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Il sequestro di Italo Maffei. Frammenti di Storia di Ennio Lappi

il dottor Italo Maffei nella miniera di Giustino 

Proprio una brutta avventura aspettava il dottor Italo Maffei, titolare dell'omonima miniera di feldspato di Giustino, la sera del 30 maggio 1975 quando, in compagnia della segretaria Cecilia Pedrini e di due amici, stava rientrando in auto alla propria residenza estiva di Capo Coda Cavallo, nel comune di S. Teodoro, qualche decina di chilometri a sud di Olbia.
Maffei era alla guida di una Fiat 124 e ritornava in villa dopo essersi recato all'aeroporto di Olbia ad accogliere gli amici Rino e Liliana Tamanini che aveva invitato a trascorrere un periodo di vacanza nella sua villa al mare.
In un tratto di strada poco frequentato tra Olbia e S. Teodoro, l'auto di Maffei fu fermata da quattro uomini armati e mascherati i quali, sotto la minaccia di mitra e pistole, fecero scendere gli occupanti e, riconosciuto nel Maffei il loro obiettivo, lo fecero risalire in una vettura che li attendeva poco distante dileguandosi velocemente. Uno dei quattro banditi rimase sul posto e, per dare maggior possibilità di successo alla fuga dei complici, trattenne per qualche tempo la segretaria e i Tamanini i quali, una volta rilasciati, raggiunsero la stazione dei Carabinieri di S. Teodoro e dettero l'allarme, ma erano già passate due ore.
Le ricerche avviate immediatamente non dettero alcun esito, se si eccettua il ritrovamento dell'auto del Maffei sulla strada tra Padru e Alà dei Sardi ad una cinquantina di chilometri dal luogo del sequestro, ma a partire dal giorno seguente ebbe inizio una gigantesca caccia all'uomo con l'impiego di Carabinieri e Polizia coadiuvati dai barracelli, un'organizzazione privata del posto, formata da individui volontari di provata onestà che venivano impiegati particolarmente nella lotta all'abigeato. Intanto, nella villa di Capo Coda Cavallo dove si erano radunati i parenti più stretti del dottor Maffei si attendeva con ansia l'arrivo della consueta telefonata che dettasse le condizioni del rilascio, ma trascorsero diversi giorni prima che i banditi si facessero vivi. Nel frattempo, però, secondo le tacite procedure usate dalla malavita locale, si attivarono vari intermediari per allacciare il contatto con i rapitori mentre, per agevolare il lavoro di questi, il 3 giugno Cesare, uno dei fratelli Maffei, chiese il silenzio stampa. Per tutto il mese di giugno nessun giornale riportò alcuna notizia circa il rapimento, mentre alcuni emissari della famiglia del sequestrato che a più riprese allacciarono contatti con i rapitori furono addirittura malmenati, tanto che si pensò di ricorrere all'autorità di un sacerdote della zona che però rifiutò di essere coinvolto. Il primo luglio i Maffei ruppero il silenzio stampa con un comunicato che aveva lo scopo di far sapere ai malviventi che la famiglia non era in grado di pagare la cifra richiesta, evidentemente i contatti con i rapitori c'erano stati, ma naturalmente si cercava di ottenere condizioni più favorevoli. Le ricerche continuarono in tutta la parte orientale dell'isola, ma senza risultato, lasciando nell'angoscia i famigliari e in grave apprensione i molti amici e le varie centinaia di dipendenti della Maffei che correvano veramente il rischio di veder pregiudicato il loro posto di lavoro.
Italo Maffei aveva un carattere fermo e battagliero e, nonostante il 20 giugno avesse trascorso in prigionia il suo 63° compleanno, non era certo il tipo da abbattersi davanti alle avversità, ma le settimane di prigionia lo stavano fiaccando, non nell'animo, ma nel fisico. Era tenuto prigioniero in una piccola grotta nelle campagne di Buddusò, piccolo paesino in provincia di Sassari al confine con quella di Nuoro, a circa 50 chilometri dal luogo del rapimento; non era che poco più di un anfratto roccioso dove non si poteva nemmeno stare in piedi. Per di più l'industriale soffriva da tempo di un enfisema polmonare ed aveva bisogno di assumere regolarmente delle medicine e, oltre a ciò, i disagi di quella disgraziata situazione, lo stress, l'alimentazione disordinata, la mancanza delle più elementari regole igieniche, lo avevano ridotto piuttosto male.
