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La piazza dei Giudicariesi

6 e 9 agosto: date incancellabili da mai dimenticare! Internato a Tochi-no-ki. Nell'autobiografia i ricordi di Mario Antolini

6 e 9 agosto date incancellabili da mai dimenticare
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Nel frattempo le operazioni belliche in corso avevano fatto sì che gli Americani, avanzando di isola in isola nel Pacifico, si stavano avvicinando sempre di più al territorio giapponese ; cosicché si intensificavano i bombardamenti aerei (ogni notte varie città risultavano letteralmente rase al suolo con centinaia di migliaia di morti ad ogni bombardamento), crescevano i disagi e le difficoltà fra la popolazione crescevano. Tuttavia ciò che maggiormente impensieriva i militari responsabili della guerra da loro voluta, era il pericolo di un imminente sbarco del nemico sulla terra nipponica, che sarebbe stato il primo della storia: uno smacco ignominioso ed imperdonabile, secondo la mentalità giapponese. Pertanto, come era prevedibile per noi stranieri, nei primi mesi del 1945 giunse anche per noi Italiani l'ormai atteso ordine di internamento, che colpì tutti gli stranieri presenti sul territorio giapponese, ovunque fossero ed indipendentemente dalla loro nazionalità. Fino a quel momento erano stati rinchiusi in campi di concentramento solo i diretti "nemici" di guerra; ma ormai, in vista di un possibile sbarco americano sul territorio giapponese, prese consistenza la convinzione, già percepita da tutto il popolo giapponese: ossia che ogni straniero avrebbe potuto costituire un serio e reale pericolo nazionale o come spia o come collaborazionista. Conseguentemente giunse la perentoria intimidazione a qualsiasi straniero, senza distinzione di nazionalità, di essere portato, in pochissimi giorni, in specifici campi di concentramento.

Fortunatamente nel Kyushu gli stranieri non eravamo numerosi e per di più tutti in ottime relazioni sia con i militari che con la polizia e con le stesse popolazioni, per cui sia al momento dell'arresto che poi nel campo di concentramento non dovemmo subire alcunché di riprovevole; come invece, purtroppo, avvenne in altre località del Paese con stranieri duramente maltrattati. Fortunatamente i Salesiani a Miyazaki avevano sempre avuto il massimo rispetto per le autorità giapponesi, per cui - in vista del pericolo di patire soprattutto la fame - venne chiesto il permesso di portare con noi le derrate alimentari che avevamo in magazzino alla colonia agricola, che fino a quel momento era sempre rimasta in attività; per fortuna, e quasi inaspettatamente, il permesso ci venne concesso, non solo, ma ci venne anche messo a disposizione l'uso di un carromerci del treno, che ci affrettammo a caricare di tutto quello che avevamo a disposizione, ossia tutte le derrate alimentari che ci vennero propizie, perché ne usufruimmo da aggiungere alla scarsa porzione in concentramento, di modo che il nostro gruppo non ebbe a soffrire ciò che, invece, testimoniarono di aver patito altre persone internate in ben altre situazioni ed assai maltrattate e lasciate alla fame.

Presi in consegna dai poliziotti ci portarono a prendere il treno senza dirci dove eravamo diretti; comprendemmo poi che agli stranieri del Kyushu meridionale era stata assegnata, come luogo di internamento, una stazione termale nei pressi della cittadina di Tochi-no-ki onsen (chi = pronuncia ci - onsen = terme); un grande albergo, pienamente efficiente ma vuoto, situato alle falde occidentali del Monte Aso[1], il vulcano spento dal cratere più grande del mondo, che ormai contiene paesi e città ed è attraversato da una linea ferroviaria. Tochi-no-ki si trova nella provincia di Kumamoto, al centro dell'isola ed a qualche decina di chilometri in linea d'aria dalla città di Nagasaki. Vi giungemmo con parecchie ore di treno con una particolarità: essendo il declivio occidentale del Monte Aso molto ripido la linea ferroviaria non può assolutamente curvare, per cui a metà costa deve portarsi su un binario morto e poi proseguire in senso inverso su un altro binario in senso contrario. Raggiungemmo il villaggio, ma la nostra destinazione si trovava nella profonda gola di un fiume, alimentata da acque calde termali, che si doveva raggiungere a piedi scendendo per un ripido sentiero per qualche centinaia di metri. Perciò, valige in spalla e via, con più viaggi d'andata e ritorno perché vi erano da trasportare a spalla anche tutte le vettovaglie che ci avevano concesso di portare con noi.

