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Il giudizio di Dio a Malga Movlina. Ricordi preziosi: Alberto Folgheraiter, caposervizio RAI, conversa con Ennio Lappi

malga movlina-bn

Alberto Folgheraiter, caposervizio RAI: Il Trentino, terra di montagna e di montanari, è conosciuta e rinomata per le proprie attrattive paesaggistiche tanto in fondovalle che nel severo ambiente alpino, attrattive che spesso, ma non sempre, sono convenientemente sfruttate a scopo turistico. Spesso però ci si dimentica che questa terra ha anche una storia e questa serie di conversazioni ha lo scopo di avvicinare gli ascoltatori alle vicende del passato, che anche se spesso non eclatanti, sono pur sempre alla base del nostro attuale benessere.
Vogliamo iniziare con una vicenda che ci riporta agli albori dello scorso millennio e che ha originato una situazione di assetto territoriale che permane tuttora: parliamo del giudizio di Dio all'alpe di Movlina.
Che storia è questa Ennio?

Ennio Lappi: Di solito, quando anche da semplici escursionisti si sale per il bellissimo sentiero che dalla Val Algone porta nel cuore del Gruppo di Brenta verso il Rifugio dei XII Apostoli, nell'ansia di raggiungere la meta o nell'ammirazione del sovrastante Gruppo del Vallon, si trascurano particolari molto importanti come l'ampio catino erboso che giace proprio a fianco di malga Movlina dove ebbe luogo un fatto unico nella storia trentina.

AF: Cosa è successo di storico in questa malga che ora mi sembra sia di proprietà del comune di Bleggio Inferiore?

EL: Ebbene qui, nel lontano anno del Signore 1155 si risolse una lunga contesa sorta tra i vicini di Giustino in Rendena e quelli della Pieve del Bleggio Inferiore per il possesso di quei bellissimi pascoli. Le due comunità erano confinanti ed entrambe sostenevano di avere ampie prove testimoniali a sostegno dei propri diritti.
A quel tempo, in mancanza di documentazione scritta, che era appannaggio del solo ceto medio alto, si portavano testimonianze orali che andavano indietro per quanto consentiva la memoria d'uomo e per la conoscenza dei fatti tramandata di padre in figlio, ma, nonostante vari tentativi di comporre la vertenza dapprima in via stragiudiziale e quindi nei vari gradi di giudizio, si era arrivati addirittura a porre la questione al più alto potere territoriale, quello del vescovo di Trento. Ma anche a questo livello non si riuscì ad emettere una sentenza ed allora, salomonicamente, il vescovo Eberardo, su consiglio del suo giudice Enrico, decise di affidare la sentenza all'esito di un "giudizio di Dio" un combattimento tra due rappresentanti delle parti in causa che avrebbe inappellabilmente assegnato l'oggetto del contendere alla comunità del vincitore.

AF: In pratica un'ordalìa ...

EL: Beh, non esageriamo. E' ben vero che qualcuno in vena di enfatizzare si è spinto sino ad usare questo termine, ma di certo questo episodio nulla ha da spartire con questa antica e barbara usanza. Si tenga presente che l'ordalia, dell'acqua, del fuoco o di altra natura, consisteva nel sottoporre l'accusato al giudizio di Dio facendogli fare, molto sadicamente, le cose più impossibili come ad esempio camminare su bracieri ardenti, tenere in mano ferri arroventati o essere immersi nell'acqua chiusi in un sacco con belve e serpenti. E l'elenco di queste atrocità sarebbe lungo, ma tutte avevano lo scopo di giungere ad una sentenza che per mancanza di prove era impossibile da pronunciare ed allora ci si affidava alla volontà divina. Se il malcapitato superava indenne la prova era mandato assolto dalla colpa che gli si imputava, altrimenti c'era il patibolo.
C'è da dire però, che le antiche cronache di quei processi dicono che l'imputato in gran parte dei casi sopravviveva, quindi va da se che anche a quel tempo l'intelligenza umana riusciva ad avere il sopravvento.
Questo tipo di soluzione, certamente non era infrequente nelle legislazioni medioevali, ma già nel 1220, in Inghilterra sotto il regno di Enrico III, era stata abolita e, comunque, nella storia del Principato Vescovile rimane un fatto nuovo e unico e questo conferisce al fatto di Movlina maggior singolarità e pregio. Fu adottata appunto perché non si vedeva altra via d'uscita e fu una trovata, a mio avviso, intelligente e molto civile che, sempre meglio del ricorso ad un'estrazione a sorte, avrebbe coinvolto emotivamente i contendenti. La vicenda arriva a noi da una pergamena che nel 1884 fu resa pubblica da Paolo Orsi, famoso archeologo roveretano, che in quell'occasione affermò che il prezioso reperto era di sua proprietà, ma che a tutt'oggi, purtroppo risulta introvabile.
Don Livio Caldera ci ha lasciato in merito un appunto secondo il quale l'Orsi ebbe la pergamena dal maestro bleggiano Fedele Bellotti che fu un cultore di storia giudicariese ed anche per lunghi anni amministratore comunale; sempre secondo don Caldera, l'Orsi la donò all'Arch. Storico per Trieste, l'Istria e il Trentino che al tempo aveva sede in Roma.

