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La falconeria in Trentino. Alberto Folgheraiter, caposervizio RAI, conversa con Ennio Lappi

Ciclo Mesi 2  - Falconeria

Alberto Folgherater: La puntata di oggi è dedicata ad un argomento insolito, ma non per questo meno interessante: la falconeria, la caccia con i rapaci....

Ennio Lappi: Parlare di falconeria oggi può sembrare obsoleto, ma non lo è. Numerosi sono gli appassionati che in tutto il mondo ne conservano e tramandano la tradizione ed anche in Italia non mancano gli estimatori di questo sistema di caccia che pone in perfetta simbiosi il cacciatore falconiere con il suo rapace. Tratteggiamone brevemente la storia...
L'impiego del falcone per la caccia dei volatili adatti all'uso commestibile è antichissimo e, benché si tenda ad assegnarne la paternità ai cavalieri delle lontane steppe asiatiche che l'avrebbero praticata già 4000 anni or sono, secondo James Edmund Harting autore nel 1891 della Bibliotheca Accipitaria, la traccia più antica riguardante con certezza la falconeria risale al 1700 a. C. ed è documentata da un bassorilievo raffigurante un falconiere col falcone al pugno, che Sir Henry Layard scoperse in Mesopotamia tra le rovine della città di Khorsabad.
L'arte della falconeria viaggiò con le carovane asiatiche fino in Arabia dove veniva certamente praticata dalle tribù nomadi prima di Maometto e dove venne perfezionata notevolmente. Come testimonia Marziale nel I° sec., giunse anche ai Romani e in breve, come ribadisce tre secoli più tardi Giulio Materno Firmico, astori, sparvieri ed altre specie di uccelli da rapina destinati alla caccia divennero di impiego comune nei territori dell'impero.
E' noto pure che la falconeria si praticava anche presso i Longobardi, tanto che una loro legge puniva il furto di uno sparviero da caccia condannando il ladro al pagamento di una forte somma di denaro o, in alternativa, a lasciarsi mangiare dal rapace stesso sei once della propria carne.
Un grande appassionato della caccia col falcone fu l'imperatore Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, che scrisse il famoso trattato De arte venandi cum avibus, elaborato e pubblicato nella prima meta del secolo XIII, talmente preciso e particolareggiato da essere preso molto in considerazione anche oggi.
Nel secolo XV°, la falconeria era diventata tanto importante in Europa da costituire una delle materie di studio per la formazione dei regnanti e della nobiltà. I falchi stessi divennero un segno di distinzione, uno status symbol si direbbe oggi, talmente qualificante da essere riservati, a seconda della specie, a persone di rango adeguato:

AF: Vuoi dire che il falcone dava la misura del livello che una persona occupava in società?

EL: Proprio così, in tutte le corti europee aquile, falchi ed altri rapaci erano estremamente ricercati ed
ogni gradino della scala sociale aveva come simbolo del proprio rango un rapace:
 l'aquila reale era riservata all'imperatore
 il girfalco era prerogativa del re
 il falcone gentile, cioè una particolare femmina di pellegrino, spettava al principe
 il pellegrino classico ai duchi e ai conti;
 il pellegrino terzuolo maschio al barone
 il falco sacro al cavaliere
 il lanario al nobile di campagna (sir in Inghilterra)
 lo smeriglio alle dame
 il lodolaio ai paggi
 l'astore femmina ai piccoli proprietari terrieri
 l'astore maschio era assegnato ai poveri
 la femmina di sparviere ai preti
 il moschetto (lo sparviere maschio) ai chierici di rango inferiore.

La falconeria divenne così, naturalmente col tempo, un privilegio dei nobili e nel periodo feudale coloro che possedevano i segreti dell'arte godevano di ampia stima ed erano assai ricercati e corteggiati, tanto che un buon falconiere era addirittura conteso tra i vari nobili che se ne assicuravano i servigi con ogni mezzo, perché sapevano che così accrescevano il loro prestigio verso le altre signorie.
Basti pensare che alla corte di Mantova, al tempo del marchese Francesco Gonzaga, vissuto a cavallo tra il '400 e il '500, erano mantenuti più di 500 falconidi e si può ben ritenere che in maggior numero se ne trovassero alla corte dei Visconti in Milano, dei quali i Gonzaga erano in sudditanza feudale.

falconeria 2

AF: Era una pratica nobile che destava ammirazione e che venne celebrata anche dai poeti...

