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Giacomo Mazzi, Dio ha dato e Dio ha tolto. Ascesa e rovina, all'ombra del Clesio, del personaggio più importante che Stenico abbia mai avuto

giacomo mazzi - lappi

Giacomo Mazzi, Dio ha dato e Dio ha tolto. Ascesa e rovina, all'ombra del Clesio, del personaggio più importante che Stenico abbia mai avuto. Alberto Folgheraiter, conversa con Ennio Lappi.
(Alberto Folgheraiter, conversa con Ennio Lappi. Trasmissione del 2009 dai microfoni della Rai di Trento)

AF: Oggi andremo indietro nel tempo, a cavallo tra '400 e '500, a riscoprire le vicende di un personaggio tanto interessante quanto disconosciuto: il notaio giudicariese Giacomo Mazzi ... chi era costui?
EL: Giacomo Mazzi nacque a Stenico, allora capitale di entrambe le Giudicarie, e abitava con la famiglia in una piccola casa coperta a paglia in piazza di Prè, sotto la fontana verso la Valle dei Molini. Il padre era ser Antonio, pubblico notaio imperiale, di antica stirpe di tabellioni originari di Sclemo, ma da tempo trasferitisi nel borgo di Stenico, nel cui castello era accentrata ogni attività politica, legale e sociale e dove la professione notarile risultava più agevole e lucrosa, nonché più gratificante e di maggior prestigio. Godendo così di una buona posizione sociale, Antonio Mazzi indirizzò il figlio agli studi classici con il chiaro intento di avviarlo in futuro alla sua stessa professione.
Giacomo ricevette una non comune preparazione educativa, sia legale che umanistica, cosa che gli permetterà di esprimersi in un latino, a volte, molto ricercato tanto che, nelle sue corrispondenze con Bernardo Cles, spesso cita Seneca, Orazio, Cesare e Terenzio. Fin da giovanissimo mostrò grande disposizione per le lettere scrivendo poesie in eleganti distici latini, epigrammi e orazioni, tanto che terminati gli studi e conseguita la patente di tabellionato, fu notato dal capitano del castello di Stenico Giovanni di Weineck che lo volle con sé come segretario vicariale.

AF: Chi era Giovanni di Weineck?
EL: Giovanni di Weineck, dell'antica famiglia che aveva dimora nell'omonimo castello che dominava la città di Bolzano, dopo aver combattuto valorosamente nella famosa battaglia di Calliano (10 agosto 1487, S. Lorenzo) fu chiamato nel 1490, a sostituire Nicolò Firmian nell'importante ruolo di capitano di Stenico, carica che aveva giurisdizione su entrambe le Giudicarie, dal Ballino ad Andalo, dal Caffaro a Campiglio.
Giovanni era, innanzi tutto, un uomo d'arme, un condottiero coraggioso e leale, dallo spirito combattivo in guerra ed in pace, ma cavalleresco, romantico ed umano, quindi era molto benvoluto dalla popolazione; era anche uomo di gran sensibilità estetica sia nelle arti figurative che letterarie e questo lo portò a circondarsi di cose belle e di gente culturalmente elevata. Nel periodo del suo capitanato furono costruiti diversi edifici importanti un po' in tutte le Giudicarie ed il suo mecenatismo favorì l'opera di magnifici artisti quali i Baschenis da Averaria che, in questo periodo, crearono splendidi capolavori nelle nostre valli.
Dai magici pennelli dei vari, Simone, Dionisio, Angelo e Cristoforo, nacquero quindi preziosissimi affreschi a S. Antonio di Pelugo, S. Pietro di Sclemo, in casa Vidi a S. Antonio di Mavignola, nella Parrocchiale dell'Annunciazione di Lodrone, nella chiesa di S. Giorgio a Dorsino, ma, soprattutto, a S. Felice di Bono, dove la piccola chiesetta del cimitero fu affrescata in maniera magistrale nel 1496 da Cristoforo II° che, con la scritta "...hoc bainech tempore praesul erat", posta in calce alle pitture, lasciò anche una riconoscente dedica al suo potente sostenitore.
Fu, quindi, nella logica delle cose che il capitano notasse subito la preparazione umanistica, il talento letterario e l'intelligenza pratica del giovane Mazzi e lo prendesse così alla sua corte, impiegandolo subito come suo cancelliere e segretario particolare, spinto anche dal fatto che, essendo egli di madrelingua tedesca, aveva difficoltà ad esprimersi nella lingua ufficiale del principato, cioè in latino.
Giacomo, contemporaneamente alle sue funzioni nel castello, nel 1492 iniziò ad esercitare anche il notariato ed il Weineck gli affidò così le mansioni di giudice penale. A partire dal 1497, infatti, troviamo che Giacomo si sottoscrive come notaio dei malefici della Curia di Stenico, segno evidente che il capitano aveva incominciato ad apprezzare anche le sue non comuni conoscenze in materia legale. Questo fu un incarico di notevole fiducia ed importanza che, fra i tanti, portò il Mazzi ad istruire, con sagacia e perizia, anche processi eclatanti come quello contro i figli di Marco da Caderzone o quello contro i signori di Sporo, per i diritti di pesca sul lago di Molveno e per il possesso della Malga di Ceda, oltre che ad assistere molto efficacemente il capitano nella vertenza contro i Lodron che nel 1505 si risolse davanti al re Massimiliano.