Ma la famiglia e le forze dell'ordine non lo avevano abbandonato e a qualcuno venne in mente di provare ancora una volta la via della mediazione chiedendo l'intervento di un caro amico di famiglia che conosceva bene la Sardegna per esservi nato e vissuto in gioventù, Andrea Olivieri. Olivieri era un geometra maddalenino che nel periodo bellico, dopo essere riuscito a fuggire dal vagone ferroviario che lo stava deportando in Germania, era stato concretamente aiutato da Italo Maffei che lo aveva accolto a lavorare nella sua impresa mineraria. Con il dottor Italo aveva instaurato un rapporto di profonda amicizia, mantenuto anche quando aveva deciso di lavorare in proprio a Madonna di Campiglio e ora che l'amico era in quella situazione, non poteva certo tirarsi indietro. Ricevuta per telefono quella richiesta, ebbe subito la certezza che non si trattava certo di una semplice passeggiata e, sebbene mancasse solo una settimana al matrimonio della figlia, buttò l'indispensabile in una valigia e si precipitò a prendere l'aereo per Olbia.
Poche ore più tardi era già alla ricerca del contatto con i sequestratori, contatto che non tardò ad arrivare. Olivieri venne prelevato dai banditi la notte tra il 19 e il 20 luglio presso il cimitero di Nuoro e rimase nelle mani di questi per tre giorni cercando di convincerli a rilasciare l'ostaggio che certamente era allo stremo delle forze. Non vide mai l'amico, ma ebbe l'assicurazione che stava bene e non gli era stato fatto alcun male, ma anche lui fu inquisito per il sospetto che fosse una spia dei Carabinieri e più volte minacciato di morte e percosso con calci che però erano tirati quasi più per intimidirlo che per fargli male. Certamente il fatto di essere sardo lo favorì molto e riuscì ad ottenere un congruo ribasso della cifra richiesta per il riscatto che si aggirava sul miliardo e duecento milioni di lire, cifra che fu portata ad ottocento milioni, sia perché Olivieri fu convincente nel sostenere che la famiglia non poteva pagare di più, sia perché anche i sequestratori risentivano della pressione psicologica del prolungato protrarsi del sequestro, sia anche perché, fiaccato fisicamente da quasi due mesi di prigionia, Maffei si era quasi rassegnato al peggio e, con fierezza, aveva sfidato i malviventi dicendo loro che, giunto a 63 anni, avrebbe preferito morire piuttosto che pagare la sua libertà con una cifra che avrebbe rovinato i suoi figli e determinato il tracollo della sua azienda con la perdita del lavoro di gran parte dei suoi operai.
Il geometra fu rilasciato la notte tra il 22 e il 23 luglio nelle campagne tra Sarule e Mamoiada, a circa una quarantina di chilometri a sud di Nuoro, con precise disposizioni circa la somma del riscatto e le modalità per il pagamento.
Due giorni più tardi Olivieri con un anticipo di 100 milioni si recò nuovamente ad incontrare i malviventi che lo trattennero in ostaggio al posto di Maffei che così, con grande merito del coraggioso amico, fu rilasciato nei dintorni di Buddusò il pomeriggio del 25 luglio dopo 56 giorni trascorsi nelle mani dei sequestratori. Aveva perso quasi 20 chili ed era molto provato dalla dura esperienza, ma era vivo e questo era quello che più contava. Ma la vicenda non era ancora finita perché Olivieri, come da accordi, si trovava ancora in mano ai banditi. Il coraggioso geometra, sardo di nascita, ma trentino d'adozione, fu rilasciato domenica 27 luglio, quando, rispettando i patti, furono consegnati i rimanenti 700 milioni pretesi dai sequestratori che, uniti ai cento versati come acconto costituirono il più alto riscatto mai richiesto in Sardegna.
Le forze dell'ordine però non avevano mai smesso di vigilare e subito dopo il rilascio di Olivieri, una pattuglia della Polizia intercettò i malviventi a Frontes, sulla strada del Supramonte di Orgosolo. Vi fu un rabbioso scontro a fuoco durante il quale un bandito, poi identificato come Antonio Maria Putzolu, rimase a terra fulminato da un proiettile di carabina e accanto a lui venne rinvenuto un sacco nel quale si trovavano 335 dei 700 milioni da poco consegnati.
Toni Putzolu non era uno spiantato, aveva moglie e sei figli e a Orotelli, un paesino a 20 chilometri ad ovest di Nuoro, era proprietario di terreni, 500 pecore, bovini e suini, oltre ad un buon conto in banca. In passato era stato sospettato di molti reati, sequestri e delitti, dai quali però si era sempre estraniato grazie anche ad una solida rete di amicizie e connivenze. Figlio di un ex carabiniere, a causa di una faida di paese aveva subito un attentato per vendicare il quale il padre finì in carcere per 10 anni ed un suo fratello fu condannato a 24 anni. Nel corso delle successive indagini fu identificato un altro responsabile del rapimento un certo Monni che il 16 marzo 1978 fu processato in contumacia dal tribunale di Nuoro e condannato a 21 anni di reclusione.
Si concluse così in modo cruento la brutta esperienza dell'industriale trentino che, pur essendosi risolta positivamente, lo segnò per tutta la vita.