EL: Certo, la troviamo decantata da molti poeti e scrittori, tra i quali per brevità, citerò solo l'Alighieri che usa questa nobile arte per diverse similitudini:
Inf. XVII, 127
Come l' falcon chè stato assai sull'ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconier "Omè tu cali!"
discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello

Come il falco che è stato a lungo in volo, il quale, senza aver veduto il richiamo del cacciatore o alcuna preda, fa dire al falconiere " Ahimè, tu stai calando! ", scende stanco verso il luogo dal quale si era mosso agile, con innumerevoli giri, e si posa lontano dal suo padrone, sdegnoso e crucciato, così Gerione, mostro alato che trasporta Dante e Virgilio sul fondo dell'Inferno, ci depose sul fondo di Malebolge,

Poi nel Purgatorio XIX, 62

li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne».

Quale 'l falcon, che prima a' piè si mira,
indi si volge al grido e si protende
per lo disio del pasto che là il tira,
tal mi fec'io; e tal, quanto si fende
la roccia per dar via a chi va suso,
n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.

E nel Paradiso XVIII, 43

Così per Carlo Magno e per Orlando
due ne seguì lo mio attento sguardo,
com'occhio segue suo falcon volando.

E ancora nel Paradiso XIX, 34

Quasi falcone ch'esce del cappello,
muove la testa e con l'ali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello

Come il falcone che viene liberato dal cappuccio, alza il capo e muove festoso le ali, dimostrando il desiderio di alzarsi in volo e aggiustandosi le penne col becco, così vidi atteggiarsi l'aquila, che era formata di anime che lodavano la grazia divina, con canti che conosce solo chi è beato lassù.

AF: E da noi in Giudicarie quando si ha notizia di questa pratica?

EL: Va precisato che da noi le notizie storiche documentate per iscritto sono relativamente recenti, ma non c'è dubbio che anche nelle nostre terre si praticasse questo tipo di caccia quanto meno in epoca romana, tuttavia per incontrare un riferimento alla falconeria dobbiamo arrivare al 1212 quando, in una pergamena che registra certi patti intercorsi tra l'episcopato e gli uomini di Rendena, il vescovo Federico Vanga, tra l'altro, stabilisce che colui che trovasse un nido di astore avrebbe avuto per premio un montone.

AF: Era un premio piuttosto consistente ...

EL: Certamente e questo ci da l'idea di quanto fossero apprezzati e ricercati i rapaci anche da noi.
Anche qui in Trentino si studiavano le varie specie di falconi, il loro istinto di cacciare una preda piuttosto che un'altra, il loro grado di addomesticamento, nonché i più efficaci metodi di allevamento, di educazione e di addestramento, tanto che, in breve, in ogni castello fu presente almeno un maestro falconiere che custodiva ed allenava i rapaci e seguiva ed assisteva il proprio signore durante le cacce.
Nel medioevo, come negli altri stati italiani e tedeschi, anche nel Principato Vescovile trentino erano state promulgate apposite leggi che tutelavano i nobili dal possibile pericolo che il popolo potesse appropriarsi di tale divertimento. Severe disposizioni imponevano a chiunque fosse entrato in possesso dei ricercatissimi rapaci, di consegnarli al loro signore che li avrebbe pagati al giusto prezzo. Per contro, la pena per chi contravveniva alle disposizioni era di una forte somma di denaro, controbilanciata dal taglio di una mano e l'estrazione di un occhio. I montanari giudicariesi, attirati dal buon guadagno, catturavano falconi e accipitrini (accipitres) togliendoli preferibilmente dal nido perché da piccoli presentavano minori difficoltà nell'addestramento, ma non disdegnavano certo gli esemplari adulti presi nelle reti.

AF: Come si svolgeva la caccia col falcone ...?

EL: I nobili, spesso anche le loro dame, uscivano a cavallo, nei territori adatti, con il falcone incappucciato posato sul pugno protetto da un grosso guanto. Individuata la selvaggina si toglieva il cappelletto al falcone e lo si indirizzava sulla preda che veniva raggiunta con rapido volo, uccisa e quindi recata al cacciatore. A tale proposito nel ciclo di affreschi della Torre dell'Aquila nel Castello del Buonconsiglio il maestro Venceslao sul finire del '400 rappresentò alcune splendide scene come pure bellissime sono le rappresentazioni affrescate in Castel Ronco a Bolzano.
I falconi, cioè il Girifalco, il Falco Sacro, il Lanario, il Pellegrino ed il piccolo Smeriglio, particolarmente ricercato dalle dame di corte, erano indicati per le regioni montuose perché cacciavano "volando a monte", cioè alzandosi a grandi altezze per piombare a grande velocità sulla preda che rimaneva uccisa per la violenza dell'urto. Erano detti anche falchi da logoro, perché questo era lo strumento, realizzato con un bastoncino dal quale sporgevano delle penne o la pelle di una lepre, che serviva al falconiere per addestrare, guidare e richiamare il rapace.
Gli accipitrini, invece, cioè l'Astore, lo Sparviero, il Lodolaio e lo Smerlo, cacciavano inseguendo la preda a volo radente, uccidendola con la forte presa degli artigli ed erano perciò indicati per territori pianeggianti o superfici lacustri. Per questo venivano in maggioranza inviati negli stati della Pianura Padana dove venivano impiegati assieme al "can da sparaveri" che aveva il compito di eseguire la levata della selvaggina, poi catturata dal falcone.

