La troticoltura in Trentino. Alberto Folgheraiter conversa con Ennio Lappi. Trasmissione del 2009 dai microfoni della Rai di Trento. Ricordi Preziosi

LAgo di Ledro - archivio Ennio Lappi m m

AF: Oggi tratteremo un argomento tanto antico quanto attuale perché si può dire che a tutt'oggi è rimasto pressoché invariato nella sua essenza, parliamo della troticoltura così praticata nel nostro Trentino anche presentemente. Quand'è che appaiono i primi allevamenti di questo magnifico pesce dalle nostre parti?


EL: Innanzitutto mi sia permesso di fare una breve storia della troticoltura per inquadrare meglio l'argomento. Sebbene le origini dell'allevamento di specie ittiche per l'alimentazione umana si perdano nella notte dei tempi, essendo confermate in Cina già nel V° secolo aC, i primi esperimenti di allevamento artificiale della trota risalgono al:

 1420, Dom Pinchon, monaco nell'Abbazia di Reome presso Montbard nella Costa d'Oro in Borgogna
 1741, Stephan Ludwig Jacobi, un ufficiale prussiano di Hannover, i cui esperimenti di fecondazione artificiale sulle trote, furono ripresi un secolo più tardi nel
 1850, dal prof. Coste del Collegio di Francia, al quale si riconosce il pregio di aver dato l'avvio alla diffusione della troticoltura. Nella seconda metà dell'Ottocento, quindi, in Francia, ma anche in Svizzera e in Germania, sviluppando anche le intuizioni e gli esperimenti di Lazzaro Spallanzani, si diffuse la riproduzione artificiale di salmonidi, mediante i quali si ripopolavano laghi, fiumi e torrenti, con grande beneficio per quelle popolazioni. Secondo il prof. Eugenio Bettoni per parlare di piscicoltura in Italia si dovette giungere nel
 1859, quando il professor Filippo de Filippi avviò con successo un piccolo allevamento situato sul Rio Meana, un piccolo corso d'acqua che scende sulla breve costa tra i laghetti di Trana e Avigliana presso Torino. Tuttavia, il Bettoni dimostra di non avere notizia degli esperimenti effettuati nel principio del
 1857 a Napoli dal principe Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa, che nel gennaio del 1857, dopo aver visitato l'esposizione di Parigi tenutasi nell'estate precedente, si fece costruire nella propria residenza un impianto ittiogenico sul modello dei quello visto nella capitale francese e qui, ricevuto dalla stazione ittiologica di Uninga, fondata da Coste, un certo quantitativo di uova embrionate di salmone atlantico e trota fario, riuscì a farle schiudere con discreto successo. Il terzo stabilimento italiano in ordine di tempo fu la piscicoltura privata del re Vittorio Emanuele II, messa in funzione nel
 1861, nella reggia di Venaria Reale presso Torino. Certamente in questo periodo, anzi se prendiamo per vero quanto scritto sul Giornale Agrario di Rovereto, nel
 1858, e quindi addirittura prima del de Filippi, uno sconosciuto ledrense Agostino Zecchini compiva a Molina di Ledro i suoi primi esperimenti di fecondazione di uova di varie specie ittiche pescate nel lago di Ledro e questa è una cosa che è di grande vanto per la nostra terra.

AF: Quindi il Trentino può vantare un primato non disprezzabile in questo campo ...

EL: Premetto che in Trentino, tra il XIII° e il XV° secolo, sono documentate diverse pischarie a Trento, Sarche, Torbole, Riva e Arco. Un documento del 1565 ci rivela, poi, che anche ai tempi del Madruzzo, vi era una piscaria presso il ponte grande sul Sarca sotto Cares, in località "alla gambarera", ed il toponimo è eloquente perché ci dice che in quel luogo vi era un canale dove si collocavano i gamberi di fiume catturati nei dintorni. E' noto pure che, a partire dal primo '600, i Lodron tenevano peschiere sul Caffaro e sul Chiese, come anche i conti D'Arco nei loro possedimenti nell'Archese, ma più che allevamenti, queste erano vasche, pozze o canali laterali di corsi d'acqua, convenientemente sbarrati, dove si conservava vivo il pescato per poterlo consumare o vendere in un secondo tempo.
L'allevamento industriale in vasca della trota, invece, si affacciò da noi nel XIX° sec. quando, per agevolare la pesca che costituiva un importante apporto proteico per i magri regimi alimentari delle nostre genti, don Francesco Canevari, curato di Torbole, avendo avuto notizia degli esperimenti condotti da Agostino Zecchini al Lago di Ledro, si recò a visitarlo e non faticò certo a convincerlo ad unirsi a lui per tentare di introdurre e sviluppare la piscicoltura nel Trentino.

agostino zecchini - archivio Ennio Lappi mmAF: Chi era questo Zecchini ?