AF: Anche i Lodron entrano in queste vicende?
EL: A quel tempo i conti di Lodrone erano la famiglia più potente della Valle del Chiese, avevano messo gli occhi sulla Rendena e tramavano per riprendersi il Castel Restor nel Bleggio. Arroganti, crudeli, sprezzanti di ogni legge, civile e morale, subdoli opportunisti, giuravano fedeltà al vescovo di Trento mentre prendevano accordi con Venezia. Come estremamente infidi venivano considerati sia dal potere vescovile che da quello reale e fu proprio Weineck che con l'aiuto del Mazzi riuscì a farli rientrare, almeno temporaneamente, nei ranghi. I Lodron, e particolarmente il conte Antonio, personaggio in quel tempo assai rilevante, ma colpevolmente disconosciuto dagli approfonditi studi sulla famiglia che sono tuttora in corso, giurarono di vendicarsi e come vedremo ci riuscirono nel 1521.

lappi 1AF: Torniamo a Giacomo Mazzi ...
EL: La professione gli rese prestigio e denaro, mentre l'erudizione e la versatilità, sia poetica che oratoria, assieme alla protezione del suo signore, gli attirarono numerose ed influenti amicizie.
Il 24 settembre 1505, morto Udalrico de Liechtenstein, sulla cattedra di S. Vigilio salì Giorgio di Neideck e, in quell'occasione, Giacomo Mazzi fu chiamato a pronunciare nella cattedrale di Trento il discorso ufficiale con il quale, com'era in uso a quel tempo, i fedeli sudditi salutavano il loro nuovo Principe Vescovo. E' così acclarato che, già in questo periodo, il nostro personaggio è personalità di spicco, sia nella sua valle, sia nella capitale del Principato e, certamente, risulta ben introdotto a corte e nei salotti letterari più rinomati. Probabilmente, in uno di questi conosce il conte Nicolò d'Arco, chiarissimo poeta e signore di Castel Spine, ottenendone l'amicizia.
In alcuni suoi versi, il nobile invita un misterioso amico nella sua casa di Arco chiamandolo Claviger:

"...Musae, Clavigero meo poetae,
vellem paucula verba nuntiare,
ut se se ferat ad suum sodalem,
montanas Stenici domos relinquens..."

Non viene indicato il nome di questo Claviger, poeta di Stenico, ma va da sé che, in quel periodo, in paese di poeti non ve ne doveva essere che uno solo.
Noi qui gettiamo due ipotesi: letteralmente, Claviger si traduce in "colui che porta, o che ha le chiavi", oppure "colui che porta, o che ha, o usa la clava". Tralasciamo la prima ipotesi che non ci sembra praticabile e, sulla seconda, appare verosimile che l'appellativo identifichi un personaggio avvezzo a bastonare, seppure in senso metaforico, ed il Mazzi, nello svolgimento del suo ufficio di giudice del penale, nonché di massaro vescovile, cioè di esattore fiscale del vescovo di Trento, di bastonate ne aveva rifilate molte, anche ad elementi altolocati, tanto che questo lo porterà prima alla rovina e poi alla morte; salta subito all'occhio, inoltre, che il termine latino "clava" si può tradurre in mazza, chiarissimo riferimento al cognome del nostro soggetto.
In quegli anni, parliamo del periodo precedente all'avvento di Bernardo Cles, Giacomo divenne personaggio di spicco in Giudicarie, vero braccio destro del capitano Weineck che apprezzava in modo incondizionato le sua capacità e la sua incondizionata fedeltà. Gli incarichi e le deleghe del capitano come proprio vicario, l'attività di amministratore vescovile (massaro) per entrambe le Giudicarie e l'attività notarile, fecero presto di Giacomo un uomo ricco tanto che si fece costruire una bella casa ai piedi del castello, la domus magna nova che ancora oggi si ammira nella piazza principale di Stenico denominata "Casa della Comunità".