AF: Quindi anche la nobiltà trentina si dedicava alla falconeria e ci saranno certamente documenti su questo...

EL: Veramente non molti, almeno fino dopo la metà del 17° sec. quando iniziano i proclami che regolamentano le cacce. Abbiamo comunque una grida del Magistrato consolare di Trento del 1557 che obbliga chiunque avesse nelle mani astori, sparvieri e terzuoli di presentarli al vescovo che sarà libero di acquistarli al dovuto prezzo o rifiutarli. Un altro proclama lo troviamo in Val di Non nel 1560 quando Sigismondo di Thun proibisce la cattura di qualsiasi rapace sotto pene severissime (100 ragnesi o taglio di una mano o asportazione di un occhio).
Molto più copiosa invece la corrispondenza tenuta tra la metà del '300 fino a tutto il '600, tra i nobili trentini ed i Gonzaga signori di Mantova, vera patria della falconeria per le grandi possibilità offerte da quel territorio.
A Stenico, sede del capitanato di entrambe le Giudicarie, dal 1490 al 1516, il signore del castello fu Giovanni di Weineck il quale, nei rari periodi di riposo che le operazioni militari e gli affari giurisdizionali gli concedevano, si dilettava nella caccia col falcone assieme ai nobili che di volta in volta ospitava nel prestigioso maniero, primo fra tutti Gasparo Künigl di Casteldarne, suo parente, che era cugino del vescovo Bernardo Cles. Weineck fu fiero oppositore dell'arroganza dei Lodron che spadroneggiavano in gran parte delle Giudicarie, riducendoli a più miti propositi con grande sollievo della popolazione che gliene fu sempre riconoscente. Infatti, nella primavera del 1505 portò i conti davanti al re Massimiliano I ed ottenne giustizia con una sentenza che obbligava gli infidi signori della Valle del Chiese e le loro masnade a rimanere entro i confini delle loro terre e, tra l'altro, proibiva loro di catturare rapaci e altri generi di uccelli nella giurisdizione di Castel Stenico. Il valoroso capitano teneva anche buone relazioni con la corte di Mantova tanto da inviare al marchese Francesco Gonzaga "tre sparaveri et un falcon montanaro" nel 1505 e l'anno successivo "doi laneri miracolosamente per una donna pigliati". Lo stesso Künigl possedeva diversi falconi e li addestrava personalmente. Abbiamo in proposito un lettera autografa dello stesso Bernardo Cles al duca di Mantova: " ... lho exibitor presente, nostro attinente Messer Gasparo Chunigil havendo alchuni falconi, ne' trovando in questi nostri luogi comodità de oselarli, ha deliberato transferirse ne lhe terre de vostra Excellentia, ove non gli è per manchare copia, al uso suo necessaria, perhò lha pregemo cum diligentia ad ordinare al magistro de li soi falconi in nostra contemplatione che gli voglia fare compagnia, per chel possi in loco comodo far volare li suoi falconi, in che riceveremo molto apiacer, offerendose per ley parimente parato per sempre compiacerla ...".

AF: Fino a quando rimane in uso questo tipo di caccia?

EL: L'esercizio della falconeria ebbe una brusca riduzione con l'adozione delle cariche a piombo minuto sparate con l'archibugio, ma ancora nel 1593 Gaudenzio Madruzzo, dal castello di Stenico, spediva ai Gonzaga, che avevano richiesto alcuni falconi delle Giudicarie, sei sparvieri scusandosi di non averne potuto avere di più. I rapporti tra il Madruzzo ed i Gonzaga furono sempre molto amichevoli e proseguirono fino ai primi anni del '600 avendo notizia di numerosi scambi di inviti di caccia e selvaggina. Dal Trentino venivano inviati a Mantova tetraonidi, coturnici, camosci, caprioli, orsi e persino lupi vivi, catturati sui monti giudicariesi, mentre dalla pianura si contraccambiava con anitre, oche selvatiche, beccaccie, fagiani e cinghiali.
In seguito per i mutati metodi venatori questa nobile attività fu abbandonata ed i bellissimi e fieri volatili furono allevati ed addestrati solo per impreziosire le ricche uccelliere delle corti o per tener viva l'insegna del Gran Falconiere titolo di grande prestigio in uso fino all'800 in moltissime case regnanti.

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0 #1 86Jerrod 2017-09-15 08:53
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