati a finanziare i lavori nei centri più grossi era molto forte e si toccava con mano questo disagio che andava chiarito sulla scia di quell'orientamento morale a cui richiamava Andreatta nel suo articolo sul Trentino di sabato.
Per questo atteggiamento d'imposizione basata sulla paura della crisi la fusione a molti sembrava una mossa per mantenere i sogni e i progetti delle comunità più grandi a scapito di quelle più piccole e non un cambio di rotta nella gestione a partire da un effettivo risparmio. La gente invece andava convinta, illustrando la storia economica delle valli, descrivendo i periodi difficili e quelli di crescita, ammettendo lo stesso fallimento del modello attuale basato sulla spesa pubblica e sullo spreco delle tasse che ogni cittadino paga ma poi vanno ad alimentare un modello recessivo come abbiamo vissuto in questi decenni. La gente di queste piccole comunità si convinceva con il contrario e con il cominciare a dire "ci fondiamo ma stop agli sprechi a partire da quelle più grandi".
Da questo fallimento, che passerà sui libri della storia trentina, si può estrarre un monito e un quesito: le fusioni sono sicuramente ed economicamente utili ma erano percepite come funzionali a fornire una continuità di una linea amministrativa spendacciona. Perché una comunità sopravvissuta a mille anni di storia doveva perdere la sua autonomia, fondersi, e magari impoverirsi? Non è una questione di campanili, ma di brutale sostanza economica. Il processo di fusione attuale appare invece funzionale a mantenere l'attuale modello negativo di spesa. Se la gente nella fusione avesse percepito invece una rivoluzione economica, con l'abbandono delle indennità, con il taglio delle spese e dei dipendenti, per tornare all'antico "bene comune" le certezze avrebbero prevalso sui dubbi. Tutto questo per confermare che sarà comunque necessario che le comunità si debbano fondere, ma sulla base di progetti equi e sostenibili, accompagnati da evidenti segni di umiltà da parte degli amministratori e dei politici.