AF: Cosa avvenne quando morto il Neideck, Bernardo de Cles fu chiamato alla cattedra di S. Vigilio?
EL: Il 5 giugno 1514 morì il principe vescovo Giorgio III° de Neideck e, al suo posto sulla cattedra di S. Vigilio, i Canonici elessero unanimemente Bernardo di Ildebrando de Cles, benché questi non fosse in possesso che degli ordini minori ricevuti a Verona nel 1509. Nonostante qualche contrasto, Bernardo prese possesso della diocesi, avviando così un lungo periodo di splendore per il principato. Per un quarto di secolo, Trento fu così al centro di un gran fervore artistico e culturale prodotto dal mecenatismo del vescovo che amava circondarsi di cose belle, tanto da portare la sua corte al livello delle maggiori d'Europa.
I biografi clesiani hanno sempre magnificato in ogni modo la figura di questo principe della chiesa tridentina, sottacendo tuttavia che tutto lo splendore della sua corte e la grandiosa politica del suo governo, andava a suo esclusivo vantaggio personale, gravando però sulle spalle del popolo che veniva vessato oltre misura da tributi, dazi e balzelli. Ogni tanto, portato all'esasperazione, qualcuno alzava la testa per protestare, ma era subito tacitato ed assoggettato, suo malgrado, alla volontà dei potenti che dominavano, soprattutto, sfruttando l'ignoranza, la dabbenaggine e, perché no, la religiosità di quelle genti semplici.
Evidentemente, l'operato di Giacomo Mazzi sotto il Neideck fu valutato con la massima considerazione se anche il nuovo vescovo lo riconfermò senz'altro nella carica di massaro vescovile.

AF: Siamo nel periodo che precede un nuovo scontro con Venezia vero?
EL: Certamente, sul finire dell'autunno del 1515, l'imperatore Massimiliano I° si era risolto di intervenire a sostegno della città di Brescia sottoposta ad un duro assedio dalle truppe francesi e veneziane. Il Cles ordinò al Weineck di radunare un piccolo esercito di volontari e così, nelle valli di Sole, di Non, Rendena e Giudicarie, il capitano di Stenico aveva raccolto circa 4000 uomini con i quali si era unito ai tedeschi comandati dal barone Guglielmo di Regendorff. Trentini ed alemanni erano scesi velocemente per la Valle del Chiese, portando carne da macello, vettovaglie, armi e denaro. Alla testa dell'esercito imperiale, oltre al Regendorff ed al Weineck, vi erano, tra gli altri, anche Giacomo de Cles, fratello del vescovo Bernardo, Giorgio di Liechtenstein, Gaspare Künigl e Ludovico Lodron.
Giacomo Mazzi, agli ordini del capitano di Stenico, aveva reclutato personalmente ben 800 giudicariesi; erano tutte persone semplici, quasi tutti rustici, persuasi all'avventura dalla grande abilità diplomatica del massaro che sapeva bene come far leva sugli interessi e sulla dedizione all'episcopato dei suoi compaesani, ma era stata un'operazione molto difficoltosa perché Giacomo, sprovvisto di mezzi finanziari perché il vescovo era impegnato nelle fastose spese della propria corte, aveva dovuto convincere i fanti giudicariesi a partire senza stipendio confidando solo nella sua parola.
Ripresa la marcia, in breve, l'esercito raggiunse Brescia e vi entrò il 21 dicembre 1515, portando, oltre ai viveri, anche armi, munizioni e molto denaro per pagare i mercenari lanzichenecchi e spagnoli. Per i fanti giudicariesi ed anauniensi, però non rimase nulla, nemmeno da mangiare, e la loro protesta non tardò a farsi sentire, a stento sopita dalle esortazioni di Giacomo Mazzi, Giovanni Weineck e Gaspare Künigl, i quali riuscirono a calmare un poco le acque distribuendo la rimanenza di quei cento ragnesi che il Cles aveva dato al massaro prima della partenza. Fu però poca cosa perché ad ognuno non toccò più di 5 carentani, un'inezia.

