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Il Blog di Marco Zulberti

Un Diavolo in rosso. Dal Blog di Marco Zulberti

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La notizia che il Milan Football Club meglio conosciuto come Associazione Calcio Milan, fondato nel lontano 1899, è stato ceduto dal Presidente Silvio Berlusconi per 772 milioni di Euro ai due magnati cinesi Robin Li e Jack Ma, fondatore della piattaforma commerciale internet di Alì Bàba, con l'impegno di assorbire i 200 milioni di debiti che la società rosso-nera ha accumulato in questi quarant'anni.
Non so cosa direbbero i poeti del calcio come Umberto Saba o il profetico Pier Paolo Pisolini, su quest'ultima fase di decadenza in cui è scivolato il calcio italiano ormai ridotto a dei logo, a dei brand, con tanto di punti vendita internazionali, ma dietro cui scompare la loro gloriosa storia popolare, il concetto agonistico antico che li ha resi come dei simboli della vita umana, dove alla messa e al pranzo con i nonni seguivano le cronache domenicali di Enrico Ameri e di Sandro Ciotti, che non avesse avuto l'amore viscerale per il calcio e le sigarette, sarebbe diventato un professore universitario di lingue classiche.
Questa cessione del Milan appare solo come l'ultima fase di una grande svendita del calcio italiano, mentre schiere d'economisti, uomini del marketing e giornalisti, sottolineano ed esaltano l'operazione come il futuro del calcio internazionale.
Ma cosa rappresenta il calcio per gli altri popoli fino a spingersi fino in quest'interesse abnorme verso il nostro sport più sociale? E cosa oggi, quali errori ci spingono, o meglio costringono a cedere questa componente strutturale della nostra cultura? La forza, la tenacia, la coerenza, il rispetto delle regole che il calcio impone ai suoi giocatori e alle due squadre che si sfidano, forse rappresentano una sorta di sintesi perfetta di quello che agli occhi del mondo laico è il modello democratico che ideato nella piccola cittadina greca di Atene oggi è il modello politico a cui maggiormente guardano le generazioni per vivere in futuro.
Il calcio appare pertanto come una sintesi di tutto questo e i popoli che lo praticano ad alto livello ne accettano tutte le regole, in pace e ammirazione per il più bravo e il più rapido ad agire.
La domanda ora è questa: dopo questa svendita, il calcio rimarrà quello sport degli ultimi, praticato in tutti i campi degli oratori delle parrocchie di tutto il mondo? Rimarrà il calcio il simbolo di quelle qualità umane che ammiravamo nei grandi calciatori del passato?
L'alienazione di questi grandi club, ai cui nomi siamo legati noi fin da piccoli e a cui erano legati i nostri padri e nonni, si deve dire che arriva oggi dopo decenni di fallimenti, dopo decenni di stravolgimenti di quel calcio mitico che forse gli stessi cinesi acquirenti credono ancora vivo.
I grandi presidenti di club si deve ammettere in questi quarant'anni ne hanno combinate di tutti i colori per distruggerlo e trasformarlo in una macchina del consenso e soldi. Prima l'ingresso delle televisioni private che hanno preteso di trasformare un fatto nazionale, come l'esercito, in uno sport privato di cui si possono acquistare i diritti radiofonici e televisivi, poi gli anticipi al sabato, e i posticipi al lunedì, per avere più incassi, poi i turni infrasettimanali del mercoledì, fino alla deflagrazione del calendario degli incontri a tutte le ore e tutti i giorni della settimana. Poi siccome i debiti crescevano, la possibilità di avere sempre più campioni stranieri nelle proprie squadre, impoverendo drasticamente quello che era l'immagine eroica del giocatore nazionale, infine collocando le azioni di queste società iper-indebitate in borsa. E tutti sempre ad applaudire.
Ma questa de-strutturazione che ha vissuto il calcio per mano di presidenti, che non avevano sicuramente presente l'importanza di questo "gioco" nobile per l'intera cultura della società europea, si rendono conto che in questa spoliazione del gioco del calcio hanno spoliato le nazioni della loro cultura?
Ecco perché a questo punto oggi ho forse il sogno nel Diavolo tornato in nero di Robin Li e Jack Ma, che da buoni cinesi comunisti ammirano la storia, i valori del passato e la bellezza culturale del calcio che molti presidenti di club non solo italiani ma anche inglesi, spagnoli e francesi, che in questi decenni hanno fatto di tutto per cancellare.