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Da Giustino a Tione... La troticoltura in Trentino (seconda parte). Le prime grandi imprese ittiogeniche trentine. Alberto Folgheraiter conversa con Ennio Lappi. Trasmissione del 2009 dai microfoni della Rai di Trento

Piscicoltura Giustino 2 - Foto archivio Ennio Lappi b

AF: Cosa successe alla fauna ittica trentina nel periodo della prima guerra mondiale?

EL: I venti di guerra che soffiarono nel nostro Trentino, come si sa, portarono morte e distruzione in molte vallate e fame ovunque. Si può immaginare che fine potesse fare tutto ciò che era commestibile ed il pesce, in laghi fiumi e torrenti, e, naturalmente nelle vasche delle piscicolture esistenti di Torbole, Predazzo e Giustino, fu cercato e catturato in ogni modo possibile; oltretutto, la presenza di soldati e soprattutto di prigionieri dell'est stremati dalla mancanza di viveri, rendeva molto frequente l'uso di esplosivi che, ovviamente causavano danni che si possono facilmente comprendere.
Alla fine del conflitto si può dire che le nostre acque erano praticamente spopolate e, tornata la pace e soddisfatti i bisogni più urgenti delle popolazioni, si cominciò a pensare di intervenire anche nel settore ittico. Il governo italiano nel 1921 varò una apposita legge che regolamentava la materia ed incentivava i ripopolamenti e la nascita di stabilimenti ittiogenici. Ecco quindi che, rimesso in funzione lo stabilimento di Torbole, agevolati dagli aiuti governativi, molti itticoltori formatisi nell'anteguerra si rimisero al lavoro aprendo diverse piscicolture.

AF: E quali furono le prime ad apparire in Trentino?

Ora passeremo in rassegna le prime e più importanti, almeno fino alla seconda guerra mondiale.
Naturalmente la prima che citiamo per dovere di anzianità è quella di Predazzo che entrò in funzione nel lontano 1891 costruita da Michele Dellagiacoma. Sorgeva nei pressi del paese in località Coccia, poco dopo l'imbocco della strada per Moena e la Val di Fassa, e le prime incubazioni avvennero con 2000 uova di salmo irideus, la nuova specie di trota che lo stabilimento di Torbole aveva da poco importato in Trentino e che volentieri aveva concesso nella speranza che l'acquicoltura potesse attecchire anche in quelle lontane vallate. Con sagacia e perizia, l'imprenditore fiemmese allevò gli avannotti che furono in gran parte immessi nell'Avisio, trattenendo però, in due piccole vasche, gli esemplari migliori che voleva destinare alla riproduzione. Il successo arrise subito al Dellagiacoma che ottenne anche l'appalto della pesca in un lungo tratto dell'Avisio, del Travignolo e bacini affluenti, facendosi carico dei necessari ripopolamenti, avendo alle proprie dipendenze anche alcuni pescatori ai quali era affidato il compito di procurare fattrici locali e controllare i risultati delle semine.

Piscicoltura Della giacoma Predazzo - Foto archivio Ennio Lappi

AF: Dellagiacoma, allora, fu il primo ad avviare una piscicoltura in Trentino ...

A livello privato e come attività commerciale certamente si, perché Agostino Zecchini agì sempre privatamente e senza lucro, mentre Torbole era una società quasi pubblica

AF: Quali erano le specie allevate a Predazzo e in Trentino in generale?

Inizialmente si lavorava con la trota fario, la nostra trota di torrente, che però si rivelò poco adatta all'allevamento in vasca, sia per difficoltà di alimentazione, sia perché andava soggetta a diverse malattie che ne elevavano la mortalità e quindi richiedeva particolari cure ed attenzioni, poi si iniziò ad allevare il salmo irideus importato dal Nordamerica che meglio si adattava alle temperature elevate ed era meno costosa nell'alimentazione. A Torbole, poi, si allevava il carpione, ma al solo scopo di ripopolamento delle acque gardesane, mentre ad altre specie, come il salmerino, la carpa e l'anguilla, veniva dedicata un'attenzione molto limitata.
La famiglia Dellagiacoma condusse soddisfacentemente lo stabilimento fino alla metà del '900 quando lo cedette alla famiglia Dellantonio che lo tiene tuttora.