AF: Allora i nostri trentini furono lasciati alle sbando?
EL: La notte del 23 dicembre Giacomo ricevette una lettera del vescovo con la quale Bernardo gli ordinava tassativamente, entro la vicina Epifania, di presentarsi a palazzo per la resa di conto del massariato. Fu un brutto colpo per lui, impegnato com'era nella sua delicata missione, tanto che due ore dopo scrisse la sua risposta con un tono che lasciava trasparire nettamente il suo stato d'animo. In quella missiva, infatti, ricordò seccamente al suo signore di essere stato severamente impegnato per diverso tempo nel difficile compito assegnatogli e di aver chiesto inutilmente congedo ai capitani per tornare al suo lavoro, necessariamente trascurato a causa della spedizione bresciana che non gli aveva consentito di curare gli affari massariali né di esigere le collette:
"...Non possum duobus dominis servire, non mi è possibile servire due padroni - precisò con una punta di risentimento - e la Vostra Signoria Reverendissima dovrebbe ricordare che io sono qui per suo comando e che, sul mio onore, non posso certo abbandonare i miei soldati che mi hanno seguito ascoltando le mie esortazioni; essi confidano in me e mi hanno sempre seguito fedelmente in questi momenti penuriosi..."
Sul finire dello scritto Giacomo si fa ancor più duro:
"... se io facessi leggere questa lettera ai miei soldati, sarebbero certo di malanimo e direbbero che il vescovo si preoccupa solo dei suoi interessi senza ricordarsi minimamente di coloro che soffrono e muoiono per lui. Comunque sia, solleciterò nuovamente per il mio congedo da questa impresa, ma se i capitani imperiali, ai quali il mio operato è necessario, non acconsentissero e mi costringessero a restare, non sarò in colpa."
La missione, comunque, era stata compiuta e tutti ritornarono in Trentino, ma, appena ripartiti gli imperiali, in Brescia nacquero discordie sulla ripartizione dei denari tra i mercenari tedeschi e spagnoli, divergenze che scoppiarono addirittura in clamorosi tumulti ed i veneti ne approfittarono per riorganizzare l'assedio. La situazione ridiventò pesante e costrinse i bresciani a chiedere nuovi aiuti all'imperatore, il quale dette disposizioni di organizzare una nuova spedizione per portare a Brescia altro denaro.

