
Un altro buon prete giudicariese – di quelli con la D(on) e la P(rete) Maiuscole – se ne è andato, ma speriamo lasciando un gran segno dietro di sé. Sarebbe bene che i Giudicariesi conoscessero di più e li ricordassero maggiormente quei sacerdoti che nati lungo la Sarca e il Chiese hanno saputo portare tutta la forza, l'intuito e la saggezza ricevuti attraverso i tradizionali "vachèr" anche al di là della forra del Limarò. Solo come esempi: padre Cipriano Gnesotti, don Lorenzo Guetti, mons. Raffaele Collini, don Lorenzo Dalponte, oggi don Livio Botteri e tanti altri rimasti chiusi e sconosciuti tra le pagine della storia.
Nato a Strembo nel 1920, don Livio Botteri era stato ordinato sacerdote nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, ed in Giudicarie era stato vicario parrocchiale anche a Santa Croce di Bleggio. Quindi la sua vita "da Prete" in altre parrocchie, ma per poi rinchiudersi nell'insegnamento in vari Istituti scolastici di Trento. Il suo nome è stato legato agli anni Sessanta per la sua predicazione già presaga del futuro di una Chiesa pià aperta e più vicina alla gente; come ricorda Vita Trentina: «Resterà celebre il suo quaresimale nel Duomo di Trento che gli costa, nel 1957, la sospensione dalla facoltà di presiedere l'Eucarestia e di predicare». Lo ricorda anche Paolo Ghezzi su l'Adige, come «un don Bibo che scuoteva il mondo, alto, forte come un toro, coraggioso come un leone, la voce tonante e scandita da rendenero appassionato e colto (in quella valle di montagna i tuoni risuonano)».
In quegli anni – anche se involontariamente – sempre gran protagonista attraverso gli organi di comunicazione; poi relegato nel silenzio e nella dimenticanza, anche la sua predicazione continuava nella riservatezza e nel raccoglimento del suo quotidiano dir la Messa, e nell'insegnamento che ha continuato, per tanti anni, a diventare lievito per le nuove generazioni. Mi piace riportare parte del testo dell'amico Paolo Ghezzi, che certamente me lo consentirà: «Don Bibo metteva i piedi nel piatto, "sporcava" le sue omelie pregne di buona teologia con qualche parolaccia, qualche frase dialettale pronunciata come fosse un sentenza latina e qualche gemma biblica come se fosse una sentenza rendenera».
Peccato che figure di tanta tempra e di tanta identità abbiano così poca risonanza nelle cronache quotidiane, e la loro forza tanto incisiva non possa trovare più ampi spazi a loro disposizione e non riesca a superare la pochezza e le insulsaggini di chi scrive solo per scrivere e parla solo per parlare, mentre nell'ombra aleggia e si sostiene viva tanta saggezza in persone che veramente sono di ben altra statura intellettuale, morale, religiosa e culturale. Per questo anche i Giudicariesi dovrebbero avere l'accortezza e la peculiarità di andare a scovare chi sta dietro le quinte e dare quel sostegno di preparazione e di presenza (quasi sempre lasciata nascosta e dimenticata dall'insulsa indifferenza) senza delle quali qualsiasi palco cadrebbe per mancanza dello spettacolo costruito dall'intelligenza e dalla visione letteraria e culturale di chi lo spettacolo lo ha concepito e realizzato.
Il mio augurio che almeno nella "sua" Strembo ci si renda parte attiva per ricordarlo - don Bibo - in maniera adeguata, magari andando a "ripescare" qualche suo sermone: uno di quelli che scuotevano non tanto le pareti della chiesa, ma il cuore di chi lo sapeva e voleva ascoltare con tanto di orecchie aperte (e il cuore disponibile) condividendo quel dover e poter essere veracemente cristiani secondo quel Vangelo che don Bibo sentiva nelle vene e predicava a gran voce come oggi ce lo fa sentire un certo papa Francesco.
Mario Antolini Musón