Notizie dal Trentino
"Cittadini a metà", l'ultimo libro di Chiara Saraceno. Le donne categoria senza diritti di cittadinanza tra familismo e mancata laicità dello stato
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"Se un giovane di 28 anni in Inghilterra vive ancora in famiglia, ci si chiede cosa c'è che non va in quest'uomo, se accade in Italia ci si chiede cosa c'è che non va in questa famiglia." Differenze tra due diversi modelli di bamboccioni, uno anglosassone e l'altro mediterraneo? No, è il paradigma del familismo italiano secondo Chiara Saraceno, di uno Stato che ha rinunciato alla sua laicità e che scarica interamente sulla famiglia il peso del welfare e della redistribuzione sociale, restando tra chi in Europa, assieme a Grecia e Malta, spende meno in assoluto per la famiglia, anche tradizionalmente intesa. La sociologa della famiglia autrice di "Cittadini a metà" (Rizzoli) ha discusso oggi al Festival delll'Economia di diritti di cittadinanza negati, di welfare, di famiglia, di giovani e naturalmente di donne con Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, e con le giornaliste Chiara Valentini (l'Espresso) e Tonia Mastrobuoni (La Stampa).
La lezione di Remo Bodei: dal welfare alla vecchia cara solidarietà familiare
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La crisi ci sta facendo capire che il modello economico degli ultimi decenni con il suo crescendo di consumismo non può durare all'infinito. E' necessaria una redistribuzione dei beni materiali e immateriali tra le generazioni. Com'è cambiata la solidarietà intrafamiliare negli ultimi decenni? Con la crisi economica che ha mandato in tilt anche il welfare che ci eravamo faticosamente costruiti, la famiglie hanno l'ingrato compito di riprendere in mano quella solidarietà intergenerazionale che era proprio del passato. Basti pensare all'aiuto necessario alle giovani coppie da parte di genitori o suoceri per l'acquisto della prima casa. Per moltissimi senza quel "regalo" non si compra. E' stata, al Festival dell'Economia, una lezione di vita quello di Remo Bodei – che insegna filosofia alla UCLA, dopo molti anni alla Normale di Pisa – nel senso che ha parlato della vita dell'essere umano, delle sue varie fasi e di come queste sono variate nel corso della storia per arrivare ai giorni nostri.
Ma a che età si diventa adulti oggidì? A 30, a 35 a 40 anni? I rivoluzionari cambiamenti della società – spesso indotti dalle nuove tecnologie - hanno profondamente cambiato riti e tempi che erano rimasti inalterati per secoli.
Il filosofo ha preso a modello le tre fasce di età di aristoletiana memoria.
"Ma le fasi della vita si sono modificate. Oggi l'infanzia e la vecchiaia si sono allargate a discapito della età di mezzo, quello che noi chiamiamo età adulta. Non solo in quantità – ha rincarato Bodei – ma anche in qualità: pensate alla tragica ironia di dire oggigiorno che i giovani sono quelli che hanno più speranza per il futuro!"
Ben introdotto da Armando Massarenti – responsabile delle pagine di scienza e filosofia del Sole 24 Ore – Remo Bodei si è poi soffermato sul welfare, partendo dalle sue origini: "Non tutti sanno che il suo 'inventore' fu Bismarck che creò le pensioni di vecchiaia e di malattia e che la sua introduzione in Italia fu opera di Giolitti, nell'anno 1900, con il chinino di Stato". Ma da uno stato sociale che funziona si passa ai problemi dei giorni nostri. E infine – il folto uditorio che ha riempito gli oltre 100 posti del salone di palazzo Geremia probabilmente la stava aspettando - non poteva mancare la famigerata "crisi": "Il drastico ridimensionamento che stiamo vivendo ha messo un crisi un secolo e mezzo di conquiste sindacali ed economiche, costringendoci a dare più considerazione ai valori immateriali come ad esempio l'amicizia, lo sport: quelli per intenderci che non si misurano con il PIL".