AF: Così si dovette ritornare a Brescia?
EL: Questi erano gli ordini di Massimiliano. Già nei primi giorni del 1516, fanti e cavalieri tedeschi si prepararono a ridiscendere la Val Sabbia al comando di Gerardo d'Arco, spalleggiato dal Weineck, Giacomo Cles, Giorgio de Liechtenstein, il Künigl e Giacomo Mazzi con 600 giudicariesi. Questa seconda spedizione imperiale che portava 30.000 fiorini ragnesi custoditi in 16 barili, il 22 gennaio giunse a Lodrone e vi si accampò.
Il giorno seguente si proseguì nell'intento di raggiungere Nozza dove si era concordata la consegna del denaro ai bresciani. La spedizione giunse di sera ad Anfo e vi si accampò per la notte.
I veneziani però, con molta fortuna, vennero a conoscenza dei piani, della consistenza e della posizione dei nemici e decisero di attaccarli di sorpresa già quella notte.
In tutto erano più di 3000 uomini, tra i quali 2000 fanti ben armati ed addestrati, 800 rustici ed alcune centinaia di cavalieri, quelli che il 25 gennaio 1516, un'ora e mezzo avanti giorno, attaccarono gli imperiali addormentati nei loro alloggiamenti e totalmente impreparati.
Ne seguì un combattimento tanto disperato, quanto disordinato, che non poté avere alcuna possibilità di successo, tanto più che i conti d'Arco e di Lodrone ed altri nobili cesarei che avrebbero dovuto prendere la testa del combattimento, batterono sveltamente in ritirata, creando così maggior disordine tra i loro soldati, danneggiandoli anzi, perché, nelle tenebre li scambiarono addirittura per nemici.
Rimasero solo Giovanni Weineck e Gaspare Künigl che cercarono, senza risultato, di mettere ordine tra le fila dei loro uomini, ma ormai la battaglia era persa e non rimaneva che cercare scampo nella fuga.
Il carattere di Giovanni di Weineck non ammetteva, però, questo disonore e, ritiratosi un poco più a monte dell'abitato, si attestò nei pressi di un piccolo ponte di pietra; con lui non rimasero che il fedele Giacomo Mazzi e dieci o dodici fanti, tra i quali due vessilliferi giudicariesi. Sprezzante del pericolo, il capitano di Stenico si oppose spavaldo al nemico e contro di lui si indirizzarono i tiri delle armi da fuoco; di quella dozzina di soldati, tre caddero colpiti alle prime salve e, attorno al capitano, rimasero il massaro e gli altri sette o otto, ma, alla seconda scarica, tre palle colpirono il Weineck al petto e questi cadde a ritroso ai piedi dello stesso Mazzi che, visto morire il suo capitano assieme ad altri cinque fanti, dovette ritirarsi, risalendo la montagna e riuscendo così a scampare miracolosamente alla morte.
I veneti non inseguirono gli imperiali, sia perché non conoscevano la zona, ma, soprattutto, perché ad Anfo c'era da far pingue bottino, ma i denari erano stati messi in salvo dai solerti capitani, alla faccia dei poveri soldati lasciati allo sbando in completa balìa dei nemici.
Sul campo rimasero moltissimi soldati perlopiù della parte imperiale, ce lo dice Lodovico Cozalio che, in una sua lettera al comando veneto, scrisse di aver veduto, oculata fide, più di 700 morti tra i nemici. Oltre al Weineck, caddero anche il capitano Montefazio e Giorgio di Lustich, mentre Gerardo d'Arco e Ludovico di Lodrone furono fatti prigionieri: il primo scampò al boia pagando una forte somma a coloro che lo avevano catturato, mentre il secondo fu scambiato con un nobile veneto nelle mani di Bernardo Cles.

AF: Ed il Mazzi che fine fece?
EL: Dopo essersi sganciato miracolosamente dai nemici, si era congiunto con gli altri scampati alla disfatta Giacomo Mazzi e Gaspare Künigl, innanzi tutto, pensarono a recuperare il cadavere dell'eroico capitano di Stenico che fu composto nella chiesa di Storo e quindi, assieme ai giudicariesi superstiti, accompagnarono il feretro nel ritorno a Stenico.
Tornato nel castello di Stenico, Giacomo pensò immediatamente alla situazione politica della valle che non poteva più contare sulla formidabile egida dell'intrepido Weineck e, sapendo che i Lodron non avrebbero perso l'occasione per tentare di appropriarsi della giurisdizione, insediando uno di loro nel castello, radunò a consiglio le autorità giudicariesi per decidere con loro quale candidatura appoggiare presso il vescovo Bernardo.

AF: Chi fu il nuovo capitano di Stenico?
EL: Verso la fine del 1516 o l'inizio del 1517, per motivi senza dubbio adducibili alla pratica del nepotismo ampiamente applicata dai sovrani di quel tempo, Bernardo Cles insediò in Castel Stenico il proprio fratello minore Giacomo che riteneva più idoneo a reggere una giurisdizione così vasta ed importante. D'altronde, a proporglielo, subito dopo la morte di Giovanni Weineck, era stato lo stesso Mazzi il quale temeva che una carica così importante per le Giudicarie, andasse nelle mani degli aborriti Lodron o di qualcuno a loro vicino. Egli non poteva immaginare che questo avrebbe decretato la sua rovina.