EL: gostino Zecchini da Molina di Ledro, uomo di grande intelligenza e straordinario spirito imprenditoriale, fu il precursore di tutti i piscicoltori trentini, anzi tirolesi. Rampollo di una delle famiglie più facoltose della Val di Ledro, il padre Giuseppe e lo zio Filippo, associati negli affari, gestivano un grosso emporio che trattava praticamente di tutto, dai prodotti della sericoltura, agli alimentari, dai tessuti alla ferramenta, dalla chioderia alla magnesia e quasi tutto era di produzione propria. In considerazione della viva intelligenza e della spiccata attitudine allo studio soprattutto delle scienze naturali, fu mandato a studiare a Brescia dove però, nel 1848, si lasciò attrarre dai movimenti insurrezionali della Prima Guerra d'Indipendenza tanto da parteciparvi nelle file dei Corpi Franchi con i quali fu anche in Val di Ledro. Il padre e lo zio, devotissimi alla casa d'Asburgo, lo richiamarono a casa e per punizione gli fecero interrompere gli studi costringendolo ad impiegarsi nell'azienda di famiglia, ma i sentimenti di italianità e di attaccamento alla propria terra lo accompagneranno per tutta la vita.
Per amore dei suoi maggiori, il giovane accettò l'imposizione e si dedicò con sagacia e passione agli affari diventando presto una valida spalla per il genitore che, separatosi dal fratello Filippo, non tardò ad affidargli incarichi sempre più importanti e delicati in valle e fuori. Per seguire gli interessi dell'attività paterna, viaggiò quindi a più riprese in Austria, Germania, Svizzera e Francia ed in ognuno di questi paesi notò la nascita di stabilimenti ittiogenici pubblici e privati, incoraggiati, sovvenzionati e protetti dai rispettivi governi. Con la curiosità dell'appassionato di scienze naturali, visitò diverse di queste piscicolture, apprendendo ed assimilando il più possibile di quella che egli stesso definiva una "scienza bambina".
Tornato alla sua valle e messa su famiglia, Agostino continuò gli studi ittiologici che, qualche anno più tardi, intorno al 1858 e forse anche prima, lo portarono a mettere in pratica le nozioni apprese. Questo ci viene raccontato in un articolo apparso sul Giornale Agrario di Rovereto nel 1878, dove l'articolista asserisce che sul lago di Ledro lo Zecchini praticava la riproduzione di trote ed altre specie ittiche già da almeno 20 anni. Effettivamente, in un podere di famiglia sulle rive del lago di Ledro presso Molina e precisamente alla Volta di Besta, dove le condizioni ambientali erano molto favorevoli, fece costruire una vasca nella quale, aiutato da alcuni suoi operai, iniziò i propri esperimenti di fecondazione artificiale con esemplari di trota catturati in quelle acque e restituendo poi al lago gli avannotti quando, già ben sviluppati, erano in grado di meglio difendersi dai predatori. Questo avvenne per diversi anni finché Agostino, spinto dal suo innato senso imprenditoriale, decise che era venuto il momento di mettere a frutto le proprie esperienze nel campo ittiogenico.

AF: Fu a quel punto che Agostino Zecchini creò la sua piscicoltura?

