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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Montagna oggi. È logico e produttivo remare contro? Dal Blog di Quell'illuso del Muson

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Parlar di Montagna all'uomo o alle "folle" del terzo Millennio, per noi vecchi ultraottantenni, diventa un po' difficile, poiché ci troviamo di fronte a concezioni ed a fruizioni della montagna, che appaiono piuttosto distanti da quelle di ieri...; almeno così ci pare. Per noi diventati vecchi, montagna voleva dire, prima di tutto, "fatica": le generazioni dei secoli passati avevano dovuto andare sulla montagna per necessità e sulla montagna avevano vissuto con fatica, proni ad un lavoro di bonifica del territorio e di allevamento del bestiame – mucche, stalle, malghe, pascoli, fienagione, caseràde, legnatico, erbatico – che certamente "spaccava la schiena" senza dare la possibilità ad un eventuale e possibile godimento estetico della natura. Una situazione caratterizzata da grandi e lunghi "silenzi": ore, giornate, mesi, anni passati lassù, senza contatti col mondo, senza incontri, sotto il sole o la pioggia, a tu per tu con una Natura in cui immergersi essenzialmente per trarne qualche beneficio di sussistenza.
Poi, con le generazioni a cavallo dei secoli decimonono e ventesimo, si è scoperta anche la montagna da "scalare": per i "siori" era l'andare in montagna per il piacere della salita, per il godimento degli orizzonti lontani, per la soddisfazione di dominare il mondo dall'alto, per trovare nelle solitudini senza confine il proprio io più nascosto. In quella fortunata fase, l'uomo aveva saputo e voluto trascinare e portare con sè il frutto e l'insegnamento del passato, ossia la fatica ed il silenzio, sia per le nuove professioni di "guide" e di "portatori", sia per gli "alpinisti" che si cimentavano alle salite, alle escursioni. Infatti, per noi di una certa età, sono sempre rimasti presupposti indispensabili e determinanti, per raggiungere e godere le cime, il far fadìga e il far zìto! (stare in silenzio, specie lungo la salita, e non gridare mai né parlare ad alta voce!).

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Negli ultimi decenni del secolo ventesimo – in nome del turismo di massa (= soldo!) - si è voluto "aprire" la montagna alle "folle", cioè a quell'anonimo composto di persone eterogenee, legate più al chiasso che al silenzio, che venivano progressivamente invitate a portarsi fra i monti per godere del fantastico mondo della montagna, dimenticandosi che non erano state preparate ad un godimento così diverso dalla loro formazione, dalle loro abitudini e soprattutto dalle loro esigenze-richieste e dai loro comportamenti. Ed allora si è tentato non già di adeguare l'ospite inusitato alla montagna, ma di voler adeguare la montagna ai nuovi ospiti. E vi è stato il "patatrac"! L'ospite (troppo spesso) non ha capito la montagna e la montagna è andata a pezzi. Il silenzio è stato rotto dall'uomo chiacchierone e chiassoso, dalle radio e dalle televisioni e, peggio ancora, dalle discoteche e dai ritrovi mondani. La fatica dell'ascesa non è stata più ricompensata dal "buon minestrone" e da un buon bicchiere di vino, trasportato ai rifugi a spalle; i "rifugi" (vocabolo da riconsiderare!), invece, sono stati trasformati in alberghi di pregiata categoria per adeguarsi alle esigenze di persone che della montagna non avevano capito niente, perché nessuno le aveva preparate, né esse vi si erano preparate.
Quando si va in un museo, per godere le pitture o le sculture si deve stare in silenzio; e, soprattutto, ci si prepara prima in maniera adeguata, e poi ci si immedesima in raccoglimento nell'atmosfera dell'arte figurativa. In una sala da concerto o di cinematografo si entra in punta di piedi, senza disturbare nessuno, consci del personale godimento di un'offerta d'arte che va goduta nell'intimità individuale, anche se accanto a persone amate ed amiche, ma in silenzio anche loro. Ugualmente è per la montagna: è un paradiso, è un'opera d'arte, è un grandioso museo, è un momento di estasi e di intimo godimento, ma è una conquista – la fadiga – che va assaporata in maniera gratificante soltanto nel raccoglimento personale: il silenzio (il "raccoglimento" sia per il singolo che per il gruppo).