AF: Questo fu un danno per il Mazzi?
EL: Fu addirittura l'inizio della sua fine. La fortuna volse le spalle a Giacomo Mazzi nel momento in cui, improvvisamente, cadde in disgrazia del capitano di Stenico il quale, proditoriamente, decise di vendicarsi di presunti torti subiti, anzi di vere e proprie offese. Non ci è dato sapere quali furono i veri motivi che spinsero Giacomo Cles ad un'iniziativa tanto astiosa e decisa verso il Mazzi; nei suoi scritti al vescovo, quest'ultimo non ne parlò mai direttamente, facendo però intendere chiaramente che Bernardo fosse perfettamente a conoscenza di tutta la questione e del motivo per il quale egli osteggiasse così duramente il massaro da volerne la morte.
Nel novembre del 1519, il capitano di Stenico decise quindi di intervenire risolutamente per porre il Mazzi nelle condizioni di non nuocere più, né a lui, né a chiunque altro. Convocò il giudice Giovanni Antonio Dorigatti Tesino e lo incaricò di raccogliere le prove del tradimento e di altri reati compiuti dal funzionario. Le indagini si svolsero nel più assoluto segreto per non insospettire l'indiziato che altre volte, contando sulla fedeltà e sull'aiuto di moltissimi amici, soprattutto tra la gente semplice della sua valle, si era sottratto astutamente alle manovre per incastrarlo.
In quei giorni, Giacomo Mazzi si trovava in missione ad Innsbruck per sbrigare alcune incombenze di corte; sulla strada del ritorno uno dei suoi informatori lo raggiunse per avvertirlo di non tornare a Stenico perché il capitano Cles aveva in animo di arrestarlo non appena fosse giunto in paese. Giacomo, uomo scaltro e smaliziato, compì allora un grave errore, sottovalutò la cosa, avendo la presunzione di stimarsi sufficientemente protetto dal suo ufficio o, più semplicemente, sentendosi la coscienza assolutamente tranquilla per aver sempre operato con onestà ed in utilità dell'episcopato. Si diresse quindi a casa confidando che nessuno, nemmeno il capitano avrebbe osato toccarlo giacché la sua posizione era nota al vescovo Bernardo, che ben conosceva la sua fedeltà ed altrettanto bene sapeva che ogni sua azione era stata compiuta adempiendo a precisi ordini superiori.
Il massaro non fece nemmeno tempo ad entrare in paese che fu arrestato dai birri del capitano, legato come un malfattore, condotto in castello e gettato nel fondo di torre, il carcere sotterraneo, senza poter avere una sola parola di spiegazione; era il 28 novembre 1519.
Le prove, in pochi giorni raccolte dal Tesino, erano gravi e schiaccianti, tanto enormi ed infamanti da apparire addirittura inverosimili; infatti, in uno scritto indirizzato al vescovo il 29 novembre 1519, il giudice asserisce che, su commissione del capitano di Stenico, ha avviato l'istruzione di un procedimento penale contro il massaro Mazzi, raccogliendo chiari e convincenti indizi di falsità, collusione e cospirazione in pregiudizio del fisco vescovile, nonché accuse di rapine, tirannia, estorsioni, ritenzione di stipendi dei soldati, rivelazione di segreti militari in contrasto con il vincolo del suo giuramento prestato nelle mani dello stesso principe di Trento e, come se tutto ciò non bastasse, lacerazione di testamento contro il volere del testatore e molti altri delitti dei quali, dice il giudice, ne sarebbe lunga e tediosa l'enumerazione.
Nel contempo, il magistrato chiede di avere al più presto almeno due assistenti di provata capacità legale, dal momento che, conoscendo bene il Mazzi, ne teme grandemente l'abilità, la sagacia e l'esperienza in un processo penale.