EL: Questo era il suo progetto, ma le cose non andarono come lui desiderava.
In quei tempi la pesca nel lago rendeva circa 80 quintali di pesce pregiato all'anno e costituiva una buona entrata per i pescatori professionisti. Va premesso che, dopo le devastazioni causate dai vari eserciti passati per la valle nei primi decenni dell'800, nel 1825 il Comun Generale di Ledro, praticamente sul lastrico, cercando di raggranellare tutto il denaro possibile per garantire la sopravvivenza stessa delle popolazioni della valle, aveva deliberato di alienare al miglior offerente i diritti di pesca nel lago. Se li erano aggiudicati, metà per ciascuno, Giacomo de Ferrari da Tiarno per la parte orientale e Giacomo Cis da Bezzecca per quella occidentale. Quest'ultima parte, poi, alla morte del Cis, fu ulteriormente divisa in due: una a don Giacomo Cis e l'altra ai fratelli Toccoli di Mezzolago.
Zecchini sapeva che tutto il pesce che lui immetteva nel lago andava a solo vantaggio dei pescatori titolari dei diritti di pesca e per questo, una volta maturata la necessaria esperienza, decise di impiantare in riva al lago uno stabilimento ittiogenico da sfruttare su scala industriale. Per far questo, però, aveva necessità di disporre dei diritti esclusivi di pesca su tutto il lago e in poco tempo riuscì ad entrarne in possesso, ad eccezione del quarto, quello intestato ai fratelli Toccoli che rifiutarono le vantaggiose offerte di Zecchini con la motivazione che la pesca era l'unica fonte di sostentamento per loro e le loro famiglie.
A questo punto, il sogno cullato per anni dallo Zecchini di creare uno stabilimento ittiogenico per svolgere, in grande, l'attività della piscicoltura sul lago di Ledro subì un fiero colpo. Egli aveva messo in preventivo, e lo si era già notato da tempo, che parte delle trote nate nel suo vivaio, per il torrente Ponale finissero nel Garda, ma era impensabile impegnare notevoli capitali e molto lavoro perché altri potessero riempire senza fatica le loro reti nelle stesse acque del lago.
Così Agostino abbandonò il progetto della piscicoltura industriale e si dedicò ad altro.

AF: Allora l'avventura ittiogenica di Zecchini si concluse cosi...

EL: No di certo, Agostino continuò a coltivare la sua passione per gli esperimenti ittiogenici immettendo nel lago ogni anno discrete quantità di avannotti, non solo di trota iridea e fario, ma anche di altre specie come il salmerino e la bottatrice, finché dopo qualche anno i Toccoli cedettero alle lusinghe dell'imprenditore che divenne "el paron del Lac". Però nel frattempo, a Torbole il locale parroco, don Francesco Canevari aveva ideato un progetto per l'apertura di un vivaio ittico per il ripopolamento delle acque del Garda e stava cercando i capitali necessari. Zecchini non aspettava altro ed aderì con entusiasmo, usando anzi le proprie conoscenze per attirare nella costituenda società nuovi capitali.

AF: A Torbole quindi nacque la prima piscicoltura del Trentino ...

EL: Certamente, dopo una lunga gestazione i capitali necessari furono reperiti e nel 1879 si ebbe la fondazione della nuova società. In pochi mesi in loc. Busatte sfruttando la Fonte Romana, una buona sorgiva d'acqua da poco scoperta da Antonio Romani, furono costruite le vasche ed allestiti i locali necessari per ospitare incubatoi, depositi ed attrezzature. Il buon appoggio, sia finanziario che istruttivo, prestato dal Ministero Austriaco dell'Agricoltura e l'impiego di personale altamente qualificato come Giovanni Tröster, lo stesso Romani e il maestro Luigi Biasioni fece in modo che lo stabilimento di Torbole in pochi anni si conquistasse una solida fama tanto in Tirolo che nelle vicine province italiane dove piazzava notevoli quantità di uova fecondate.

Come da statuto, la società ittiogenica di Torbole, non fu solamente finalizzata a produrre utili per i propri azionisti, ma soprattutto a produrre embrioni per consentire il ripopolamento delle acque trentine stimolando i pescatori ed istruendo ed incentivando chi voleva intraprendere l'attività ittiogenica. Zecchini, invece, morirà nel 1892 lasciando ben nove figli che continueranno l'opera del padre mantenendo i diritti di pesca con i relativi ripopolamenti fino a qualche decennio fa quando la Provincia di Trento nel 1978 si assunse in toto la gestione dei diritti di pesca nelle acque trentine.

Pescicoltura Torbole -archivio LAppi m

AF: Facendo una parentesi, vuoi spiegare, intanto, come avviene la fecondazione artificiale delle uova, il cui metodo, mi sembra, sia rimasto sostanzialmente lo stesso anche ai giorni nostri?

