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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Mi stanno sullo stomaco le troppe manifestazioni in piazza di chi vuole far finta di immedesimarsi della tragedia di Parigi... Ossessive ed oppressive illusioni a 95 anni

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Fine novembre 2015 - Mi stanno sullo stomaco le troppe manifestazioni "in piazza" di chi vuole far finta di immedesimarsi della tragedia di Parigi, come di tanti altri fatti di cronaca nera. Migliaia di persone che "corrono", che "vanno a vedere", e portano ceri, fiori e cartelli e strisicioni... e poi tornano a casa e continuano a rimanere quelli del giorno prima con tanto di concerti e discoteche, di viaggi e ferie a tutto spiano, di divertimenti vari a iosa, a riempire i carrelli ai supermercati senza cambiare di un millimetro la loro mentalità, la loro sensibilità, il proprio comportamento, la loro condotta di vita sia privata che pubblica. Soltanto pura ed ostentata emotività esteriorizzata - (magari anche con qualche lacrima di momentanea emozione che la televisione sa carpire al volo e trasmettere per giorni e giorni) - per lasciare poi se stessi, le cose e la società come erano, senza che venga toccata neppure una grinza del proprio agire sociale e della falsata socialità odierna.

Ho dinanzi agli occhi la risposta data all'alluvione dell'Arno a Firenze: allora nessuna parata di piazza, ma solo quei rimasti famosi "ragazze e ragazzi di Firenze" rimasti fra le strade infangati per giorni e giorni, senza striscioni e cartelli, ma in raccolto silenzioso lavoro di recupero di opere d'arte e di aiuto alle persone; quei giovani non sono più rimasti quelli di prima, ma hanno vissuto un'esperienza che li ha resi certamente migliori e più inseriti nel contesto sociale "da cambiare". Così dopo il terremoto del Friuli: dalle parrocchie e dalle vallate trentine per mesi e mesi si sono alternati Volontari, Vigili del Fuoco e persone comuni, ciascuno in favore di una famiglia da assistere e da aiutare a ricostruirsi la casa: mesi e mesi di silenzioso ed ovattato lavoro, donando tanto (anche finanziariamente), ma tornati a casa completamente rinnovati nel loro saper vivere in un comune contesto sociale pieno di gente viva pur dopo aver perso e sofferto tanto.

Mi viene da pensare: «Perché con tante calamità che abbiamo in casa nostra, sulla penisola, invece che fare manifestazioni in piazza, non si fanno "catene di volontari" che per anni, a turno, si portano sulle terre terremotate a dare una mano a chi deve cominciare tutto da capo e sta ancora arrancando? Perché le gite scolastiche non si fanno nei campi allagati della pianura padana, del Sud, della Liguria a rimettere in sesto un territorio che ha bisogno di tanto sacrificato lavoro? Perché, invece che ritrovarsi momentaneamente e saltuariamente in piazza quasi a far festa e ben vestiti, non ci si rimboccano le maniche e si prendono a cuore le infinite situazioni del territorio -per esempio nel Napoletano nei territori contaminati! - e ci si dà una mano a fare qualcosa di utile per tutti?». Domanda senza risposta: coi clamori della piazza non si rifà la mentalità e il cuore della gente.

Giustamente nel fondo di una testata trentina del 24 novembre, il commentatore scriveva: «Accanto alla battaglia dell'intelligence e dei militari contro i terroristi, noi dobbiamo fare al meglio quello che è il nostro compito». Un imperativo categorico - valido da secoli - ma che non si impara a fare fra il chiasso e fra gli striscioni ed i cartelli in piazza, né con i lumini, i fiori ed i disegni; bensì nel silenzio della propria costante ed ininterrotta formazione sociale e professionale, che si conquista nel silenzio della propria mente e della propria coscienza. Ma anche queste non restano che parole al vento...: nessuno sembra aver voglia di ascoltarle per cambiare davvero ciò che va cambiato, perché ognuno sta bene dove sta, anche dopo essere stato in piazza o aver partecipato ad una fiaccolata. Tutto resta come prima... ed è un avvilimento.

... quell'illuso del Musón

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