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La persona Paesaggio

L'archivio della "Persona paesaggio".


È ormai noto che l'indagine su un territorio riesce meglio se è realizzata da conoscitori che indagano, di fatto, i luoghi dove si sono sedimentate le memorie delle generazioni passate e che sono giunte a noi, originariamente, con la tradizione orale e solo successivamente come soggetto di studi e ricerche. Questa è una conoscenza che non può mancare all'esploratore del paesaggio perché solo con questo metodo si crea una memoria visiva della propria epoca da lasciare in eredità alle future generazioni.

C'è poi un aspetto soggettivo, proprio del fotografo, cui può capitare l'occasione di percepire immagini del territorio che fulmineamente sorprendono per la loro originalità ma che bisogna essere in grado di capire e saper cogliere.

Le idee rigorose e le scelte etiche sono però difficili da raggiungere e soprattutto da diffondere: troppo spesso si preferiscono piacevoli immagini edulcorate adatte più all'ego di chi scatta e al taglio di nastri da parte di politici in cerca di piccoli successi, entrambi ignari dei danni che stanno arrecando al progresso culturale della comunità.

Floriano Menapace

floriano 5Floriano Menapace dal 1968 è attivo fotografo in bianco/nero e studioso di storia e critica della fotografia. Come autore, indaga le tematiche del paesaggio con delle ricerche sugli aspetti propri dell’ambiente antropizzato. I soggetti, ripresi con metodi tradizionali, sono restituiti con immagini consapevolmente interpretative che tengono conto della storia e della tecnica della fotografia.

www.florianomenapacephoto.com

Valle Rendena, Valle di Borzago - Anno 2011

24.Val Borzago 680

24.Valle Rendena, Valle di Borzago - Anno 2011.
Ricordi e pannelli fotovoltaici.

Da bambino sono stato ospite qualche volta nelle cà da mont di amici e conoscenti. C’erano tante mucche e capre, tanto latte, e poi il burro e il formaggio. C’erano le baite famigliari e poi il caseificio dove si lavorava il latte di tutti. In una piccola costruzione veniva tenuto il latte a riposare in larghi bacili per facilitare la raccolta della panna; la mattina successiva poi le zangole sbattevano il burro (erano due affiancate e unite fra di loro con un bilanciere collegato ai manici che uscivano in alto: così con il moto alternativo di una sola persona si produceva maggior lavoro). In un locale affumicato reso impenetrabile da un fumo resinoso si faceva il formaggio in un grande paiolo di rame che poi era premuto in piccole forme da salare e tenere in cantina lontano da muffe e topolini; ma le forme più belle erano quelle del burro, decorate con stemmi e fiori, veri e propri intagli artistici nel legno.

C’era allegria, canti, racconti, favole antiche su demoni e streghe, animali favolosi, banditi impavidi; una volta in una delle teglie di rame, avrà avuto almeno cinquanta centimetri di diametro, terminate la lavorazioni del mattino, quando in lontananza, portate dal vento, si sentivano le campane di mezzogiorno, fu preparata una grande torta di latte con un po’ di farina e pane vecchio: le fu messo un coperchio di metallo e il tutto venne sepolto nelle braci in perfetto equilibrio perché cuocesse in modo uniforme. Ogni tanto la più esperta delle donne dava un’occhiata e poi, finalmente fu tolta con attenzione e scoperchiata: ora appariva una solare forma rotonda, un sole giallo venato di marron con le bollicine del burro che bolliva ancora, una leggera zuccherata e poi il taglio e attenzione a non scottarsi.

Con alcune di quelle giovani donne coltivo ancora una amicizia antica e piena di reminiscenze, ma una frase mi corre per la mente, quella di una zia che incontrandola ormai anziana mi disse: “…un tempo ci volevamo tutti più bene perché eravamo tutti più poveri, adesso che siamo siori non ci salutiamo neanche più…”.