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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Nel 2015 ancora Natale... ma che strano! Dal Blog di Quell'illuso del Musón


natività 

Trovarsi ogni anno a parlare del "Natale" è diventata una consuetudine che ci fa cadere o nel già detto o nel sempre detto e ripetuto. Ed io, invece, mi sento proiettato non nella festosità e nella fastosità dei mercatini, delle luminarie e delle musiche di ogni dove, ma in quella "stalla" in cui, in silenzio e nel buio, oltre duemila anni fa, nasceva un bambino, nel pieno dell'indifferenza umana e nell'estremo abbandono dei propri genitori. Mi ha sempre accompagnato, nella mia già lunga vita, la lettura fatta in gioventù della "Vita di Cristo" di Giovanni Papini in quelle famose ed incomparabili pagine del capitolo intitolato "La stalla".
Penso valga la pena riproporne qualche riga - (tratta dall'edizione Vallecchi del 1925, con le Maiuscole volute dall'autore) - specie per chi non le conosca ed, in particolare, per le nuove generazioni non hanno avuto la possibilità o l'opportunità di conoscerle.

Eccole: «Gesù è nato in una Stalla. Una Stalla, una vera Stalla. Una Stalla, una Stalla reale, è la casa delle Bestie, la prigione delle Bestie che lavorano per l'Uomo. L'antica, la povera Stalla dei paesi antichi, dei paesi poveri, del paese di Gesù, non è il loggiato con pilastri e capitelli, né la scuderia scientifica dei ricchi d'oggidì o la capannuccia elegante delle vigilie di Natale. La Stalla non è che quattro mura rozze, un lastricato sudicio, un tetto di travi e di lastre. Le vera Stalla è buia, sporca, puzzolente: non v'è di pulito che la mangiatoria, dove il padrone ammannisce fieno e biadumi. Questa è la vera Stalla dove Gesù fu partorito; il luogo più Lurido del mondo fu la prima stanza dell'unico Puro tra i nati di donna. Il Figlio dell'Uomo, che doveva essere divorato dalle Bestie che si chiamano Uomini, ebbe come prima culla la mangiatoia dove i Bruti digrumano i fiori miracolosi della Primavera. Non per caso Gesù nacque in una Stalla. Sulla terra, porcile precario dove tutti gli abbellimenti e i profumi non possono nascondere lo stabbio, è apparso una notte Gesù partorito da una Vergine senza macchia, di nulla armato che d'Innocenza. I primi che adorarono Gesù furono animali e non uomini. Fra gli uomini cercava i semplici, tra i semplici i fanciulli; ma più semplici dei fanciulli, e più mansueti, lo accolsero gli Animali domestici».

Questa cruenta, ma reale, descrizione della nascita di Gesù, mi ha sempre accompagnato nella vita e non ho trovato riscontri storici se non, nel 1200, in Francesco d'Assisi che volle riproporre quella Stalla in quel "Presepio vivente", che poi artisti, artigiani e popolani vollero ammantare di bellezza, di allestimenti infiniti ed oggi diventati pezzi da museo e da mostre, ma non stalle puzzolenti in cui entrare a trovare un Bambino vivo in una mangiatoia, riscaldato da un asino e da un bue, ed addormentato dalla ninna nanna di una giovane donna. Quel "nato" nell'oscurità e nel silenzio di pianure desertiche, lo hanno trasformato in opere d'arte, in sontuose cerimonie sacre, per poi farne mercato di un'economia sfarzosa con mercatini, luminarie, fra chiasso e musiche a non finire: un frastuono di luci e di ombre nel quale Lui – il silenzioso e nascosto Bambino – neppure viene più cercato né nominato. E, ultimo dispregio, il Presepe è stato soppiantato da un "albero" di conifera, giunto dal Nord, che ha portato con sé un "Babbo Natale", trainato dalle renne, e capace di cancellare la stessa immagine del "Bambinello".

Ed allora mi chiedo se il Natale sia ancora Natale. La risposta la trovo nel constatare, con una certa soddisfazione, che tutto ciò in cui è stato trasformato il Natale di Gesù è ammantato dal segno della "bontà", riscontrabile nei "regali" e nei "doni" – due segni fra loro nettamente distinti – che contraddistinguono le società sia dei credenti che dei non credenti. È evidente che è rimasto, a livello universale, il segno del "volersi bene", soprattutto proiettato sull'infanzia e sulla fanciullezza, che si esterna, poi, in quel preminente desiderio di "stare famiglia" a festeggiare "insieme" il Natale, per riuscire a ritrovare nel proprio prossimo almeno quell'alito divino di "alterità" che è insito irresistibilmente in ogni uomo ed in ogni donna, indipendentemente dagli aspetti puramente religiosi. Una universale benevolenza che, spesso, sa anche raggiungere le persone sole, i poveri, gli emarginati di qualsiasi genere; almeno questo alone di filantropia, dovuto certamente all'essenza stessa del Natale, viene ad attenuare, almeno per qualche giorno, la violente preminenza del dominio, del possesso, dell'economia esasperata, degli odi e delle guerre.

Quell'illuso del Musón