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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Donne dimenticate delle Giudicarie... Dietro all'affermazione di ogni famiglia, di ogni comunità e di ogni popolazione, vi è sempre stata la presenza determinante di donne. Dal Blog di Quell'Illuso del Muson

Donne Cimego lavorano ai forti del Nozzolo 1914b

Nel chiuso della mia mansarda, dalla quale ormai non esco quasi più, sono venuto a sapere - grazie ai quotidiani ed a facebook - che nelle nostre vallate si sta per affrontare, da parte di un gruppo di persone, un progetto socio-culturale sull'ambizioso argomento: "Donne dimenticate delle Giudicarie". La notizia mi ha incuriosito e, nel contempo, assai rallegrato, poiché era da anni che serpeggiava nella mia mente il desiderio di dedicare qualche pagina a quell'infinita serie di donne che hanno costituito l'ossatura portante delle famiglie tradizionali giudicariesi; ossia di quelle donne che hanno contribuito, in maniera encomiabile e determinante, alla reale "costruzione" delle Giudicarie, facendole diventare una terra di lavoratori e di lavoratrici davvero esemplari ed eccezionali.

Penso spesso alla famiglia patriarcale giudicariese, nella quale era la donna il perno della casa; donne del passato, impegnate dalle prime ore dell'alba a notte fonda, a prendersi cura dei figli, della stalla, dei campi e dei prati e di un'infinità di altre mansioni domestiche e non. La mia mente va alle fanciulle di soli nove anni costrette a lasciare le Giudicarie per "andare a fare le serve" nelle città, subendo angherie e sofferenze mai narrate e mai fissate nei volumi degli storici. Ne ho conosciuta una di Ràgoli, che mi ha raccontato, a viva voce, di essere partita da Ràgoli a nove anni (dopo la terza elementare) per raggiungere Milano per "fare la serva", lungo la Val del Chiese e la Valsabbia e quindi da Brescia alla città lombarda, sempre e solo a piedi.

Vocabolo ignobile quello di "serva"! Ricordo di averlo pronunciato, da ragazzino non ancora decenne prima degli anni Trenta, rivolto ad una donna di servizio in casa mia; mio padre, ancora a letto, mi ha sentito ed è balzato fuori e mi ha dato un calcio nel sedere imponendomi di non ripetere mai più quella parola. Me ne sono ricordato da maestro di scuola elementare insegnando ai miei scolari a dimenticarla e a non pronunciarla mai, ed io stesso mi sono imposto di non usarla mai né a voce né per iscritto, ma qui l'ho dovuto usare per "rendere l'idea". Ho avuto poi modo - anche nei miei rapporti con l'Università della Terza Età - di conoscere avventure e sofferenza di donne che, dai 10 ai vent'anni, avevano dovuto subire una sudditanza, il più delle volte piangendo e dormendo nei sottoscala delle facoltose case dei ricchi borghesi, molti dei quali - le eccezioni ci sono state in positivo - incapaci di comprendere che le persone a loro servizio erano delle persone (a volte solo bambine) da rispettare e da aiutare.

Ma sono state proprio quelle fanciulle adolescenti - attraverso tanta generosa dedizione e tanta sempre sopportata e taciuta sofferenza provate e sopportate durante l'adolescenza e la prima giovinezza - che sono poi sbocciate in un fior fiore di donne, diventando quelle "donne di casa", prima madri di tanti figli e poi nonne di tanti nipoti, che si sono trasformate in veri artefici di quelle famiglie nelle quali sono nate e cresciute generazioni di uomini e di donne, dediti e dedite al lavoro sia in ogni paese delle nostre vallate, specie nelle stalle e nelle malghe, che nelle sempre sofferte emigrazioni affrontate con "tanta vóia dé vegnérghen fò!"; emigrazione nella quale la figura della donna ha sempre dominato a sostegno di uomini che si dovevano sacrificare nelle quotidiane fatiche del mestiere. Si dice che alle spalle di un uomo affermato in società vi è sempre una "grande donna." Mi viene da poter affermare che dietro all'affermazione di ogni famiglia, di ogni comunità e di ogni popolazione, durante tutti i secoli, vi è sempre stata e vi è la presenza determinante di donne che ne costituiscono la sostanziale base esistenziale.

Ho avuto l'opportunità, negli anni Trenta, di conoscere nonne - vere matrone, ognuna nella sua specifica situazione - che avevano vissuto nelle allora case dei contadini, senza alcuna comodità, caratterizzate dalle stalle, dalle "córt", dalle cantine e dai solai pieni dei raccolti dei campi. Donne impegnate sempre e solo "al fare", che fino agli ultimi giorni della loro esistenza tenevano in mano gli aghi per fare calze e maglie. E, nello stesso tempo, ho conosciuto qualcuna delle prima donne diventate "manager" di alberghi e di strutture artigiane: davanti ai miei occhi veri "personaggi/capolavori" di donne solerti ed impegnate nel riuscire a fare ed a gestire ogni loro iniziativa con molta più avvedutezza ed impegno di qualche uomo.

Ma di queste donne non vi è traccia nei libri; gli uomini si sono impegnati a scrivere solo ciò che loro stessi hanno vissuto e fatto, lasciando nell'anonimato - come dice il titolo del progetto giudicariese - la presenza femminile che, tuttavia, è sempre stata necessariamente alle spalle di qualsiasi attività l'uomo abbia saputo e potuto realizzare. E non è così anche oggi? Ma pochi scrittori ne hanno saputo trovare la presenza e le tracce; tanto meno i mass-media che si soffermano maggiormente sulla presenza della donna per ben altri suggestivi richiami per i superficiali lettori. La donna/donna, la donna che silenziosamente assicura la continuazione della famiglia e dell'umanità, ed è costantemente alle spalle di ciascun uomo, è lasciata - come da sempre - nell'ombra del silenzio e della dimenticanza. Della "riconoscenza" verso la donna poi... non se parla affatto.

Quell'illuso del Musón