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La montagna non è per le folle chiassose, che hanno bisogno di musica, di chiasso, di leccornie di ogni tipo, di banchetti lussuosi fino all'inverosimile, di parate folcloristiche di ogni genere: tutto questo fa parte di un'altra cultura, di un altro genere di cose, di altre aggregazioni umane. La montagna ha bisogno di gente che la conosca e che la ami per quello che essa è, non per quella che essi vorrebbero che fosse. Ad un concerto di Beethoven va chi è preparato ad ascoltarlo e ad assaporarlo; in un museo entra, in punta di piedi, chi è capace di leggere con gli occhi e di trasfondere in se stesso le emozioni che esalano dalle tele. Chi va in montagna deve rendersi capace di leggere con gli occhi forme e colori, di annusare con le narici profumi ignoti, di ascoltare con le orecchie lo stormire delle foglie ed il canterellare dei rii, di assaporare con la mente e con lo spirito l'immenso silenzio che ti sovrasta e che ti immerge nell'infinito di sensazioni altrove impossibili.
Io non credo al richiamo reclamistico della montagna, mi sembra di assistere alla vendita degli schiavi: contro la loro volontà – e contro il Volere di Dio – persone stupende e indifese venivano mercificate soltanto per il guadagno di pochissimi. Ho la stessa sensazione di fronte alle "battute di tamburo turistiche" che vendono a buon prezzo un patrimonio non loro, che barattano un tesoro secolare dell'umanità per la soddisfazione pecuniaria di ben determinati e limitati settori, senza un altrettanto positivo (ed economico) riscontro sull'intero contesto sociale fatto soprattutto di persone considerate comuni - (i poveri "stagionali" sfruttati e strapazzati [!] in nome del "turismo" economico) - dedite ai loro semplici doveri quotidiani per tutto l'arco dell'anno: lavori conseguenti alla sacrificata vita di generazioni e generazioni che hanno saputo (e voluto) conservare la montagna nella sua integra consistenza.

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Penso sia il momento di ricordare il puro alpinismo della seconda metà del secolo decimonono per tornare ad una visione e ad un godimento della montagna molto più corretto ed esemplare, anche se meno economicamente utile a qualcuno. La stessa persona moderna ne ha bisogno; non può essa venire in montagna perché qui chiamata dalla reclame e dagli spot pubblicitari, per poi tornarsene a casa avvilita e frustrata perché incapace di portarsi via quello che la montagna realmente è, e non quella parvenza di montagna che un certo tipo di operatori economici ti vogliono ammannire in albergo o nelle strutture sportive e ricreative. Se vai al mare, ti metti in spiaggia per quindici giorni o un mese, e giornalmente ti godi il mare, la sabbia, il sole: non occorre far niente; basta mettersi lì e ricevere a piene mani (ed a pieno corpo) quello che il sole, l'acqua e la sabbia ti sanno dare; e non tocchi nulla, non turbi l'ambiente "mare", lo lasci così come è. La montagna, no: la montagna non può metterti lì tutte le sue ricchezze, palesi e nascoste, in pochi metri quadrati; la montagna è un gigante, è un'immensità, in cui rocce e foreste, fiori e muschi, sassi e licheni, insetti ed animali, laghi e fiumi, torrenti e rii, baite e malghe, prati e campi, silenzi e mormorii, ghiacciai e cieli rimangono alla portata di tutti, ma ciascuno è obbligato ad andarseli a cercare, a trovarli, a riconoscerli e, quindi, a gustarli nel corso di ore ed ore, di giornate e giornate, di settimane e settimane; un tempo sempre "lungo" che dà, purtroppo, anche la possibilità di toccare, di turbare un equilibrio, di rovinare qualcosa.
Questa è la montagna: è una conquista da fare singolarmente, ciascuno per conto suo, e ciascuno per se stesso, e soprattutto col massimo rispetto. Una conquista che si può anche condividere con qualcuno che ti è a fianco; ma è essenzialmente una conquista del tutto personalizzata, goduta pure in compagnia, ma in rispettosi e lunghi silenzi o in quella composta armonia che è fatta di un canto e di quello scambievole intrecciarsi di impressioni e di emozioni, ben differenti e lontani da certi poco accettabili "chiassi".

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Utopie? Sogni? Vaneggiamenti? Demenza senile? Può darsi; ma intanto assistiamo giornalmente ed annualmente al dibattito (a vuoto?) degli "esperti" che – a forza di ciàcere – devono continuamente blaterare di crisi, di cambiamenti, di rivolgimenti, di mancati riscontri economici, di strategie per accalappiare un numero sempre più numeroso di ospiti, di impostazione di costosissime e discusse campagne pubblicitarie, di riconversione ed adeguamento delle strutture ricettive, di impianti faraonici e via discorrendo. Forse le chiacchiere serviranno a qualcosa...; tuttavia, nel frattempo, la montagna resta lì ad essere quella che è sempre stata, quella che è e quella che sempre sarà: una bellissima dama, intelligente, formosa, furba, invitante, disponibile..., ma pronta a donarsi soltanto a chi è capace di conquistarla personalmente. La montagna non è qualcosa da vendere: la montagna è e resta sempre e solo un eccezionale patrimonio dell'umanità e diventa per ciascuno e per tutti soltanto una momentanea conquista per chi sa amarla e comprenderla nella sua pienezza!

Mario Antolini Musón

Commenti   

 
0 #1 Giuseppe Matuella 2017-10-12 09:02
Semplicemente bellissimo e riflette la cruda realtà di cos'è LA MONTAGNA per la gente d'oggi! Complimenti Mario. Quando si parla con il cuore ......non si sbaglia mai.
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