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Il Blog di Marco Zulberti

La ricchezza delle nostre comunità

Adam Smith statuaIn un periodo di così forti cambiamenti economici, sociali e culturali anche nelle nostre valli e nelle nostre comunità, chi si trova alla guida amministrativa e imprenditoriale che per decenni aveva interpretato la modernità economica con gli strumenti classici della tradizione si trova spiazzato e non riesce a trovare facili soluzioni su come uscire dalla crisi, rilanciando l'economia.

Per questo motivo si torna a studiare e a riaprire i libri di storia e di economia sulla quale la classe degli intellettuali si era formata tra cui la "Ricchezza delle nazioni" scritto da Adam Smith nel 1776, che rimane uno dei più importanti libri di economia mai scritti, anche se pochi sanno che Smith insegnava filosofia morale all'Università di Glasgow e da giovane ambiva a diventare un grande poeta.

Cosa può insegnare questo libro oggi alle nostre vallate e alle nostre comunità? O meglio cosa può suggerire a quanti nei ruoli di comando amministrativi stanno gestendo questa crisi?
La lettura di Smith è estremamente elementare e ci riporta a velocità della luce con i piedi per terra: la ricchezza di una comunità dipende dalla sommatoria di tre voci: salari, profitto e rendita dei suoi cittadini. Ogni altro reddito deriva da una di questi flussi monetari.

Scrive Smith: "chiunque tragga il suo reddito da un fondo proprio lo deve trarre o dal suo lavoro, o dal suo capitale, o dalla sua terra". Il reddito dal lavoro è il salario, quello del capitale è il profitto, quello che lo presta è l'interesse, la moderna rendita finanziaria. Queste tre differenti specie di reddito possono appartenere a persone diverse ma anche alla stessa persona. Si può essere proprietari di un fondo, ma anche agricoltori dello stesso e quindi di venderne i frutti e infine d'investirne il capitale.
Più si vive in periferia e più la stessa persona tende a fare più cose, mentre più si vive in comunità grandi più queste attività si dividono e con esse la divisione del lavoro. Più il lavoro è specializzato e paradossalmente più le comunità e le valli diventano ricche.

Nelle nostre valli per centinaia di secoli ha retto questo schema in cui la distanza dai centri più grossi rendeva ognuno in grado di essere proprietario, produttore e accumulatore, seppur piccolo, di capitali. Questo equilibrio determinava sul mercato locale un prezzo naturale e non come in città un prezzo di mercato.

La merce veniva venduta esattamente al prezzo che era costata al suo produttore. L'economia di montagna era basata su scambi locali a prezzi naturali, al punto che un sacco di farina gialla a Storo, o un litro di latte in Val Rendena, aveva un prezzo diverso dal mercato di Mantova o di Riva del Garda.

Per le Giudicarie il mercato di Trento era, e direi provocatoriamente rimane, troppo lontano. Questo rapporto diretto tra produttore e merce, e questa distanza tra prezzi naturali e prezzi di mercato ha reso possibile la vita in montagna e nelle nostre per secoli, che altrimenti sarebbero rimaste fuori mercato rispetto alle coltivazioni agricole della Valle dell'Adige, perché la quantità e la divisione del lavoro che invece si realizza nelle economie complesse riduce i costi. Nell'equilibrio dei prezzi naturali che hanno reso possibile la vita anche alle più alte quote delle montagne, incidevano anche i trasporti e la viabilità tra i singoli villaggi e paesi, con il calendario delle fiere e dei mercati.

Paradossalmente quindi la ricchezza naturale delle Giudicarie era data dalla sommatoria di questi fattori; numero di fondi coltivabili, numero di abitanti nelle comunità e facilità di trasporto tra i centri delle valli, al punto che nel 500 la Valle del Chiese era molto più ricca della Rendena.

Poi via via a partire dalla costruzione, per volontà austriaca, dello stradone sul fondovalle nel 1844 che saliva da Brescia verso Madonna di Campiglio i prezzi di mercato si sono sostituiti ai prezzi naturali distruggendo e mettendo sempre più in disparte i produttori locali compresi gli artigiani. Questa modificazione a messo fuori mercato tutti i prezzi naturali: costava molto meno il carbone della Stiria che quello prodotto dai poveri carbonai di Bondone. Questa trasformazione è poi accelerata con il passaggio all'Italia, che ha invece favorito lo sviluppo degli impianti idroelettrici e del turismo con una nuova e più importante ricchezza, sbilanciata verso la Rendena, mentre la Val del Chiese trasformava i suo artigiani in piccoli industriali.

Il collegamento con la Lombardia e i bassi costi dei trasporti e dell'energia hanno così favorito pertanto l'abbandono della vecchia economia naturale sostituita dai grandi centri commerciali che ci vendono di tutto. I paesi più periferici iniziano la loro decadenza a partire dagli anni settanta, quando si tampona con la legge sui centri storici e la Legge 44. Ma questo dura pochi anni.

Ora con i prezzi dei trasporti esplosi e i redditi di mercato e la tassazione vessatoria che ci impongono l'economia globale e la spesa statale, la ricchezza di cui parlavamo all'inizio, il reddito da dove possono arrivare? I fondi agricoli giacciono abbandonati, le vecchie botteghe artigianali sono diventati eco-musei, i capitali sono erosi dai tassi d'interesse sempre più bassi: quale futuro economico aspetta la montagna? Su questo tema credo si debba fare un grande progetto economico per un ritorno delle nostre valli ad un mercato dei prezzi naturali pensando ad un drastico ridimensionamento del gettito fiscale, e normativo, non solo per le attività agricole ma anche per quelle artigianali a cui affiancare un grande investimento nei trasporti pubblici che non può rimanere fermo al concetto ottocentesco della "corriera" della posta e per i pochi che si spostavano ma per le masse che in poco tempo si devono spostare, come in città. da Ponte Caffaro a Tione e Campiglio.

E' vero che oggi i villaggi sono tutti collegati con la fibra tra loro, ma temo che se internet è molto utile per l'offerta turistica, alberghiera e culturale, per ora i numeri sono ancora troppo bassi per far passare attraverso quel filo il reddito effettivo di cui i 35.000 giudicariesi residenti hanno necessità per condurre le loro speranze di una vita piena vissuta al massimo delle proprie ambizioni attività.