Ma non solo, la crisi ha anche scardinato secondo il filosofo, il rapporto intergenerazionale "figlio – padre – nonno": "E' tornata d'attualità la cosiddetta solidarietà familiare che si esplica sia dal punto di vista affettivo che da quello economico". Un passaggio tra generazioni che non riguarda solo le persone ma anche le cose: "Gli oggetti, con le eredità, vivono più vite e attraversano le generazioni. Questa – chiamiamola – cultura della generosità circolare diventa fondamentale in tempi di crisi. Abbiamo capito – ecco il nocciolo della lezione di Bodei – che questo sistema economico d'accaparramento materiale non può durare all'infinito: serve una redistribuzione dei beni materiali e immateriali tra le generazioni. Una sorta di etica della redistribuzione in cui tutti cercano di dare per quanto hanno ricevuto se non di più. Una grandezza d'animo che risolverebbe molti problemi".
Una chiusura che il lungo applauso finale ha ben sottolineato.
Rapporto Ocse: contro le diseguaglianze investire in una formazione di qualità
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"Sempre più divisi: perché le disuguaglianze continuano a crescere". Negli ultimi trent'anni le disuguaglianze sono aumentate in tutti i Paesi dell'OCSE, anche nei paesi più talentuosi come quelli scandinavi. Molteplici le cause: la globalizzazione, i mutamenti all'interno della famiglia, la riduzione dei salari. La più grave però, riguarda la discrepanza tra le competenze di coloro che cercano lavoro e le figure professionali di cui le imprese hanno bisogno. Questo è il contesto in cui si è sviluppato il rapporto OCSE sulle disuguaglianze, presentato nell'incontro di questa mattina proprio presso la sede di Trento, nell'ambito del Festival dell'Economia 2012.
Di fronte a questo trend negativo, come agire? Secondo l'OCSE non esiste un'unica ricetta, ma sicuramente la chiave di volta è investire nelle persone e nella formazione di qualità. Barbara Ischinger, direttrice del Dipartimento Educazione OCSE spiega come l'azione debba partire fin dalla scuola dell'infanzia e come gli insegnanti giochino un ruolo fondamentale. In riferimento a questo ha portato l'esempio degli istituti scolastici considerati virtuosi perché hanno un basso, o addirittura nullo, tasso di bocciature: "In questo caso" ha spiegato la direttrice, "gli insegnanti, conoscendo gli alunni e riconoscendone fin da subito i deficit, danno loro un'assistenza speciale". Sempre in riferimento al ruolo degli insegnanti, Barbara Ischinger spiega: "Oltre a dare le competenze generiche di base, come leggere, scrivere e far di conto, gli insegnanti devono aiutare i bambini ad essere creativi, ad analizzare i problemi e ad essere flessibili, perché le professioni del futuro saranno caratterizzate dalla flessibilità".Bruno Dallago, preside della Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento, ha presentato il contesto storico e sociale studiato dal rapporto OCSE. "Le diseguaglianze rappresentano il problema centrale della crisi in atto. Questo, nel nostro Paese, è un dato meno pesante ma la crisi lo sta acuendo. La preparazione delle nuove generazioni è determinante. L'approccio educativo deve essere quello del problem solving, bisogna insegnare le procedure dell'apprendimento e a saper interpretare il problema".

Sergio Arzeni, direttore del Centro per l'Imprenditorialità, le PMI e lo Sviluppo Locale dell'OCSE a Parigi, ha concluso portando una riflessione incentrata su dati di confronto con gli altri paesi europei, sottolineando le esperienze talentuose, come il sistema duale alla tedesca e l'investimento sull'esperienza lavorativa in età precoce (14 anni) che porta l'Olanda ad avere il minor tasso di disoccupazione giovanile in Europa.
Barry Eichengreen. Il declino del dollaro e l'ascesa dello Yuan. lo scenario finanziario dei prossimi dieci anni
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Il futuro passerà attraverso nuove monete e le future generazioni avranno la possibilità di scelta tra diverse valute internazionali. Il dollaro non sarà più la moneta di riferimento e dopo 70 anni di dominio economico e finanziario cederà il passo a nuovi coni: su tutti lo yuan, la moneta cinese. Barry Eichengreen, docente di economia presso l'Università di Berkeley (California) traccia lo scenario finanziario dei prossimi dieci anni al Festival dell'Economia 2012 a Trento.
Il dollaro è stato la valuta del ventesimo secolo e ancora oggi è prevalente rispetto, ad esempio, all'Euro: l'85 per cento delle transazioni di natura estero si svolge in dollari, così come in dollari sono il 60 per cento delle riserve in valuta estere dei governi e banche centrali, e sempre il biglietto verde è la principale valuta di finanziamento delle banche internazionali. Le ragioni del dominio del dollaro risiedono nella regola economica che riconosce solo ad un'unica valuta il ruolo di riferimento internazionale e nella forza (passata) del mercato statunitense.