Ovviamente ad accoglierci solo la famiglia dei custodi dell'edificio - genitori con figli e figlie - ed i militari addetti alla nostra detenzione. Un vicendevole avvicinamento di pura e formale conoscenza con la massima e cordiale gentilezza in tutti i rapporti normali. Nessun atto di prepotenza e tanto meno di dileggio. Questo vicendevole e cordiale comportamento durò per tutta la durata della nostra detenzione con ciascuna delle oltre cinquanta persone ivi rinchiuse. L'edificio era in perfette condizioni abitative. Scegliemmo le proprie stanze, pavimentate alla giapponese con i tradizionali tatami; non ricordo però con quanti e quali dei miei compagni condivisi la mia stanza. Non potevamo che leggere e studiare con i pochi libri portati con noi; non c'erano state imposte particolari incombenze, per cui non eravamo obbligati a fare nulla: solo qualche nuotata nelle varie piscine all'interno ed all'esterno, qualche minuto di libera uscita nelle vicinanze lungo il fiume nella vallata e null'altro. Ai più giovani venne assegnata la cucina, per cui a mezzogiorno e a sera, presso i tradizionali fornelli giapponesi; anch'io fui fra gli addetti alla preparazione dei pasti con quel poco che avevamo a disposizione - riso e pochi contorni - e lo servivamo a tavola. Con meticolosi accorgimenti, in vista di una prigionia molto lunga, ma data la quasi inattesa liberazione, riuscimmo a non finire le vettovaglie che avevamo portato con noi. Il bello della cucina stava nel fatto che, appena finito di cucinare e di servire a tavola, nonché di lavare i piatti, potevamo gettarci nelle tiepide acque termali delle vasche, che confinavano proprio con le cucine, a goderci un attimo di rilassante e godibile sollievo. Per questo - forse perché avevo sopportato i 40 mesi di solitudine a Miyakonojo - di quel periodo dell'internamento vissuto in compagnia con amici e "confratelli" ho soltanto un bel e sereno ricordo.

Eravamo, però, tagliati fuori dal mondo. Né radio, né giornali; ma anche se i giornali li avessimo avuti a disposizione avremmo saputo solo quello che il dispotico governo militare lasciava o voleva far sapere, poiché la comunicazione per tutta la nazione era perentoriamente in mano ai militari che ne facevano l'uso che volevano. E proprio in quel mese di agosto - eravamo rinchiusi già da parecchi mesi - furono sganciate le due bombe atomiche di Hiroshima (6 agosto), lontana da noi nell'Honshu, ed a Nagasaki (9 agosto), a qualche decina di chilometri di distanza in linea d'aria dal nostro luogo di internamento. Ovviamente non ne avemmo sentore alcuno: tutto silenzio. Si sapeva, per sentito dire, che ogni notte parecchie città giapponesi venivano distrutte in maniera sistematica e feroce con centinaia di migliaia di morti sotto i bombardamenti aerei americani, ma ormai la realtà era quella e la si doveva solo subire. Come per gli stessi Giapponesi, e per tutto il resto del mondo, che cosa fosse un bombardamento atomico, e quali conseguenze dirette ed indirette potesse avere, lo si venne a sapere tutto soltanto "dopo", con l'andare del tempo, perché di ciò che era accaduto in quei due terribili istanti nessuno ne poteva essere a diretta conoscenza al momento dello sganciamento dei micidiali ordigni.

Ricordo solo che dopo la resa del Giappone, noi internati a Tochi-no-ki rimanemmo ancora per alcuni giorni chiusi nel campo di concentramento, cosicché alcuni seminaristi di Nagasaki, avendo saputo che dei missionari cattolici erano tuttora internati a Tochi-no-ki, vennero a trovarci e ci raccontarono ciò che era accaduto direttamente a loro. Ci dissero d'aver visto un lampo di luce intensissima e nello stesso istante tutto era in fiamme, e qualche istante dopo ecco l'arrivo del vento (spostamento d'aria) che sconquassava tutto ciò che era già in fiamme. Alcuni di quei nostri amici si erano buttati istantaneamente dalle finestre e non sapevano perché loro erano vivi, mentre attorno a loro i morti erano molti, come molti i feriti, ed anche molti nell'incapacità di rendersi conto di ciò che era avvenuto. Non fece impressione, al momento, il numero delle vittime, poiché era inferiore a quello degli altri ordinari (!) bombardamenti con bombe incendiarie o a scoppio; ma colpirono soprattutto sia i sopravissuti che l'opinione pubblica, vuoi il fatto che tutto era avvenuto in un solo istante, vuoi la terribile constatazione che i feriti non erano curabili con la medicina e la chirurgia usate per i corpi straziati dallo scoppio degli ordinari e conosciuti ordigni bellici incendiari od a scoppio. Infatti le persone rimaste vive ma colpite dalle radiazioni atomiche non risultavano curabili immediatamente con le cure mediche già conosciute; mentre altre persone morivano qualche ora o qualche giorno dopo senza sapere il perché. Gli stessi servizi sanitari e di assistenza non sapevano come comportarsi, poiché il dramma che si erano trovato davanti era del tutto inimmaginabile ed imprevedibile e non affrontabile. Nel raccontare tutto questo i nostri nuovi amici erano ancora sbigottiti e contemporaneamente anche loro ignari di ciò che si stava facendo per venire incontro ad una tragedia e ad una situazione di quelle proporzioni e del tutto ingestibile. Le conseguenze delle bombe atomiche rimangono tuttora una ferita non solo in Giappone ma in tutto il mondo, unitamente alle problematiche nucleari che restano all'attenzione di tutti i potenti del globo e che ancora sono presenti nelle carni ancora lacerate, fisiologicamente e mentalmente, delle generazioni nate dai sopravvissuti a quell'immane ed indimenticabile "globo di fuoco".

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