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Il Blog di Marco Zulberti

Eco? L'unico felice è Padre Jorge. dal Blog di Marco Zulberti

Umberto-Eco 2016

La scomparsa di Umberto Eco rattrista chi ha amato i suoi libri mai così attuali nel fotografare la modernità attraverso gli occhiali della storia. Questo era il metodo strutturalista di Eco con cui ogni settimana ci regalava la sapienza di Minerva con la sua "bustina" o che fin da subito aveva catalogato la società occidentale come divisa nelle due grandi categorie degli "apocalittici" e degli integrati. I primi usciti dalla millenaristica cristiana nelle figure degli eretici non erano altro che i "critici" del sistema in cui vivevano, ieri, oggi e domani. I secondi, gli integrati, sono invece quelli che va bene tutto, "viva chi regna" e che Eco vedeva come il "problema" che frena la storia. Ma di entrambe le categorie Eco ne "rideva", divertito, cogliendo in loro una sorta di componente di "follia". Folli erano i visionari eretici che volevano cambiare la storia in tempi brevi, folli erano quanti si adagiavano nel "conformismo", e quindi nell'accettazione dello status quo, che ne medioevo voleva dire accettazione della condizione di "servi della gleba", caricati delle decime, e del dominio senza tempo del Regno della Chiesa e dell'Impero.
E cosa fare degli "apocalittici"? Combatterli, metterli sul rogo? E dei conformisti che frenano ogni giorno il percorso della storia giornalmente impegnati in guerre alla Waterloo e a rifondare la Santa Allenza del congresso di Vienna? Eco ci propone di non farne un dramma, ma di coglierne le debolezze con una feroce, cinica, destrutturate, risata.
Il Gruppo '63, di cui Eco fa parte come critico, con il Laborintus di Edoardo Sanguineti, le poesie di Nanni Balestrini, Giulia Nicolai, e scrittori come Alberto Arbasino e Giuseppe Pontiggia, solo per ricordarne alcuni, rappresentava proprio questa volontà di smascherare le quinte dietro cui si atteggiava la classe dirigente intellettualmente impegnata. La "poesia che ride" diffusa dalla seconda Avanguardia, e che ricordava gli sberleffi del futurismo di Tommaso Martinetti, invade la cultura prima milanese e poi italiana, introducendo una rivoluzione che invade anche il teatro con Dario Fo, e la stessa canzone popolare di cui sono rappresentanti Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, fino alla comicità demenziale di Cochi e Renato.
Di questa rivolta pacifica, che deride e prende in giro, osteggiata dagli scrittori militanti come Pier Paolo Pisolini, Elio Vittorini o Italo Calvino, ne siamo ancora intrisi.
Ed proprio la destrutturazione il cardine della sistematica su cui Eco sviluppa poi la sua ricerca estetica e linguistica, con la stesura del Trattato sulla semiotica, che si confronta con gli studi degli anni Settanta su strutturalismo tra Roland Bahrtes, Gill Deleuze, la teoria della ricezione di Jauss e il decostruzionismo di Deridda.
Smontare quella macchina letteraria articolata che è il romanzo moderno, per coglierne i meccanismi, e poi rimontarne altri, è lo schema sotterraneo che si coglie leggendo i suoi romanzi, che rappresentarono come la teoria "prevede" la pratica. Romanzi come Il nome della rosa, che riprende tematiche care a Dario Fo come l'eretico Dolcino, o il Pendolo di Focault scaturiscono dall'applicazione delle regole apprese nello studio estetico della storia delle "poetiche". L'esperimento di Wu Ming, etichetta sotto cui si nascondevano più autori, nasce da quelle prime riflessioni sulla letteratura, che un giovane studente come me, innamorato del concetto di "genio", lasciava un attimo perplesso. Ed è forse questa volontà progettuale che gli viene rimproverata, come se Eco avesse svelato a tutti come si può scrivere un buon libro.
E la sua milanesità adottiva aveva avviato anche una sorta di piccola nascosta sfida tra la corrente estetica di Bologna e quella della Scuola di Milano della Statale che aveva radici nell'opra di Antonio Banfi e Enzo Paci. Allievo di Franco Brioschi, mi raccontava dei suoi serrati confronti nei dopo cena con Eco, sul concetto di nominalismo. Eco criticava il nominalismo, che intendeva come un aspetto dell'idealismo crociano, perché era impossibile dare un fondamento di verità alle parole astratte come l'unicorno, entità che esistono nella letteratura, ma non esistono nella realtà. E Brioschi obiettava richiamando alle metamorfosi di Kafka e di Dante. Anche Eco immagina Casaubon che si risveglia nell'Art e Metiers di Parigi, ma non trasformato nella forma ma nel destino.
L'opera di Eco ha portato a termine un percorso che era nato a inizio del Novecento con il futurismo come reazione alla poesia dei poeti vate, come Pascoli, Carducci e D'annunzio, a cui avevano reagito successivamente gli ermetici fiorentini di «Campo di Marte» o il realismo di Vittorio Sereni e Luciano Anceschi con «Corrente di Vita Giovanile», sfruttando il rilancio vissuto con il Gruppo '63. Smontare la retorica, smontare il concetto d'intellettuale vate, smontare il concetto di verità con la V maiuscola, a partire dallo smontare se stesso. E questo lo portava anche all'impegno in politica, sostanzialmente per cercare di smascherare la classe politica al governo del paese. In quel contesto lo ho incontrato spesso tra il 2001 e il 2008 con l'associazione Libertà e Giustizia, con la quale intendeva promuovere campagne culturali a favore dell'impegno e della denuncia.
Il suo impegno era la lotta contro i moderni sofismi sia intellettuali che sociali, perché Eco, per prima cosa derideva socraticamente se stesso e lo faceva pubblicamente dotato di un auto-ironia che possono avere solo chi ha compreso il valore della vita. E in questo mi piace accostarlo al modello classico del "gnoti sauton", conosci te stesso, da lui stesso frequentemente ricordato, che rinvia all'infinito la propria immagine, dibattendo nelle lunghe serate con gli amici nei simposi, tra un bicchiere di vino e di whisky, sul valore infinito della bellezza.
Ecco perché oggi l'unico felice è Padre Jorge.