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La piscicoltura di Giustino. Ricordi preziosi di Ennio Lappi

Piscicoltura Cozzini 1   lappi

Come era già avvenuto nel Lomaso e il Val del Chiese, anche nella zona di Pinzolo a partire dal 1893, la Società di Piscicoltura di Torbole aveva cercato di arricchirne l'esausto patrimonio ittico immettendo nella Sarca robusti quantitativi di avannotti di trota fario e, contemporaneamente all'ultima semina effettuata nel 1895, grazie all'aiuto del Consiglio Provinciale d'Agricoltura, del Consorzio Agricolo di Tione presieduto da Giovanni Battista Lucchini e di alcuni volonterosi pescatori del posto, nel Caseificio di Giustino fu allestito un incubatoio che fu affidato alle cure del maestro della locale scuola elementare Giovanni Viviani e di suo fratello Massimiliano.
Originario da Verdesina, Giovanni Viviani fu Giuseppe, detto Monech, da diversi anni era il maestro elementare del paese e da circa un ventennio era l'autorevole capo comune, da molti censiti considerato dispotico, essendosi circondato da una rappresentanza comunale formata da parenti stretti e amici fidati, tra i quali il fratello Massimiliano, i figli Rosario e Pio ed il genero Antonio Cozzini dei Tonella. Quest'ultimo, che aveva sposato Ester Viviani, alla morte del suocero avvenuta il 10 aprile 1908 diverrà unico proprietario della piscicoltura; Rosario Viviani, invece, sostituirà il padre alla guida del comune e questo susciterà forti malumori e non poche proteste.
Già nel 1895, sotto le direttive dei tecnici di Torbole, si ottennero e seminarono nella Sarca 18.707 avannotti dei quali 740 allevati da uova di trote catturate in loco. L'acqua usata era assai buona, quantunque lasciasse una discreta quantità di sedimento. Nel successivo anno 1896 si incubarono 17.500 uova di trota fario e 2.500 di salmo fontinalis con una modestissima perdita del 5%. Degli avannotti ottenuti, una parte fu seminata nella Sarca in aprile, mentre una certa quantità fu immessa in maggio nel lago di Vacarsa.
Sempre sotto l'attenta sorveglianza di Giovanni Battista Lucchini, nel 1897 si incubarono 20.000 uova embrionate di trota e nella Sarca, nel tratto sotto Giustino, si immisero 8.000 avannotti, mentre altri 6.000 si seminarono nelle vicinanze di Pinzolo. Nello stesso periodo fu ripetuto l'esperimento di fecondazione artificiale con trote pescate sul posto, ma dei pochi esemplari non ancora maturi che a causa del cattivo tempo si poterono catturare, molti morirono per l'acqua poco ossigenata della vasca del vivaio, ma, nonostante tutto, si riuscirono ad incubare circa 800 uova perdendone solo 60.

Diploma Cozzini ritagliato - Lappi
Per ovviare all'inconveniente ed aumentare la resa dell'impianto, si pensò di spostare l'impianto ittiogenico in un luogo più adatto, individuato a sud del paese, dove si potevano sfruttare le ottime acque del torrente Flanginech. Qui si rimontarono le attrezzature in un capanno appositamente costruito e fu scavata una piccola vasca per ospitare i riproduttori.
Avendo preso coscienza dei problemi e dei metodi da seguire ormai si era a buon punto, ma nel 1899, delle 20.000 uova embrionate inviate da Torbole, ben 5.108 arrivarono inutilizzabili a causa dei disagi del viaggio e della poca cura con cui si maneggiarono le casse da parte delle messaggerie postali. In ragione di ciò si presentò una vibrata protesta all'i.r. direzione provinciale delle Poste che assicurò di prendere i dovuti provvedimenti.
Agli albori del ventesimo secolo, per la gestione dell'incubatoio di Giustino nacquero dei contrasti tra il Consorzio Agrario di Tione e i pescatori locali e questo determinò una svolta importante per quella stazione ittiogenica in quanto l'energico capo comune Giovanni Viviani, rompendo gli indugi, decise di assumersene personalmente la responsabilità.
Con felice intuito, egli fece subito trasportare tutti gli apparati in un bel fondo di sua proprietà situato lungo la Sarca, poco a valle del paese, dove li fece sistemare in un rustico adattato allo scopo. Il luogo era tra i più felici perché a poca distanza, sotto Massimeno, sgorgava l'acqua di una buona sorgente che, attraversata la carrozzabile principale della Rendena, era incanalata a scopo di irrigazione in diversi piccoli ruscelletti i quali, attraversata la proprietà con diverse serpentine, si gettavano nel vicino fiume. Le 20.000 uova assegnate a Giustino nel 1900, furono quindi incubate nel nuovo sito, dove si schiusero con discreta resa e gli avannotti ottenuti furono convenientemente alimentati per alcune settimane in modo da risultare ben irrobustiti.

