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La piazza dei Giudicariesi

Salvare i paés: un imperativo categorico! Da quell'illuso del Muson

Montagne giudicarie centrali 1

Molto spesso mi soffermo a considerare il significato intrinseco di "paés": ossia quel "gróp de cà" che gli antichi avi, appena entrati nelle nostre valli, sono riusciti a impiantare o lungo i corsi d'acqua o sui declivi della montagna. I Romani li avevano chiamati "vicus"; poi, all'interno delle Pievi, li chiamarono "ville"; negli anni Trenta del secolo ventesimo il regno d'Italia, nella riunificazione dei 16 Comuni amministrativi giudicariesi, lì definì "frazioni". Ma nei nostri dialetti, ovunque, si passò dalla denominazione delle "ville" medioevali al vocabolo strapaesano di "paés". È l'eredità maggiore che sentiamo nelle ossa, almeno noi vecchi: "Che bèla che l'èra la vita de paés!"... e ciascuno nel dirlo pensava soltanto a quella manciata di case che aveva attorno alla propria, e certamente mai né alla Pieve, né alla Communitas e tanto meno al Comune.
Una denominazione - " paés" - che è rimasta intatta per secoli anche per i più piccoli agglomerati urbani, cosicché sono sempre stati e restano paés sia Bìnio che Brione, Massimeno come Ràngo, Sèo come Mavignóla, Bondone come Càres e via così per gli oltre 125 paesi delle Giudicarie. Adesso stanno ricomponendo i Comuni amministrativi attraverso la "fusione" dei Comuni, ma ogni Comune costituisce già un insieme di paesi.

I piccoli agglomerati urbani, dispersi nel bacino del Chiese e della Sarca, già depauperati della scuola, dei piccoli negozi, della scuola, del prete, delle botteghe artigiane vengono ulteriormente persino relegati sempre più lontani dalla sede municipale (con tutti gli uffici di riferimento) e si troveranno con un pugno di mosche in mano con nessuna rappresentanza giuridica, scolastica e religiosa che dia ad ogni paese la parvenza di un Ente ufficialmente riconosciuto e con una propria voce che possa farsi sentire in "alto loco". Persino le Asuc, che bene o male rappresentavano e rappresentano almeno i rispettivi territori dei 91 Comuni catastali giudicariesi, non sono mai state rese obbligatorie ed indipendenti dai Comuni amministrativi, cosicché abbiamo ciascun paese a se stante e del tutto abbandonato a se stesso e tenuto vivo, almeno dove è possibile, unicamente dalle libere Associazioni di Volontariato che sono diventate l'ossatura portante di ogni comunità paesana e lasciate sole, persino anche finanziariamente, e senza un riconoscimento ufficiale di "diritto pubblico".


A mio modesto parere la Regione, prima, e la Provincia, poi, hanno perduto l'occasione propizia di salvare le piccole unità abitative nel non aver saputo o voluto"difendere", ed anzi a non "aiutare", le piccole realtà operative nei piccoli paesi, sia di montagna che di fondovalle, almeno quelli sotto i mille abitanti, con lasciare vivi ed esentasse i sarti, i falegnami, i "ferèr", le osterie, le "boteghìne" con un po' di tutto e cosette del genere. Ed anche nel non aver sostenuto (o addirittura nel non premiare) i rifugi ed i punti di ristoro nelle vallate ed ai valichi e tutta quella serie di modeste attività nate e vissute "a servizio dell'uomo" che le antiche generazioni erano riuscite ad installare ed distribuire lungo i difficili tracciati viari. Non dimenticherò mai l'insegnamento di mio padre (classe 1887, militare in guerra e poi podestà) che andando in gita in montagna, sia in macchina che a piedi, ci obbligava a fermarci a "prendere o a bere qualcosa" in tutti gli esercizi pubblici che si trovavano in zone disagiate e lontane dai paesi; ci diceva: «Se non li teniamo in piedi, quando ne avremo davvero bisogno non ci saranno più». E nei rifugi senza gestore vi era sempre del cibo e si lasciavano i soldi nell'apposita cassetta!
La gente bisogna aiutarla nel suo "darsi da fare" per gli altri, e non saltarle addosso con le tasse e con la burocrazia. L'odierno sistema di vita sociale e lavorativa è la morte delle nostre piccole comunità montane e l'amministrazione provinciale, nei suoi 68 anni di vita, ha avuto tra le mani tante possibilità per evitare che l'odierna situazione di impossibilità di impegnarsi nelle attività economiche in Trentino, specie nelle Valli, si avverasse, lasciando disperdersi quella che era l'essenza stessa dei nostri valligiani, sia vachèr che emigranti: la "vóia de laoràr"!


Ora si presenta l'arduo problema delle "fusioni" dei Comuni amministrativi. Che non divenga l'ultima mazzata sui singoli "paés" costretti od a spopolarsi del tutto od a perder per sempre le "vóia de star ensèma". So che a Bìnio di Montagne, le poche persone presenti, stanno mantenendo l'usanza di trovarsi, almeno per poco tempo, tutti i giorni insieme in piazza: la "Vita de paés" che continua a vivere. È un augurio per tutti i 125 paés delle Sette Pievi.
A chi di dovere, a chi cioè ha in mano le competenze appropriate, la richiesta "dal basso" di provvedere a dare "rappresentanza giuridica ufficiale" anche al più piccolo dei tanti bei "paés piciói de le Giudicarie".
Quell'illuso del Musón

Commenti   

 
0 #2 Normabondo 2014-09-23 12:01
Bravo Maestro, come sempre hai interpretato il mio pensiero. Che sia l'imprinting che ho ricevuto??
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0 #1 Fabio Zoanetti 2014-09-23 10:43
Struggente verità
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