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Il Blog di Marco Zulberti

Gli errori finanziari del governo Renzi

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Un anno fa il governo Renzi toccava il suo apice durante le elezioni europee con il raggiungimento del 41.5 per cento dei voti da parte del Partito Democratico. Ma in quegli stessi giorni il debito pubblico italiano sfondava ogni livello e raggiungeva il suoi livelli record a 2170 miliardi. La doccia fredda di quei dati ridimensionò immediatamente il premio di fiducia che il governo aveva vissuto sui mercati finanziari e solo due mesi dopo in agosto si respirava un drastico ritorno del pessimismo. Fu Draghi con una mossa inaspettata a riaccendere i motori dell'ottimismo con l'ultimo ribasso dei tassi, portandoli praticamente a zero. In quel ribasso la Banca Centrale utilizzò l'ultima leva che aveva a disposizione che far ripartire una crescita che la politica dei paesi più indebitati, soprattutto la Grecia e l'Italia, non sapeva favorire con le riforme. Dopo un autunno difficile sui mercati, accompagnati dalla crisi del rublo e dell'euro, gli effetti di quel taglio riportarono a correre le economie più efficienti del nord Europa, a partire dalla Germania, mentre quelle del sud Europa, compresa quella italiana, mettevano a segno l'ennesimo recupero, senza particolari miglioramenti sui vari grafici del prodotto interno lordo, fermo a 90.8, della produzione sotto del 23.7% rispetto al 2007, e della fiducia dei consumatori per la prima volta positiva dal marzo 2011, mentre la notizia del boom delle assunzioni sembra introdurre ad un calo della disoccupazione dopo questi anni nerissimi con il tasso salito al 12%.
E' ormai chiaro che la classe politica dopo la rivoluzione di Mario Monti, abbia cominciato ad abbandonare la retorica in favore dei dati oggettivi e che lo stesso governo Renzi snocciola a sua volta i dati per chiudere la bocca ai tecnici e ai critici, bollando come gufi quanti forse invece cercano di spiegare alla politica che non è sufficiente citare un dato ma comprendere le dinamiche tra le varie componenti che possono favorire l'uscita dalle crisi.

Nel 1992 il governo Amato alla ricerca di risorse aveva attuato una politica favorevole agli investimenti e sfavorevole ai capitali che rimanevano liquidi sui conti correnti. Non alzò le tasse sulle rendite finanziare ma impose il prelievo forzoso a chi non investiva. Nello stesso momento avviò la privatizzazione del patrimonio bancario e industriale dell'Iri. Questa serie di azioni, pur tra decisioni di dubbia efficacia nel campo delle telecomunicazioni e delle autostrade, favorì la ripartenza dell'economia italiana che nel 1996 ritornò ad avere i numeri per entrare nell'Euro.
Nell'uscita dalle crisi si esce infatti con la ripresa del prodotto industriale e degli ordinativi. Gli indici di fiducia e della disoccupazione sono indici per quanto importanti erratico il primo e sempre in ritardo il secondo, al punto che gli analisti, nei massimi dell'occupazione, vanno a verificare l'insorgenza dei segni della nuova recessione.
Quanto invece ha attuato nell'ultimo anno dal governo Renzi, oltre che a confondere l'importanza dei singoli dati, compreso quello del debito pubblico, sembra aver  preso decisioni che hanno aggravato il debito, con l'introduzione degli 80 Euro varati solo per alcune categorie di reddito a cui appartengono soprattutto i dipendenti pubblici che sono quelli che oggi soffrono meno la crisi, e dall'altra varando uno squilibrio nella tassazione delle rendite finanziare, con il 12.5% ai titoli di stato e il 26% ai comparti degli investimenti privati, azioni, obbligazioni e gestioni, lasciando libera di rimanere passava sui conti correnti la liquidità, che con questi livelli di rendimento, di tassazione e di rischio se ne guarda bene nell'entrare nei mercati finanziari. Questo favorisce un ulteriore freno per i capitali nazionali ad entrare nel mondo degli investimenti, in un momento che invece servirebbe l'inverso. Ad un aumento dei tassi internazionali e quindi del rischio che si intravede sullo sfondo, cosa succede ai mercati finanziari sbilanciati da questa tassazione? Viene favorita la vendita dei titoli di stato e bloccato l'ingresso nei titoli di debito privato. E' evidente che in questo campo vada effettuata al più presto una armonizzazione della tassazione per evitare distorsione che potrebbero imporre ancora ritardi alla ripresa.