AF: Come si arrivò alla sentenza?

EL: Naturalmente è lecito pensare che il tutto non fosse stato pensato e messo in atto in quel momento all'alpeggio di Movlina, ma che fosse stato già accordato in precedenza dal giudice Enrico al termine di lunghe e spossanti sedute giudiziali protrattesi per lunghi mesi, se non anni, intervallate da liti, aggressioni, e baruffe varie dapprima tra i malgari e poi anche tra i sindaci e i vicini contrapposti, finché il livello di litigiosità raggiunto non fece temere che, un giorno o l'altro, ci sarebbe stato un inevitabile regolamento dei conti che certamente sarebbe sfociato nel sangue. Per evitare che si arrivasse ad un conflitto armato, non rimaneva che affidare la soluzione della vertenza al caso, per esempio ad una balotazione ...

AF: Balotazione?

EL: Sì, la balotazione era una votazione effettuata mediante biglie di due colori diversi, le balote appunto, anche oggi si usa il temine ballottaggio, no? Il giudice Enrico, però, che certamente doveva essere un tipo smaliziato nel suo campo, avanzò l'idea di coinvolgere in prima persona tutti gli appartenenti alle due comunità affidando la decisione ad un combattimento ad armi pari sostenuto da due campioni, liberamente scelti tra i vicini di Giustino e Bleggio Inferiore. In questo modo tutti i valligiani di entrambe le vicinie, assai numerosi data l'importanza della vertenza, avrebbero virtualmente vissuto il combattimento come se vi partecipassero loro stessi. La proposta fu accettata e non rimase altro che fissare data e luogo del duello.

AF: Che giorno era di preciso?

EL: Era il 6 giugno 1155, un lunedì, e l'affare in gioco non dev'essere stato cosa da poco se si era scomodato addirittura il vescovo che, con un lungo e non certo agevole viaggio, si era portato con diversi suoi dignitari e cavalieri in quello sperduto angolo del Principato.
Eberardo quindi, in veste di giudice supremo ed assistito dal giudice Enrico, assiso nel suo trono vescovile nell'ampio prato di Movlina, svolse diligentemente il proprio compito ascoltando le ragioni di entrambe le parti e convenendo anch'egli, che non vi erano gli estremi per attribuire ad una parte maggiori diritti dell'altra.
Allora, autorizzò il combattimento decretando che il vincitore avrebbe conquistato per la propria comunità la proprietà dispotica di tutto l'alpeggio, mentre la comunità del perdente avrebbe accettato senza alcuna riserva il verdetto sotto la pena del pagamento di 100 marche di penale.

AF: Chi c'era a Movlina quel giorno oltre le parti interessate?

EL: A Movlina, quel lunedì di giugno, con le parti interessate di Bleggio e Giustino, oltre al vescovo, al suo giudice e alcuni religiosi del seguito, erano presenti vari cavalieri che usualmente facevano parte della scorta d'onore del titolare della cattedra di San Vigilio: Odorico, Vigilio e Corrado di Seiano, Odorico d'Arco, Gumpone di Madruzzo, Riberto di Gallio, Gerardo da Treviso, Odalrico da Civezzano, Ambrogio da Trento, Ribaldo da Bondo, Viviano da Preore, Giovanni da Senaso e Alberto Bozo di Stenico. Si noti che qui, per la prima volta, appare documentato Bozone il capostipite dei da Stenico. (Alberto Bozo era il padre di Bozone o erano presenti Bozone ed il fratello Alberto?)

AF: Come si svolse il combattimento?

EL: Il documento non descrive il combattimento, ma si limita a registrarne lo svolgimento e la supremazia finale del rappresentante bleggiano e della conseguente presa di possesso dell'oggetto della contesa da parte della sua comunità con la disciplinata accettazione del verdetto da parte dei giustinesi, registrata in maniera legale dal notaio Odelrico con l'assistenza giuridica di parecchi testimoni.
Facta pugna inter duos pugnatores, Deus iustus iudex, qui decernit veritate a falseria, per pugnatore de Bleze, qui victor extitit, montem, hominibus de Bleze iure suum esse decrevit, quorum omnibus astantibus, audientibus et videntibus, hoc iudicium esse verum. Episcopus omnibus de Randina precepit finem facere etc...
Questo è tutto ciò che riporta il documento originale .
Purtroppo del fatto esistono altre versioni posteriori che sono state, a mio parere, colpevolmente travisate, e vada per la versione di Gian Pirro Pincio che inserì l'evento con grande dovizia di particolari nel suo famoso e cortigianesco De Vitis Pontificum Tridentinorum del 1546. E' nota la grande predisposizione di questo storiografo al servizio del Clesio di magnificare in ogni maniera le gesta del suo principe e dei suoi predecessori e questo possiamo ben capirlo, ma molto meno comprendiamo e scusiamo don Felicetti che infiorì e romanzò ulteriormente il racconto aggiungendo particolari crassamente inventati, così come altri presunti storici che giunsero a scrivere un testo ancor oggi rappresentato a beneficio dei turisti e fatto passare come ricostruzione storica.

Alberto Folgheraiter, caposervizio RAI, conversa con Ennio Lappi. Da una trasmissione andata in onda alcuni anni orsono su Radiorai.