AF: E cosa si dava da mangiare a questi pesci?

Questo era un punto dolente che limitò alquanto l'attività dei primi troticoltori perché gli esemplari più validi e redditizi si ottenevano con un'alimentazione il più possibile vicina a quella naturale, che però era costosa e di difficile reperimento. Le trote amano particolarmente i piccoli organismi, crostacei e molluschi, che vivono nell'acqua e sono particolarmente attratte dai piccoli insetti che cadono dai rami degli alberi o dalle erbe che crescono lungo le sponde, tanto che non è raro vedere un pesce che salta fuor d'acqua per catturare un insetto sui fili d'erba che sporgono dalla riva. Tale cibo è di vitale importanza per la crescita delle specie ittiche nostrane, ma non è disponibile in vasca, per la qual cosa si può notare una sostanziale differenza tra i pesci allevati in vasca e quelli cresciuti al naturale. Si ovviava con residui della lavorazione casearia, cascami di macelleria, sangue e residui animali convenientemente tritati, uniti a sfarinati di crisalidi provenienti dalla sericoltura, allora assai diffusa. Poi si passò ad altri sistemi man mano che i tecnici provinciali di Torbole e di S. Michele ne accertavano l'efficacia ed allora si passò a pastoni di sfarinati di crisalidi uniti a macinato di pesce di poco valore proveniente da Chioggia o dai laghi di Garda o d'Idro.

AF: La seconda troticoltura fu quella di Giustino, è vero?

Agli albori del ventesimo secolo, a Giustino, per la gestione dell'incubatoio che funzionava già da qualche anno, nacquero dei contrasti tra il Consorzio Agrario di Tione e i pescatori locali e questo determinò una svolta importante per quella stazione ittiogenica in quanto l'energico capocomune Giovanni Viviani, rompendo gli indugi, decise di assumersene personalmente la responsabilità. Con felice intuito, egli fece subito trasportare tutti gli apparati ittiogenici in un bel fondo di sua proprietà situato lungo la Sarca, poco a valle del paese, dove li fece sistemare in un rustico adattato allo scopo. Il luogo era tra i più felici perché a poca distanza, sotto Massimeno, sgorgava l'acqua di una buona sorgente che, attraversata la carrozzabile principale della Rendena, era incanalata a scopo di irrigazione in diversi piccoli ruscelletti i quali, attraversata la proprietà con diverse serpentine, si gettavano nel vicino fiume. Le ventimila uova assegnate a Giustino nel 1900, furono quindi incubate nel nuovo sito, dove si schiusero con discreta resa e gli avannotti ottenuti furono convenientemente alimentati per alcune settimane in modo da risultare ben irrobustiti. Consigliato dai valenti tecnici di Torbole, presso i quali si era più volte recato, Viviani immise i pesciolini nei ruscelli del suo prato che aveva provveduto a trasformare in vasche naturali sbarrando convenientemente l'uscita verso il fiume. Questa soluzione, provvidenzialmente a portata di mano, si rivelò geniale nella sua semplicità, regalando ai piccoli pesci una ricca quantità di cibo naturale e sostanze nutritive, ideali per il loro sviluppo tanto che in poco tempo giunsero a più di 10 cm di lunghezza. L'ottimo risultato incoraggiò l'intraprendente sindaco spingendolo a tentare l'avvio di un'impresa ittiogenica e, per acquisire la necessaria esperienza, quell'inverno si recò varie volte a Torbole e visitò pure lo stabilimento Dellagiacoma a Predazzo, dal quale copiò alcune soluzioni strutturali.

Piscicoltura Giustino - Foto archivio Ennio Lappi

AF: Quindi fu Giovanni Viviani ad avviare la piscicoltura di Giustino...