EL: Due volte l'anno, verso la fine di febbraio per la trota iridea e nella seconda metà di ottobre per la fario, le femmine mature vengono separate dai maschi e, sotto la delicata pressione del ventre effettuata dall'esperto piscicoltore, viene eseguita la spremitura delle uova che sono raccolte in una bacinella. La stessa operazione si pratica sui maschi, ai quali si spreme il liquido seminale direttamente sulle uova. La fecondazione viene facilitata rimescolando delicatamente, per mezzo di una piuma, le uova nella bacinella le quali, subito dopo, si trasportano nell'incubatoio dove è garantita una giusta temperatura costante. Nell'incubatoio, parliamo del sistema di un tempo, tipo Romani, trovavano collocazione una serie di contenitori metallici a base rettangolare inclinati per consentire lo scorrimento dell'acqua, i quali contenevano appositi telaini dove le uova, di colore giallastro e delle dimensioni di un pisello, venivano stese in strato sottile. Qui, in acqua corrente a temperatura costante, avveniva l'incubazione la cui durata poteva raggiungere i 60 giorni, dopo la quale il primo indizio di vita era l'apparizione dei due puntini neri degli occhi, seguiti da alcune filettature e da un piccolo globulo rosso: il cuore. Dopo pochi giorni, appariva una larva di pochi millimetri che impiegava circa un mese ad assorbire l'ingombrante sacco embrionale rappresentante la propria riserva nutritiva nel primo periodo di vita.
A questo punto l'avannotto era formato e si poteva iniziare la nutrizione artificiale, per un periodo sufficiente finché non fosse stato in grado di alimentarsi autonomamente, poi arrivava l'ora dell'immissione nelle vaschette di allevamento all'aperto. Avendo ben presente l'atavico concetto secondo cui il pesce grande mangia il pesce piccolo, allora come oggi, col procedere della crescita i pesci venivano spostati in vasche sempre più grandi, finché non avessero raggiunto la taglia da porzione, 250g circa, pronti per la commercializzazione.

AF: E come avvenne la diffusione degli incubatoi di valle?

EL: Fino agli ultimi anni dell'800, lo stabilimento di Torbole produsse grandi quantità di avannotti che venivano trasportati ed immessi nei vari siti che un'apposita commissione aveva indicato come adatti per le semine nei vari comprensori acquatici trentini. Questo avvenne per diversi anni nel Chiese, Sarca, Adige, Brenta, Noce e nei principali laghi alpini, con la sola eccezione del bacino dell'Avisio perché uno dei primi piscicoltori trentini formatisi a Torbole, Michele Dellagiacoma già nel 1891 aveva impiantato una piscicoltura a Predazzo e si era assunto l'onere del ripopolamento di tutto il bacino avisano dal Travignolo alla foce nell'Adige.

Vasca Troster per lincubazione delle uova e per la coltura degli avannotti - archivio Lappi 


Però, in molti casi, le semine si dimostravano poco redditizie a causa dell'acclimatazione dei pesciolini nel nuovo ambiente e così si pensò di promuovere una campagna di sensibilizzazione dei vari gruppi di pescatori perché fossero loro stessi ad incubare nelle loro acque le uova fecondate a Torbole. Così si incaricarono i vari Consorzi Agrari del Trentino di trovare una o più persone adatte allo scopo, le quali avrebbero preso in consegna un apparato ittiogenico completo fornito gratuitamente dall'Ufficio Provinciale dell'Agricoltura nel quale avrebbero incubato e fatto nascere gli avannotti concepiti a Torbole direttamente nelle acque locali ovviando così a qualsiasi problema ambientale e di acclimatazione. Ecco quindi che si installarono stazioni ittiogeniche a Vigo Lomaso, sotto la spinta di don Lorenzo Guetti, a Tenno per mano di don Luigi Baroldi, a Creto per mezzo del clero locale, poi per iniziativa di persone volonterose a Bersone, Balbido, Condino, Daone, Giustino, Pinzolo, Campiglio, Tione, Toblino, Roncone e, più o meno contemporaneamente, incubatoi di valle entrarono in funzione anche a Taio, Malè, Brez, Maurina, Borgo, Primiero, Tesino, Nomi e Lizzanella. Esisteva comunque un inconveniente notevole rappresentato dal trasporto delle uova embrionate da Torbole all'incubatoio di valle. A Torbole si approntava la spedizione ponendo le uova fecondate su soffici strati di garza stesi su telaini di legno che venivano depositati, sovrapposti, in capaci casse contenenti paglia o fieno per attutire gli urti. Il trasporto veniva effettuato tramite il normale servizio postale, non proprio velocissimo ed i cui addetti non erano certo molto delicati e per questo si lamentavano consistenti perdite nel delicato materiale, perdite che normalmente erano del 15-20 %, ma che talvolta arrivavano anche al 50 %. Allora, anche perché le risorse messe a disposizione dal Ministero dell'Agricoltura andavano esaurendosi, si attuò una campagna che stimolava i conduttori degli incubatoi a rendersi indipendenti e i risultati furono incoraggianti.
In questa situazione che andava migliorando di anno in anno, tanto che molte stazioni ittiogeniche si erano affrancate da Torbole con l'uso di materiale genetico ricavato da esemplari catturati sul posto si giunse al terribile periodo bellico. 

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