stenico castello - archivio Lappi

AF: Fu quindi incarcerato in castello?
EL: Certo e subito dopo l'arresto e l'incarcerazione di Giacomo, il capitano, assistito da entrambi i vicari e spalleggiato dai suoi armigeri, entrò con impeto e prepotenza nella residenza del prigioniero, sulla piazza di Prè ai piedi del castello, mise tutto a soqquadro portando via tutto quello che di valore trovava, malmenando la servitù ed alcuni amici del Mazzi che erano intervenuti.
Nel buio e gelido abbraccio dell'angusta cella, scavata nella roccia sotto il pianterreno del castello, Giacomo trascorse 125 giorni, certamente i peggiori della sua vita. Subì lunghi interrogatori durante i quali il capitano ed i suoi sottoposti cercarono inutilmente di ottenere la confessione dei reati attribuitigli, ricorrendo anche alla tortura che gli fu inflitta alla presenza dello stesso Giacomo Cles.
Le sevizie cui fu sottoposto sul "discus examinis" non furono però spinte all'estremo e questo la dice lunga sulla validità degli indizi in mano del capitano, trattenuto anche dal timore che il vescovo potesse prendere le parti del suo massaro; a quel tempo, infatti, se applicata con decisione, la tortura era una pratica alla quale nessuno resisteva ed in breve tempo, anche la persona più innocente ammetteva ogni tipo di delitto si volesse fargli confessare, desiderando la morte come una liberazione dai tormenti cui era sottoposto.
Giacomo subì, comunque, la lussazione di un braccio, ferite, bruciature e contusioni le quali, complice anche la rigida temperatura della sua cella, lo resero febbricitante per lungo tempo. Gli fu negato ogni contatto con l'esterno, tranne che a Natale, ma le sue proteste, assieme a quelle del fratello, dei parenti e degli amici, non riuscirono a fargli ottenere di essere trasferito in un luogo meno inospitale. Cercò in ogni modo di ottenere un colloquio con il vescovo, ma gli fu sempre negato; cercò di fargli pervenire lettere e messaggi attraverso i pochi amici rimastigli, ma il capitano non si lasciò sorprendere e, con ogni mezzo, impedì che il fratello potesse conoscere le giustificazioni e le ragioni del suo prigioniero, con tutta probabilità, non volendo che questi accertasse irregolarità del suo operato.
In quei quattro mesi di carcere compose un libello di epigrammi, della consistenza di circa un migliaio versi, in cui recitava le sue traversie; la composizione però gli fu sottratta al momento del suo rilascio ed a questo riguardo, scrivendo a Bernardo Cles la notte stessa in cui lasciò Stenico, raccomandò a questo di recuperare l'opera e di darla ad un libraio perché la stampasse, ma di voler prima rivederla per essere sicuro che in essa non vi fosse qualche parola che risultasse lesiva nei confronti dello stesso principe.
Giunta la primavera, il processo fu finalmente istruito e si celebrò con voluta rapidità; molti furono i testimoni dell'accusa, ma al Mazzi non si dette nemmeno la possibilità di controinterrogarli e così si giunse velocemente alla prevista sentenza di condanna.
Il 1° aprile 1520, giorno delle Palme, il massaro fu giudicato colpevole dei reati ascrittigli e contro di lui si emise sentenza di bando dal principato per dieci anni, con l'inibizione ad avvicinarsi a meno di 15 miglia dai confini, nonché il divieto, rivolto a chiunque, di fornirgli cibo, bevande ed alloggio, anzi, di rivolgergli persino la parola, a scanso di pene esorbitanti.

AF: Quale fu la reazione del Mazzi?
EL: A Giacomo non rimase altro che avviarsi a sud verso i confini del principato, ma dopo pochi giorni, spalleggiato da alcuni dei fedeli amici e compagni di tante battaglie tornò di nascosto a Stenico e fece irruzione nella casa di Paride Targa il suo principale accusatore, nel tentativo di convincerlo a ritrattare le accuse. Ma questo disperato tentativo ebbe il solo effetto di fare ancor di più il gioco dei suoi avversari così che Giacomo Cles, su denuncia dello stesso Targa, ebbe il pretesto di avviare un nuovo processo contro il rivale. Giacomo Mazzi fu così processato nuovamente in contumacia e condannato alla totale confisca del suo cospicuo patrimonio.

AF: E Bernardo Cles che fece?
EL: Proprio nulla, non intervenne minimamente. Non sappiamo se la sua sordità agli accorati appelli del notaio fosse dovuta alle accuse o se fosse stata una conseguenza della decisione di sacrificare un amico e fedele servitore alla dura ragion di stato o semplicemente per non mettersi contro il fratello, il risultato fu che Giacomo Mazzi fu estromesso completamente dal suo ufficio, dalla professione e da tutti i suoi averi.

AF: Che idea possiamo farci della vicenda?
EL: Al di là delle impressioni soggettive, dettate dalla compassione che suscitano i suoi scritti indirizzati al vescovo, la presunta innocenza di Giacomo si fonda solo sulle sue parole che, appunto perché rivolte direttamente ad un Bernardo volutamente sordo ad ogni sollecitazione, danno molto a pensare sull'intera faccenda facendo propendere più verso l'onestà del Mazzi che verso la sua colpevolezza.
Ma comunque sia, con la sentenza del 6 luglio 1520, il capitano di Stenico riuscì nel suo scopo di mettere Giacomo praticamente sul lastrico ed il nostro personaggio si trovò senza quasi più nulla e per di più, data la lontananza dal paese, senza possibilità di avvalersi di quel poco rimastogli.