E' vero, anche se è voce comune che il fondatore fosse stato Antonio Cozzini, questo non risponde a verità. Nel 1901, Viviani, mantenendo i canali naturali, avviò la costruzione delle vasche secondo un progetto redatto con l'aiuto dei tecnici di Torbole e approvato dal comune. La prima vasca in cemento misurava 32 metri di lunghezza per 5 di larghezza e 70-90 cm di profondità ed era divisa in tre sezioni longitudinali di uguale larghezza. Per eliminare impurità dannose, venne subito munita di un filtro all'entrata dell'acqua.
Nel 1902 si proseguì nella costruzione delle altre vasche indispensabili per la corretta gestione dei cicli produttivi, dove era, allora come oggi, necessario tenere sempre presente che il pesce più grosso divora il più piccolo.
Presto, però, Giovanni Viviani, grandemente impegnato nella scuola, negli affari comunali e suoi personali, si rese conto di non poter badare convenientemente a tutto e così accettò in società il genero Antonio Cozzini che prese in mano le redini della neo avviata piscicoltura dimostrando da subito un'insospettata perizia.
In tutto, in questo periodo, nelle vasche di Giustino si trovavano 7000 trote del secondo anno, 2500 del terzo e 50 femmine del quarto anno.

AF: Era già una discreta azienda mi sembra ...

Certo, ma non mancarono gli inconvenienti, infatti, nel novembre 1906 l'esondazione della Sarca asportò buona parte delle trote dei canali e di alcune vasche poste vicino alla sponda del fiume, mentre nel 1907 insorsero infezioni che causarono gravi perdite nelle trote allevate nelle vasche.

AF: Come si risolse l'inconveniente?

Con l'aiuto dei tecnici di Torbole e di quelli dell'Istituto Agrario di S. Michele, la causa fu individuata nel cibo somministrato crudo che portava ai pesci tutta una serie di microrganismi dannosi. Invece, le trote nei canali naturali al di fuori del grande steccato che rinchiudeva le vasche, crescevano a meraviglia trovando ottima alimentazione nella grande quantità di animaletti che vivevano tra le abbondanti erbe acquatiche di quelle sorgive, tanto che vi si trovavano già ben 120 fattrici pronte per la mungitura. L'intervento dei tecnici contribuì validamente a ripristinare un corretto regime alimentare e, nonostante tutto, si vendettero con profitto molte trote agli alberghi di Campiglio.
Giovanni Viviani morì nell'aprile del 1908 e la sua parte della piscicoltura fu ereditata dal genero Cozzini che divenne unico proprietario dell'intero complesso, proseguendo proficuamente nella produzione e commercio delle trote, facilmente assorbite dai numerosi alberghi della zona e soprattutto di Campiglio.

AF: Cozzini divenne uno dei pionieri della troticoltura trentina ...

Purtroppo anche a Giustino, come per tutte le altre piscicolture trentine, il periodo bellico paralizzò ogni attività e portò anche gravi danni causati per lo più dalle frequenti incursioni di militari austriaci e prigionieri russi e serbi stremati dalla fame e dalle privazioni.
Per una timida ripresa dell'attività ittiogenica bisognerà aspettare il primo dopoguerra, dopo che il parlamento italiano, impegnato nella ricostruzione, ebbe approvato la cosiddetta legge Micheli n. 312 del 24 marzo 1921 che incentivava la costruzione e l'attuazione di migliorie nelle piscicolture, mediante particolari agevolazioni tributarie, esenzioni fiscali e sussidi.
Antonio Cozzini, con l'aiuto dei figli, faticosamente rimise in sesto lo stabilimento e, mentre riprendeva le incubazioni con il materiale ittiogenico che gli riusciva di procurarsi, costruì a poco a poco altre vasche, una bella casa per abitarvi con la famiglia e un capanno nuovo. Ristrutturò poi gli altri due piccoli edifici già esistenti migliorando le attrezzature degli incubatoi e dei magazzini e finalmente, nel 1924, fu in grado di riprendere a pieno ritmo l'attività.
Nel 1927 la piscicoltura di Giustino poteva contare su quasi 2500 m2 di superficie acquatica; in quell'anno Cozzini aveva nelle varie vasche 500 femmine adulte, 6000 trote di tre anni, 18000 di due anni e 25000 di un anno.
Con buon andamento l'azienda prosperò superando anche il brutto periodo della seconda guerra mondiale passando in mano ai figli di Antonio: Adolfo, Salvatore, Celestino e Clemente che in seguito si separarono avviando altre piscicolture in Rendena. Attualmente nel campo ittiogenico resiste ancora Siro Cozzini, figlio di Clemente, che con il figlio Alberto possiede e conduce una troticoltura a Belluno Veronese.

