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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Giudicarie, non consideriamolo un territorio spezzato in quattro... ma facciamo grop finché siamo in tempo. Da quell'Illuso del Muson

giudicarie esteriori - 1845
Mi segnalano che in un servizio televisivo (non mi hanno specificato quale) si è parlato di "Giudicarie spaccate in quattro". Ovviamente è chiaro il riferimento alla Rendena, alle Giudicarie Esteriori, alla Valle del Chiese ed alla Busa di Tione. Ancora una volta, purtroppo, bisogna constatare che una tale visione delle Giudicarie è abbastanza comune, anche perché le singole popolazioni insediate in ciascuna di queste quattro zone, almeno fino ad oggi, hanno fatto ben poco per amalgamarsi con le altre delle altre zone e per stabilire rapporti di convivenza e di lavoro che fra loro, che intensificherebbero oggettivamente qualsiasi tipo di attività e di convivenza sociale. Non parliamo poi degli Enti pubblici, ossia dei Comuni: hanno fatto di tutto (e lo stanno ancora facendo) per rimanere indipendenti uno dall'altro e per pensare ai fatti propri senza badare sia ai viciniori ed ancor più per i non confinanti e, quindi, piuttosto lontani. Eppure non mi rassegno a prendere in seria considerazione la interdipendenza fra le quattro zone e le impellenti necessità di sentirsi e di essere insieme, dopo il fallimento del Comprensorio e dopo l'insistente e produttivo sforzo della Comunità sotto la visione "globale" (ossia comprensoriale) perseguita, pur fra mille difficoltà, dall'amministrazione Ballardini grazie ad una Giunta sempre protesa all'unificazione identitaria.
Ma, alla ragion dei fatti, come può la Rendena fare a meno della parte orientale del Brenta che si espande nel Banale dimenticandosi del Passo del Durone e della Valle del Chiese che sono state le due valvole di salvezza per la propria endemica e necessaria emigrazione verso la pianura lombarda? Come possono dimenticarsi le Giudicarie Esteriori che hanno visto la propria rivatilizzazione solo dopo la realizzazione della strada Limarò-Tione, voluta caparbiamente dai Comuni giudicariesi, che le ha riallacciate alle Interiori dando nuova vitalità sia a tutti e tre gli altopiani del Bleggio, del Lomaso e del Banale ed alle stesse Terme di Comano? Come può la Valle del Chiese dimenticarsi di avere alle spalle i gruppi dell'Adamello-Presanella e di Brenta e la stazione internazionale di Madonna di Campiglio di cui essa costituisce il cordone ombelicale mantenuto vivo da una viabilità che la rendono indispensabile sia per i rapporti con le altre zone giudicariesi che con Trento? E come può la Busa di Tione vivere senza il quotidiano apporto che gli giunge da sud, da nord e da est per la sua funzione di centro logistico in campo provinciale e statale, oltre che sanitario e scolastico?
Specie in un momento storico in cui tutta l'Europa e tutto il mondo sono in fermento per l'evidente capovolgimento stratosferico che chissà a quali rivolgimenti sociali possibili porterà, vogliamo renderci conto che cosa voglia dire vivere in un'isola montana, lontana dai grandi movimenti rivoluzionari, ed a disposizione per creare una nicchia a salvaguardia della propria identità e della propria sicurezza? Le montagne ci hanno forse mantenuti isolati e in povertà senza coinvolgerci negli avvenimenti della grande storia; ma sono ancora le stesse che ci offrono oggi l'ultima opportunità per costituire un'isola a se stante in cui, in tutta sicurezza e libertà esistenziale e di movimento, possiamo vivere tutti insieme - in soli 36.000 abitanti - affratellati nel comune sforzo di riuscire ancora, come già in tanti secoli passati, a costituire l'unità delle Sette Pievi, al sicuro da ogni possibile nemico (di qualsiasi sorta) dal di fuori.
Sono troppo pochi, ancora, i Giudicariesi capaci di "remare" verso l'unità, specie quelli impegnati nel pubblico, senza essere ancora capaci di sforzarsi, con ogni mezzo e con tutti gli sforzi possibili, a "collegarsi" nella comune ricerca di un bene patrimoniale che abbiamo tutti insieme sotto le mani e che ce lo lasciamo sfuggire per piccole divergenze facilmente sormontabili con una visone unitaria nel saper gestire quel patrimonio comune, che ci è giunto gratuitamente attraverso i secoli, ma frutto di generazione di gente che si è sacrificata nel rimanere strettamente legata al territorio che ci troviamo a disposizione, così fantastico nella sua bellezza paesaggistica e così consistente nella sua produttività e nella sua disponibilità territoriale.
Non consideriamolo un territorio "spezzato in quattro" come risulta nella mentalità di troppa gente e di troppi amministratori pubblici e di qualche forza politica dalle radici altrove. Facciamo "gróp" finché siamo in tempo, nel pericolo che venga qualcun altro a volerci mantenere divisi davvero e solo per i propri interessi, non già per i nostri. Sono a disposizione ancora generazioni capaci di "sentire" propria e posseduta la terra che hanno sotto i piedi: una terra di tutti e con tutti; in nessuna altra parte del mondo ci si può spostare liberamente, senza permessi e senza barriere, come i Giudicariesi possono liberamente farlo da Campo Carlo Magno al Ballino, da Àndalo al Càffaro, dal Limarò al Carè Alto, dalla Cima Tósa al Re di Castello, da Lodrone e Póia, da Brióne a Massimeno, da Bìnio ad Andògno, da Mavignóla a Ràngo, da Baitoni a Sèo.
Ce ne rendiamo conto di essere in un vero paradiso terrestre, di pochi chilometri quadrati, fuori dal mondo e protetti da una modalità di vita che nella tradizionale "società comunitaria" ha le sue radici e la sua ragione d'essere? E stiamo qui a guardarci di traverso in cagnesco, invece che allungare le braccia in un abbraccio che ci renderebbe più felici ed addirittura più ricchi non solo interiormente?
Nell'impensabile ed imprevedibile, ma felicemente raggiunto 95° compleanno, il mio forse ultimo omaggio ed augurio sincero alle verace unità delle "mie" – ma anche nostre e vostre – Giudicarie.

Quell'illuso del Musón