Piscicoltura Giustino  Lappi
Consigliato dai valenti tecnici di Torbole, presso i quali si era più volte recato, Viviani immise i pesciolini nei ruscelli del suo prato che aveva provveduto a trasformare in vasche naturali sbarrandone convenientemente gli sbocchi a valle. Questa soluzione, provvidenzialmente a portata di mano, si rivelò geniale nella sua semplicità, regalando ai piccoli pesci una ricca quantità di cibo naturale e sostanze nutritive, ideali per il loro sviluppo, era infatti risaputo che le trote erano particolarmente attratte dai piccoli organismi, crostacei e molluschi, che vivevano nell'acqua e dai piccoli insetti che cadevano dai rami degli alberi o dalle erbe che crescevano lungo le rive e tale cibo, allora come oggi, era di vitale importanza per la crescita delle specie ittiche nostrane. Fu così che che in poco tempo i pesci giunsero a più di 10 cm di lunghezza e l'ottimo risultato incoraggiò l'intraprendente sindaco, spingendolo a tentare l'avvio di una vera e propria piscicoltura. Viviani, per acquisire la necessaria esperienza, quell'inverno si recò varie volte a Torbole, visitando pure lo stabilimento Dellagiacoma a Predazzo, dal quale copiò alcune soluzioni strutturali.
L'anno successivo, mantenendo i canali naturali, fu avviata la costruzione delle vasche secondo un progetto redatto con l'aiuto dei tecnici di Torbole e approvato dal comune. Munita di un adeguato filtro che, all'entrata dell'acqua eliminava le dannose impurità, la prima vasca in cemento misurava 32 metri di lunghezza per 5 di larghezza con 70-90 cm di profondità ed era divisa in tre sezioni longitudinali di uguale larghezza.
Nel 1902 si proseguì nella costruzione delle altre vasche, indispensabili per la corretta gestione dei cicli produttivi, dove, allora come oggi, era necessario tenere sempre presente che il pesce più grosso divora il più piccolo, ma questo fu una anno poco felice perché delle 20.000 uova arrivate da Torbole, ben 8.000 andarono perdute per un incidente che provocò l'interruzione del regolare afflusso dell'acqua nelle vaschette degli incubatoi. Anche le uova provenienti dai primi riproduttori cresciuti nelle vasche della piscicoltura, non dettero praticamente alcun risultato, essendo state prelevate da trote primipare soggette sempre ad un pessimo rendimento. Comunque, sia gli avannotti appena nati che quelli dell'anno precedente, vennero posti nelle nuove vasche ed in totale arrivarono al considerevole numero di 7.000 esemplari, cioè 3.500 del 1901 ed altrettanti di quell'anno. L'opera di Viviani, pioniere della piscicoltura giudicariese, venne comunque lodata per l'impegno profuso ed incoraggiata per il futuro.
Presto, però, l'imprenditore, grandemente impegnato nella scuola, negli affari comunali e suoi personali, si rese conto di non poter badare convenientemente a tutto e così accettò in società il genero Antonio Cozzini che prese in mano le redini della neo avviata piscicoltura dimostrando da subito un'insospettata perizia.
Nel 1904 Viviani e Cozzini avanzarono alla Giunta permanente del Consiglio Provinciale d'Agricoltura di Trento una richiesta di contributo per la realizzazione, già avviata, della derivazione delle acque della Sarca da immettere nelle vasche di allevamento ittico in costruzione sulle particelle fondiarie n° 422, 424, 425, 482/1, 482/2, e 485 del comune catastale di Giustino, particelle che costituivano il fondo dove già, agli inizi del secolo, era stato avviato lo stabilimento. Il progetto prevedeva una spesa di ben 26.421 corone e, grazie alla concessione di un sostanzioso contributo, i lavori furono portati felicemente a termine benché fossero state imposte determinate condizioni che riguardavano la realizzazione di appropriate opere di difesa contro le piene del fiume.
Il successivo anno 1905 la piscicoltura di Giustino rifiutò la consueta fornitura di uova embrionate da Torbole perché la stagione propizia le aveva consentito di approvvigionarsi di ben 40.000 uova ottenute da esemplari indigeni catturati dai suoi pescatori fiduciari nelle acque della zona. Le uova, convenientemente fecondate, furono incubate negli apparati dello stabilimento con una perdita di soli 6.000 embrioni. Per questo l'azienda ricevette le lodi delle autorità competenti che reputarono quello ottenuto dai neo piscicoltori un grande risultato, soprattutto per dei principianti. Dei 34.000 avannotti nati, 24.000 furono destinati all'allevamento e 10.000 furono seminati nella Sarca, assieme ad altri 26.000 provenienti dalle uova di trote maturate nell'allevamento stesso. In tutto, in questo periodo, nelle vasche di Giustino si trovavano 7.000 trote del secondo anno, 2.500 del terzo e 50 femmine del quarto anno.