AF: Arriviamo alla piscicoltura di Tione ben avviata ancor oggi...

Per delineare la storia di questa importante industria dobbiamo ritornare agli inizi del XX° secolo quando, sul positivo esempio di altre zone trentine dove già funzionavano piccole stazioni ittiogeniche, nell'estate del 1901, il Consiglio Provinciale d'Agricoltura affidò ad alcuni appassionati e volonterosi pescatori della Busa di Tione, un apparato d'incubazione a sistema Romani, applicato in due piccole vasche di lamiera, che fu sistemato in un capanno di assi lungo la riva sinistra del torrente Arnò, nella zona di Stèle sulla proprietà di Emilio Pellegrini.

piscicoltura Tione 2- foto archivio Ennio Lappi 

AF: Chi erano questi benemeriti precursori della troticoltura tionese?

Con Pietro Paris, sorvegliante telegrafico e per questo detto "el Pero dai pai", c'era Annibale Gottardi, orologiaio, il farmacista Giulio Boni, Eugenio e Cornelio Parolari e lo stesso Antonio Cozzini la cui esperienza fu provvidenziale.
Nell'autunno del 1901 si incubarono per la prima volta 20000 uova embrionate provenienti da Torbole e, nonostante le comprensibili difficoltà dovute alla mancanza di esperienza, si seminarono 16000 avannotti nell'Arnò. Così si proseguì negli anni successivi finché nel 1906 l'elettricista Paris fu sostituito da Annibale Gottardi. Nel 1907 si ottenne un secondo apparato a sistema Romani e così, in quell'autunno, si poté aumentare la quantità di uova incubate che salirono a 30000, ma un grave inconveniente frenò gli entusiasmi di Gottardi e compagni: alcuni toporagni riuscirono ad entrare nell'incubatoio e fecero lauto pasto di moltissime uova, rovinandone altrettante, di modo che se ne persero circa 7000.
Negli anni precedenti la prima guerra mondiale l'incubatoio di Tione lavorò ottimamente e pian piano diventò autosufficiente dal momento che, potendo contare su una buona esperienza nell'estrazione del materiale genetico dagli esemplari catturati sul posto, non aveva più bisogno delle uova embrionate dello stabilimento di Torbole.
Purtroppo, la sciagura del conflitto mondiale e la vicinanza del fronte di combattimento misero fine ad ogni attività ittiogenica e per diversi anni le nostre acque furono lasciate al loro destino e alla mercé di innumerevoli bocche, affamate dalla pazzia della guerra.

AF: E una volta passati i venti di guerra?

Le devastazioni, le privazioni e le sofferenze portate dai lunghi anni di guerra lasciarono un segno incancellabile, tanto nei corpi e negli animi, quanto nell'economia della nostra terra ed il settore dell'acquicoltura, appena messo alla luce con tanti sforzi, fu praticamente azzerato.
Così, terminato il conflitto, per qualche anno, ognuno ebbe certo bisogni più impellenti che pensare allo stato delle acque, ma, finalmente, il 24 marzo 1921, il governo emanò la già nominata legge Micheli che regolamentava la pesca e l'acquicoltura, incentivando la formazione di consorzi per l'avviamento di stabilimenti di piscicoltura, tanto per il commercio del pesce che per l'incremento dell'esercizio della pesca.
Annibale Gottardi, sempre lui, riprese i contatti con le autorità provinciali e riuscì in qualche modo a ricevere gli aiuti per riprendere l'attività ittiogenica. Così il 24 novembre 1923, nel capoluogo giudicariese, si tenne la prima riunione di coloro che intendevano far parte della costituenda società di piscicoltura, alla quale parteciparono oltre al Gottardi, il farmacista dott. Giulio Boni, il Regio Commissario Alfredo Antolini, il proprietario della piscicoltura di Giustino Antonio Cozzini, Giocondo Alberti, Emanuele Stefani, Giuseppe Giovanelli, Eugenio e Cornelio Parolari, Umberto Battocchi e pochi altri.

AF: E qui si fondò la piscicoltura di Tione che sopravvive ancor oggi ....

