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Il Blog di Marco Zulberti

Primo passo: ripresa degli investimenti

PadoanSui dati della ripresa economica si sta diffondendo una sorta di unanimità basata soprattutto sulla volontà di indurre fiducia, al di là dei dati veri e propri che rimangono ancora grigi. Se la fiducia "tout court" è vista, forse esagerando come il principio "sine qua non" contro il quale anche la richiesta di essere oggettivi sulla effettiva situazione economica appare minare alla base la ripresa perché induce scoraggiamento e pessimismo, dall'altra si deve anche confermare che storicamente l'uscita dalla crisi è caratterizzata prima di tutto da dati di crescita della produzione industriale, del fatturato e degli ordinativi. Anche il dato del calo della disoccupazione nelle crisi registrate negli ultimi quarant'anni arriva sempre più in ritardo rispetto alla ripresa, a causa della maggior efficienza del sistema produttivo industriale che produce con meno personale. Ma quello che sta caratterizzando questa primavera del 2015 rispetto a quelle precedenti sono soprattutto le condizioni internazionali dei mercati finanziari e delle materie prime che registrano alcuni fattori del tutto eccezionali rispetto al 2007 quando è scoppiata la crisi. Il primo è dato dai tassi d'interesse ai minimi storici, il secondo il crollo del prezzo del petrolio, il terzo dal calo dell'euro rispetto al dollaro e alle altre valute internazionali, il quarto dal crollo dal conseguente calo del costo dell'energia per le imprese grazie anche all'introduzione massiccia delle energie alternative.

Sono quattro condizioni eccezionali che questa volta l'Europa e l'Italia non possono più sprecare.
Va cambiato però drasticamente l'atteggiamento. Abbandonare quello ingenuo e passivo fatto di annunci e promesse caratterizzato di una attesa spasmodica di una crescita che viene da sé grazie ai "natural spirtis", a quello attivo e cosciente in cui si comprende la necessità di agire sul fronte degli investimenti e delle tasse stimolando la ripresa con una iniezione diretta di liquidità tramite investimenti diretti alle imprese e alle infrastrutture nei settori trainanti dell'economia, e gli investimenti devono essere caratterizzati per la prima volta da una politica strabica in cui i paesi del nord Europa creditori investono nei paesi del sud Europa debitori.
Mentre infatti la politica della Bce con il ribasso dei tassi e gli acquisti del "quantitative easing" appare unilaterale e neutra rispetto a tutti i paesi con il risultato di premiare ancora i paesi industrialmente più forti, ora è necessario che il nord Europa comprenda che la Grecia non ce la farà mai da sola a ripagare quel debito che si è accumulato anche in questi anni di crisi, e che paesi come l'Italia nonostante il grande tessuto produttivo necessità di un atto di fiducia e investimenti massicci necessari alla ristrutturazione industriale di un paese fermo da vent'anni.

Questo mix di condizioni eccezionali con tassi bassi e bassi costi dell'energia di fatto trasferisce una cospicua ulteriore fetta di reddito dai paesi produttori di petrolio a quelli industriali come quelli del Nord Europa e l'Italia. Ma questo si può sfruttare solo orientando e accelerando gli investimenti a partire dai paesi più deboli e periferici verso quei settori economici che nel futuro rappresenteranno le strutture portanti dell'economia europea come trasporti, energia, comunicazioni.
Perdere questo "zeitgeist", questo momento senza precedente favorevole agli investimenti, attendendo passivamente che ogni giorno escano dalla lotteria delle news i numeri della crescita, rappresenterebbe un errore strategico imperdonabile.