"E' probabile - aggiunge Barry Eichengreen - che il dollaro continuerà a dominare anche in futuro". Tutto deciso? Nemmeno per idea. E' lo stesso Eichengreen ad aggiungere il sequel dello scenario attuale: "Le generazioni future avranno una scelta tra diverse valute internazionali, tempo dieci anni e vedremo altre valute affermarsi e su tutte metto lo yuan".
Secondo il docente di economia dell'Università californiana di Berkeley, lo status di valuta internazionale è a rischio per il dollaro se gli Stati Uniti non si rimettono in sesto: "E anche se ciò accadesse, è molto probabile che il dollaro dovrà condividere con altre valute il ruolo di leader". Gli Usa hanno perso la posizione di monopolista finanziario ed i nuovi mercati crescono in maniera più rapida rispetto agli States.

L'economia mondiale ha bisogno di liquidità e monete solide, ma soprattutto - secondo Eichengreen - deve risolvere e uscire da due situazioni di forte rischio: il circolo vizioso del debito sovrano sul sistema bancario, e la tendenza dell'economia a contrarsi in un sistema bancario con forti problemi.
Il riferimento alle monete asiatiche è chiaro. E l'Europa? Male, anzi peggio. La Banca europea non ha fatto tutto quello che era nelle sue possibilità per la crescita economica e, in futuro, dovrà decidere delle misure concrete. A preoccupare il professore di Berkeley sono la Grecia e la Spagna: "Le elezioni in Grecia non cambieranno nulla, nemmeno se vincerà il centro-sinistra: servono misure specifiche che oggi non vediamo e quindi prevedo ulteriori licenziamenti e calo della produzione". La nuova moneta forte sarà lo yuan: la Cina sta spingendo e in futuro sarà la moneta unica asiatica, sebbene fino ad oggi non venga utilizzata negli scambi commerciali e non sia mai stata una moneta internazionale. L'ascesa dello yuan non risolverà tutti i problemi. Il maggior rischio è la crisi finanziaria che sta fiaccando l'euro, non aiuterà il dollaro a reggere la sfida delle economie emergenti con il risultato di uno yuan debole. Se accadesse questo, l'intero primo secolo di globalizzazione sarebbe a rischio".
Lorenzo Dellai: "Siamo contenti di come è iniziato il festival dell'Economia: clima positivo e tanta partecipazione"
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"Siamo contenti di come è iniziato il Festival dell'Economia - ha detto oggi il presidente Lorenzo Dellai in margine alla conferenza stampa "del venerdì" - . Il clima è positivo, ieri le sale erano piene, al Teatro Sociale a sentire il Nobel Pissarides sono arrivati tantissimi giovani."
Gosta Esping Andersen: "L'Italia, un paese ancora maschilista"
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L'articolo 56 del decreto legge sul lavoro del ministro Elsa Fornero prevede un giorno di assenza obbligatoria dal lavoro per i neo papà, iniziativa già indicata nei blog "papà per un giorno", e che oggi al Festival dell'Economia di Trento, durante l'incontro "Stabilità della famiglia e rivoluzione nel ruolo delle donne", grazie all'intervento di Gosta Esping Andersen, dimostra di essere in linea con le tendenze dell'evoluzione della famiglia italiana. "In Italia – spiega Andersen – la rivoluzione femminile non è ancora matura". Per avere tassi di natalità più alti e matrimoni più duraturi infatti, gli uomini dovrebbero iniziare ad apportare il loro contributo alla famiglia. In altre parole le pari opportunità devono entrare nelle dinamiche famigliari.
L'incontro, mediato dalla giornalista dell'Unità, Maria Serena Palieri, ha messo in luce come negli ultimi dieci anni le statistiche dimostrino un'inversione di rotta nei paesi scandinavi, mentre nell'area sud dell'Europa, con particolare riferimento all'Italia seguita da Spagna e Portogallo il trend è rimasto lo stesso di quarant'anni fa.