I buoni risultati ottenuti nel 1905, furono in gran parte vanificati dall'esondazione della Sarca verificatasi nel novembre 1906 che asportò buona parte delle trote dei canali e di alcune vasche poste vicino alla sponda del fiume, tuttavia quell'inverno si riuscì a colmare le perdite incubando 30.000 uova inviate con una fornitura straordinaria da Torbole e 60.000 ricavate dalle fattrici dello stesso allevamento, il ricavato delle quali fu immesso parte nelle vasche e parte nei canali naturali.
Nel 1907, nello stabilimento vi era un incubatoio con due apparati Tröster, forniti gratuitamente dal Consiglio provinciale, e tre apparati a sistema Holton di dimensioni doppie di quelli usati a Torbole. Alle tre vasche di circa 30 metri costruite nel 1902, ne erano state aggiunte altre due di circa 40 metri di lunghezza e larghe 1 e 1.5 metri. Oltre a ciò, verso sera di queste vasche era stata scavata una fossa lunga circa 200 metri con diverse cascatelle per rendere l'acqua maggiormente ossigenata. Nelle adiacenze dello stabilimento, inoltre, serpeggianti nel prato vi erano diversi canali naturali nei quali guizzavano allegramente trote e trotelle di varia grandezza.
Purtroppo, in quest'anno insorsero infezioni che causarono gravi perdite nelle vasche e ne fu individuata la causa nel cibo somministrato crudo che portò ai pesci tutta una serie di microrganismi dannosi. Invece, le trote nei canali naturali al di fuori del grande steccato che rinchiudeva le vasche, crescevano a meraviglia trovando ottima alimentazione nella grande quantità di animaletti che vivevano tra le abbondanti erbe acquatiche di quelle sorgive, tanto che vi si trovavano già ben 120 fattrici pronte per la mungitura. L'intervento dei tecnici di Torbole e di quelli dell'Istituto Agrario di S. Michele contribuì validamente a ripristinare un corretto regime alimentare e fu consigliato di costruire all'esterno dello stabilimento una vasca di decantazione per purificare l'acqua da elementi estranei e dalla fanghiglia trasportata dalla corrente. Nonostante tutto, si vendettero con profitto molte trote agli alberghi di Campiglio.
Giovanni Viviani morì nell'aprile del 1908 e la sua parte della piscicoltura fu ereditata dal genero Cozzini che divenne unico proprietario dell'intero complesso proseguendo proficuamente nella produzione e commercio delle trote, facilmente assorbite dai numerosi alberghi della zona e soprattutto di Campiglio.
Purtroppo anche a Giustino, come per tutte le altre piscicolture trentine, il periodo bellico paralizzò ogni attività e portò anche gravi danni causati per lo più dalle frequenti incursioni di militari austriaci e prigionieri russi e serbi stremati dalla fame e dalle privazioni.
Per una timida ripresa dell'attività ittiogenica si dovette aspettare il primo dopoguerra, dopo che il parlamento italiano, impegnato nella ricostruzione, ebbe approvato la cosiddetta legge Micheli n. 312 del 24 marzo 1921 che incentivava la costruzione e l'attuazione di migliorie nelle piscicolture, mediante particolari agevolazioni tributarie, esenzioni fiscali e sussidi. Antonio Cozzini, con l'aiuto dei figli, faticosamente rimise in sesto lo stabilimento e, mentre riprendeva le incubazioni con il materiale ittiogenico che gli riusciva di procurarsi, a poco a poco costruì altre vasche, una bella casa per abitarvi con la famiglia e un capanno nuovo. Ristrutturò poi gli altri due piccoli edifici già esistenti migliorando le attrezzature degli incubatoi e dei magazzini e finalmente, nel 1924, fu in grado di riprendere a pieno ritmo l'attività, entrando anzi anche a far parte della società del neo costituito "Stabilimento Consorziale di Pescicoltura di Tione. Nel 1927 la piscicoltura Cozzini di Giustino poteva contare su 5 vasche in cemento, della superficie complessiva di 297 m2, numerose altre vasche e bacini in terra per complessivi 852 m2, un altro bacino in terra e quattro piccoli canali naturali per l'allevamento del novellame, situati in un terreno confinante, della superficie complessiva di 540 m2 ed altri sette bacini in terra di nuova costruzione che occupavano altri 800 m2. Nei quasi 2.500 m2 di superficie acquatica, in quell'anno Cozzini aveva 500 femmine adulte, 6.000 trote di tre anni, 18.000 di due anni e 25.000 di un anno.
A questo punto lasciamo la piscicoltura Cozzini pienamente avviata a diventare una bella realtà industriale della Rendena che, superate le difficoltà della seconda guerra mondiale, operò fattivamente fino alla seconda metà del secolo scorso per merito dei figli di Antonio: Adolfo, Salvatore, Celestino e Clemente, ricordando però che l'ittiogenesi originata in Rendena viene ancor oggi esercitata con successo da Siro Cozzini, figlio di Clemente e dalla sua famiglia in quel di Brentino Belluno, alle porte di Verona.

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