AF: Come riuscì Giacomo Mazzi a tirare avanti dopo questa disgrazia?
EL: Solo, senza mezzi finanziari, per breve periodo soggiornò sulle rive meridionali del Garda poi, avuti vari moniti di pericolo, decise di allontanarsi ancor più dai confini tirolesi. Infatti, ottenuto legalmente ciò che voleva, Giacomo Cles dovette temere fortemente che il nostro notaio, in qualche modo, riuscisse a tornare ed a dimostrare la sua innocenza. Va da sé che, adesso, la sua morte avrebbe messo fine all'intera vicenda e la sua cospicua sostanza sarebbe rimasta indiscutibilmente nelle mani della famiglia di Castel Cles. Il capitano, allora, sfruttando l'odio che, per vari motivi, sia Gerardo d'Arco sia Antonio Lodron, nutrivano verso il Mazzi, certo promettendo loro denaro e favori, brigò affinché questi fosse eliminato.
Giacomo Mazzi si portò quindi dapprima a Mantova alla corte di Federico II° di Gonzaga il quale, amante delle lettere e della cultura in generale nonché, come la madre Isabella d'Este, splendido mecenate, era attorniato da molti celebri letterati ed artisti. Qualche mese dopo fu quindi a Ferrara dove, alla corte del duca Alfonso I° d'Este, ebbe certamente modo di conoscere Ludovico Ariosto che, da qualche anno, viveva ed operava alle dipendenze dello stesso duca, oltre a Dosso Dossi che era di origini trentine.
Nonostante i pericoli corsi in vari attentati subiti a Riva, Desenzano, Mantova ed anche a Ferrara, Giacomo Mazzi giunse a Roma dove si trattenne almeno per un intero anno e qui riuscì a vivere dignitosamente e senza problemi finanziari anche se i suoi nemici lo impensierivano non poco, costringendolo a circondarsi di guardie del corpo. Infatti, la lunga mano del Cles era giunta varie volte molto vicino a lui servendosi dei sicari di Antonio Lodron e di Gerardo d'Arco e, in diverse occasioni, era riuscito a scampare per puro caso ai proditorii attacchi che gli erano portati con audacia sempre meno occulta.

AF: Gli ultimi mesi di vita
EL: A Roma Giacomo Mazzi conobbe Giulio de' Medici, influente vicecancelliere del cugino papa Leone X° e ne ottenne i favori promettendogli di entrare al suo servizio una volta assolti gli impegni già presi. Alla fine della primavera del 1521 partì alla volta di Lucca dove la sua professionalità era stata richiesta per ricoprire l'incarico di cancelliere ed ufficiale del criminale e nella città toscana trascorse il secondo semestre di quell'anno, svolgendo le mansioni di quell'incarico che, per molto tempo, aveva ricoperto nella curia di Stenico. Da Lucca invia l'ultima lettera al Cesio che termina con un eloquente:

Ego autem repetam verba illa, Dominus dedit, Dominus abstulit, sic Domino placuit, ita factum est, sit nomen Domini benedictum.

libro ennio lappiAll'inizio dell'entrante anno 1522 Giacomo Mazzi raggiunse il cardinale de' Medici che si trovava alloggiato nel campo pontificio e cesareo a Marignano e dove, assieme al comandante generale dell'esercito imperiale Prospero Colonna, erano accampati i fanti svizzeri e spagnoli che si preparavano all'assalto finale contro l'esercito francese comandato da Odet de Foix, visconte di Lautrec.
Marignano fu l'ultima tappa del viaggio terreno del protagonista di queste pagine, qui infatti, forse nel luogo dove si sentiva più protetto e dove con ogni probabilità aveva abbassato la guardia, venne sorpreso dai sicari inviatigli dai suoi nemici giurati e, proditoriamente assalito, cadde trafitto a morte da numerose e gravissime ferite.

Per saperne di più consiglio di leggere il mio libro che potete trovare in tutte le biblioteche trentine.