Gøsta Esping-Andersen, direttore dell'unità di ricerca del DEMOSOC all'Università Pompeu Fabra di Bercellona, ha così parlato di "abisso italiano" in merito alla capacità della nostra società famigliare di cambiare tendenze. "Il contributo maschile alle attività domestiche – spiega il professore – è solo del 20 % in Italia. A differenza della Danimarca che ha un tasso pari al 42% e della Germania che raggiunge il 35%". Conseguentemente la natalità in Italia è ancora bassa con 1,3 bambini per famiglia, negli Stati Uniti e in Danimarca si raggiunge quota due bambini per famiglia.
Per spiegare questa grande inversione di rotta di alcuni paesi occidentali il professore Andersen ha evidenziato come il ruolo della donna nella società abbia avuto una fortissima influenza. Quarant'anni fa, infatti, le donne istruite erano quelle che riscontravano una vita matrimoniale poco soddisfacente, che andavano incontro a maggiori divorzi e che registravano un bassissimo tasso di natalità. Al contrario, la donna poco istruita che svolgeva prevalentemente un ruolo domestico, poteva vantare matrimoni duraturi e capaci di portare a nuclei famigliari ampi.
Insomma, maggiore istruzione voleva dire un minor tasso di natalità. Sorprendentemente però, ciò che sembrava ormai essere una catastrofica tendenza, ha virato in favore delle donne con un elevato tasso di istruzione. Per esempio "negli Stati Uniti – evidenzia Andersen – chi ha un basso livello di istruzione registra una percentuale di divorzi pari al 40%, al contrario di chi ha un alto livello di istruzione che ha solo il 20% di possibilità di andare in contro a una separazione". I paesi dell'area iberica però hanno ancora da mettere in atto questo cambiamento. È sufficiente guardare come rispondono le donne della Danimarca alla domanda "Non vuole dei figli?", nessuna ha risposto positivamente al contrario della Spagna, dove il 5% ha risposto "sì". Andersen però rivela un cambiamento positivo. Infatti, i nostri paesi non ridurranno la loro popolazione a un quarto di quella odierna. Sarà sufficiente apportare delle modifiche nei nostri comportamenti e attendere, quindi, che la rivoluzione femminile giunga al termine. Per questo il professore ha concluso il suo intervento parlando del ruolo che devono avere le istituzioni in una società: " È necessario apportare qualche accorgimento a favore della nuova famiglia. Una famiglia dove entrambi i genitori lavorano e che quindi hanno bisogno di strutture e provvedimenti di appoggio".
Susanna Camusso: "Il problema non è la Flessibilità, il vero dramma è il precariato"
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La formula sperimentata del "Pro e contro", inventata per il Festival da "lavoce.info", ha fatto centro anche questa volta. Chiamati a confrontarsi sulla domanda cruciale che molti si pongono in questi tempi, e cioè "Posto insicuro subito o posto fisso dopo?", ne hanno disquisito Susanna Camusso, segretario generale della CGIL; Samuel Bentolila, professore di economia a Madrid; Pietro Garibaldi, direttore del Collegio Carlo Alberto di Torino, che ha guidato il dibattito e il premio Nobel Christopher Pissarides, già ascoltato ieri, giornata inaugurale del Festival.
Francesco Billari. La strategia anti-bamboccioni: "Investire sui giovani"
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Dito puntato sulla cultura tutta italiana, che legge l'allontanamento dalla casa dei genitori come un dramma. Ma anche sulle scelte politiche e sulla difficile condizione economica che pesano soprattutto sulle spalle dei giovani italiani. Per il demografo Francesco Billari, dati alla mano, i bamboccioni in Italia esistono davvero. Le conseguenze sono un alto costo sociale, uno sviluppo frenato e nuove fratture create da diseguali opportunità. La soluzione? Estendere con coraggio i diritti di partecipazione dei giovani alla vita pubblica e investire in formazione, importando le migliori pratiche dai Paesi nordici e dal mondo anglosassone.
Carlo de Benedetti: "Il nostro destino dipende dall'Europa e dalla Spagna, in particolare. Se escono loro dall'Euro, noi rischiamo di seguirli"
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"Il nostro destino dipende dall'Europa e dalla Spagna, in particolare. Se escono loro dall'Euro, noi rischiamo di seguirli. Ed allora da questa crisi usciremo più poveri". A sostenerlo è Carlo De Benedetti, imprenditore, uomo d'affari ed proprietario di quotidiani e settimanali, da decenni protagonista dalla finanza e dell'editoria italiana, e per una sera "testimone del tempo" al Festival dell'Economia di Trento.
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