Si cercò allora un luogo più idoneo di quello usato in precedenza e lo si individuò, poco più a valle, in località Bersaglio. Grazie alla passione ed al dinamismo di Annibale Gottardi, vero antesignano della piscicoltura tionese, che ne assunse anche le funzioni di presidente, in pochi mesi lo Stabilimento Consorziale Giudicariese di Pescicoltura fu una realtà, tutto fu approntato in breve tempo e, altrettanto velocemente, si costruirono sei piccole vasche in cemento destinate all'allevamento. Poco tempo più tardi, il primo nucleo dello stabilimento era completato, e si aggiunse anche una piccola casa per l'abitazione del sorvegliante.
Sotto l'incoraggiamento del governo provinciale e le direttive dell'Istituto Agrario di S. Michele, i primi tentativi, peraltro sperimentali, ebbero un insperato e lusinghiero successo che incoraggiò i soci a tentare un primo, timido ingrandimento con l'aggiungere qualche vasca di dimensioni maggiori.
Nel 1925 fu perfezionato lo statuto e registrata la denominazione sociale sotto il titolo di "Stabilimento Consorziale di Pescicoltura di Tione – Consorzio economico e industriale registrato a garanzia limitata" e, come primo provvedimento, si assunse come dipendente Bortolo Battocchi che trascorrerà i 35 anni della sua vita lavorativa sempre nello stabilimento.
In tal modo dopo pochi anni, pur senza venir meno agli scopi iniziali previsti dallo statuto che contemplavano, in primis, il ripopolamento delle acque giudicariesi, lo stabilimento raggiunse l'autonomia di gestione realizzando i primi soddisfacenti guadagni con la vendita delle trotelle che avevano raggiunto la misura da porzione. Questo, allo scopo di rendere più razionale e produttivo lo stabilimento, incoraggiò ad aggiungere altre vasche per quanto ne consentiva l'ampiezza del suolo a disposizione ed in pochi mesi si completarono i lavori.
Nell'insieme, lo stabilimento al Bersaglio era composto da 28 vasche che coprivano oltre 2200 m2 ed erano capaci di ospitare, oltre ai 2 milioni di avannotti usciti dall'incubatoio, fino a 50-60 quintali di pesci pronti per la vendita.
La produzione raggiunse così livelli insperati e fu supportata da uno smercio molto soddisfacente, tanto da portare la piscicoltura tionese ad essere molto conosciuta ed apprezzata anche fuori della nostra provincia.

piscicoltura Tione - foto archivio Ennio Lappi

AF: Allora prese corpo l'idea di un nuovo stabilimento alle Fucine...

Nella primavera del 1929, si capì che il timido, ma costante aumento del turismo nella Busa di Tione ed in Rendena, aveva portato ad una crescente richiesta di trote da commercio e questo, assieme ad un conveniente sbocco commerciale verso il bresciano, spinse la direzione dello stabilimento a tentare un'ulteriore espansione. Già quell'anno, si perfezionò l'acquisto di un vasto appezzamento di terreno, poco a valle, in località Fucine sotto la chiesa di Tione. Era il grande fondo dell'ex conceria Saletti, con la bella casa padronale e vari caseggiati di servizio.
Adottando le tecniche indicate dalla più moderna ittiologia, si cominciarono a costruire vasche e bacini di varia grandezza, mentre si progettò di adattare i fabbricati esistenti alle esigenze dello sviluppo industriale e commerciale dell'azienda che stava per diventare la più importante industria ittiogenica del Trentino.

AF: Chi erano i soci?

I soci erano 17, tra i quali Annibale Gottardi che mantenne le mansioni di presidente, l'avv. Emilio de Steffanini, il veterinario dott. Vittorio Collizzolli, Dario Ballardini proprietario della segheria al Tonello, Umberto Battocchi, Palmiro Gottardi, il gen. Tullio Marchetti di Bolbeno, l'ing. Dorna di Vigo Rendena, l'ing. Bonapace di Spiazzo ed il maestro Boroni di Bocenago.
Qualche tempo dopo, nel consiglio di amministrazione nacquero dissapori ed incomprensioni che portarono alle dimissioni di Annibale Gottardi, sostituito dall'avv. Emilio de Steffanini che sosterrà validamente la carica fino al 1951.

AF: Cosa produceva la piscicoltura di Tione?

L'entrata in piena produzione di questa nuova parte dello stabilimento, vide un considerevole balzo nella produzione che aumentò, tanto di quantità, come di qualità. Ci si orientò verso l'allevamento della trota fario e della trota iridea. La fario, la trota di torrente, non era destinata alla vendita, ma solo alla produzione di uova, sia perché questa specie, in vasca, si presentava assai delicata e soggetta a varie malattie, sia perché la sua alimentazione doveva essere molto curata e quindi particolarmente costosa, cosa che ne rendeva poco remunerativo il commercio. Inoltre, anche un ridotto numero esemplari di fattrici fario, qualora sane e ben nutrite, erano sufficienti a produrre una notevole quantità di uova, facilmente collocabili sul mercato ad un prezzo vantaggioso.

AF: Fu questa l'età d'oro della piscicoltura tionese

Sicuramente, il prodotto raggiunse un buon livello di quantità, ma quel che più contava, un ottimo livello qualitativo, tanto da essere molto apprezzato e ricercato; le trote tionesi venivano consegnate direttamente in moltissimi alberghi del Trentino e dell'Alto Adige, soprattutto nelle località turistiche estive ed invernali, nonché nelle pescherie di Trento, Bolzano, Brescia, Milano e Torino. Notevole, inoltre, era la richiesta di avannotti da semina per fiumi e laghi che venivano consegnati a molte associazioni di pescatori e riserve private del Trentino, mentre sempre alta era anche la vendita di uova embrionate, che venivano incubate negli stabilimenti ittici delle province limitrofe o nelle nuove piscicolture che si stavano avviando nel circondario.
Per molti anni, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, la piscicoltura di Tione lavorò con profitto, incamerando anche un'altra piccola azienda ittiogenica di proprietà di Gerardo Pancheri che si trovava alla periferia dell'abitato di Tione, in località La Mola, all'imbocco della Val Rendena.
Nel periodo bellico la produzione subì una forte contrazione, non già per la guerra in se stessa che, fortunatamente, rimase lontana dalle Giudicarie, ma per le difficoltà di approvvigionamento di sufficienti quantitativi di alimenti per i pesci. Il governo, infatti, aveva provveduto ad assegnare dei quantitativi mensili di farinacei per alimentazione ittica, ma la scarsità di generi alimentari obbligava la popolazione locale a consumare tutto ciò che di commestibile arrivava a portata di mano.
Passati i venti di guerra si tornò quasi alla normalità e lo stabilimento, sempre guidato dal presidente Emilio de Steffanini e dal direttore Bortolo Battocchi, riprese quota assumendo altro personale. Dai tre operai del 1923, si giunse ad impiegarne sette i quali, data la vastità dello stabilimento non si può certo dire che potessero stare con le mani in mano.
Negli anni '50 l'azienda si mantenne sempre su un buon livello allacciando rapporti commerciali con alcuni stabilimenti danesi dai quali si acquisirono nuove esperienze di lavoro e si importarono giovani esemplari di trota iridea allo scopo di dare nuovo vigore alla specie in Trentino. Contemporaneamente, si importarono dall'Austria degli esemplari di salmerino (salmo fontinalis) che dettero buoni risultati cancellando il fallimento di un precedente tentativo effettuato con il salmerino canadese che non riuscì ad acclimatarsi.
Ovviamente vi furono anche inconvenienti rappresentati soprattutto dalle malattie, specialmente muffe, che cominciarono a manifestarsi verso la fine degli anni '40 e periodicamente riapparvero anche a distanza di anni, ma furono sempre debellate grazie alle attente cure ed alla continua assistenza dei capaci tecnici dell'Istituto Ittiologico di Brescia.
Oggi lo stabilimento tionese, che conserva tutta la vastità del periodo d'oro, è gestito da una società con a capo i fratelli Pellegri, il padre dei quali, ora scomparso, la rilevò negli ultimi anni del secolo scorso.

Per maggiori dettagli e delucidazioni si consulti: Ennio Lappi, La piscicoltura nella Judicaria, dalle origini alla metà del '900, Centro Studi Judicaria, 2008.